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Noir

Lo scorpione

Pubblicato il 06/12/2018

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Giuseppe C. odia gli scorpioni. Non conosce il motivo della sua fobia. Crede di odiarli da sempre, o non ricorda più a quando risale la sua avversione. Gli riemerge il ricordo di quella sera, da bambino, dormendo in campagna dai nonni, - ma sua mamma dubita che il fatto sia vero – che trovò uno scorpione sotto il cuscino del letto. E’ probabile che lo scorpione sotto il cuscino sia solo un sogno. E’ verosimile, invece, che ci siano stati altri incontri con lo scorpione, nella primissima infanzia, o da neonato, di cui non conserva il ricordo, ma che gli hanno lasciato un’impronta indelebile. E’ certo però che, negli anni, ha avuto varie esperienze con lo scorpione e di ognuna può raccontarne la storia.

Altri animali, comunemente considerati repellenti come ratti, ragni e serpenti, non gli destano una uguale ripugnanza. Li può cacciare, uccidere, senza rimanere coinvolto emotivamente. Non così per gli scorpioni, la cui sola vista gli causa un rimescolamento, un’apprensione, un disagio indicibile. E’ possibile che sia per il colore, quel nero totale, assoluto, che si associa a momenti ostili, come la notte, o funesti, come la morte, che è assoluta come quel nero. Forse è per l’addome gonfio e coriaceo, difficile da schiacciare. Che sia per le otto zampe, eccessive, innaturali? Magari è per via delle chele che stringono, che non mollano la presa. Di sicuro è per la coda che si inarca al di sopra del corpo, raggiunge la preda che ha bloccato, la punge e le inocula il veleno che uccide.


E’ già buio quando Giuseppe giunge alla casa di campagna dei nonni per portare una credenza che non serve in città. Una nebbia crudele avvolge la sagoma nera dell’edificio. Parcheggia l’auto nello spiazzo davanti, con i fari accesi, puntati contro la porta. Sa che sta andando a un appuntamento, sa che lui lo sta aspettando. Ma quando varca la soglia della casa fredda e vuota, e la perlustra, e percorre il lungo corridoio, e si affaccia nelle varie stanze, ancora non lo vede. Spera di essersi sbagliato. Decide di rientrare con il mobile. Lo scarica con fatica e lentamente lo spinge all’interno della casa. Sente solo il cigolio sgradevole contro il pavimento. Entra nella camera e riprende fiato.

Infine lo vide. E’ là, sul muro, nel punto stabilito in cui deve addossare la credenza.

E’ enorme. Il più grosso scorpione che abbia mai visto. E’ immobile.

Giuseppe indietreggia. Il primo istinto è quello di ignorarlo, lasciare tutto lì nel mezzo e venir via. Poi prevale la ragione: deve uccidere lo scorpione o un’altra volta si presenterà, più grande di prima; prolifererà, riempiendo di piccoli scorpioni tutte le pareti; non può non proteggere i suoi cari da possibili punture.

Deve farlo, deve ucciderlo.

Anche l’immobilità degli scorpioni lo turba. Sono esseri viventi fuori dal tempo, venuti dalla preistoria, che prosperano nell’immobilità. Sono esseri immutabili che oltrepassano indenni le ere geologiche e le fluide vicende umane. L’immobilità contro la variabilità.

Una immobilità che ne fa però un facile bersaglio. Giuseppe afferra una scopa di saggina, ma quando si accinge a colpirlo, pensa che lo scorpione possa rimanerci impigliato senza venire ucciso. Già lo immagina che corre impazzito per terra, tra i suoi piedi, che si nasconde sotto il letto, o sotto l’armadio, o si rifugia chissà dove, pronto a spuntare di nuovo. Va in ripostiglio e prende un mazzuolo di legno, di quelli da campeggio, solido, sicuro. Colpito da un simile attrezzo, dello scorpione non rimarrà traccia. Già prende la mira, quando teme che la superficie del mazzuolo sia troppo piccola: può mancare lo scorpione, che fa in tempo a fuggire e lui non riuscire a centrarlo di nuovo. Torna al ripostiglio e, sul fondo, intravede un travetto, un avanzo del restauro del tetto. E’ l’arma micidiale: lunga da infliggere un colpo mortale, con una superficie piatta e ampia da non poter sbagliare il bersaglio.

Rientra in camera e lo scorpione è sempre lì. Adesso lo scorpione è la preda e lui il carnefice. L’odio si mescola al disgusto. Vede nello scorpione il male che ha incontrato nella vita. Forse era là, dietro al letto dove suo padre rantolava, divorato dal cancro. Forse era sulla spalliera del sedile dell’auto quando, per un colpo di sonno, l’auto volò fuori strada rotolando nella scarpata. Forse era al di là della porta di casa, quando sua moglie uscì sbattendo la porta, al termine di un furioso litigio. Forse era sotto il banco di scuola dopo un’interrogazione disastrosa, o forse era dentro la scrivania dell’ufficio dopo l’ennesimo insuccesso e l’umiliazione di una carriera mancata.

Alla fine Giuseppe si concentra e, con tutta la forza che ha in corpo, colpisce lo scorpione.

Dopo, non resta che una macchia sul muro.

Si allontana, soddisfatto. Addossa il mobile contro il muro coprendo la macchia, ogni traccia, anche il ricordo.

Si avvia nel lungo corridoio, felice. Ma in fondo, nel mezzo della porta di ingresso, vede, più grande, più nero, ma sempre immobile, ancora lo scorpione.

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Insieme allo scorpione, vittime delle nostre paure. Mi e’ molto piaciutoSegnala il commento

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isa ha votato il racconto

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Più grande, più nero, sempre immobile Bravo. Sei riuscito ad evocare un brivido Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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Secondo me la prima parte è inutile. Attaccando in media res è una meraviglia.Segnala il commento

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Chiara Filippi ha votato il racconto

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di Paolo Sbolgi

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