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Young Adult

Lo sguardo Dantesco

Pubblicato il 06/11/2021

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Cavolo, ancora una volta in ritardo, come al solito. Non mi era nuovo attardarmi più del dovuto nelle mie faccende di casa, mai però come quel giorno. L'unico modo per arrivare in tempo al mio appuntamento sarebbe stato prendere la metro. Così mi incamminai verso la stazione più vicina e presi la metro, speranzoso di poter recuperare in qualche modo il ritardo accumulato. Ero seduto nel mio posto, 14 a, stavo ascoltando la mia musica preferita, francese, tutto sembrava filare liscio. D'un tratto la metro si arrestò e salì ad una fermata, un'ombra chiara fra tutte le altre. Sgranai gli occhi e mi resi conto di essermi innamorato... Era di statura medio bassa, con i capelli aurei e gli occhi verde smeraldo; non avevo mai visto in vita mia una donna talmente bella da togliermi i pensieri da quel pesante enorme libro della mia memoria. Notai a prima vista il suo abbigliamento: indossava un maglione legato sula vita color grigio, una gonna nera così bassa che una folata di vento avrebbe potuto far volare via l'indumento e la di lei dignità stessa. Tuttavia a me non interesso per nulla il pregiudizio classico sulle ragazze anzi, ero ben disposto ad andare oltre la mera apparenza degli occhi per capire cosa si nascondesse sotto quella gonna troppo corta. Il mio viaggio continuava spedito verso la mia inesorabile meta, in un momento però tutta la mia tranquillità fu devastata da un suo solo gesto. Lei si girò verso il mio viso corrucciato e grinzoso per il freddo, sorridendo, senza farne minimamente un problema. In quell'istante i suoi occhi diventarono per me dello stesso colore di un mosaico bizantino illuminato, nella mattina di incoronazione di Giustiniano. Il mio fare apatico aveva in qualche modo attirato la sua attenzione, era riuscito ad imprimere nella sua mente un simbolo indissolubile collegato al mio nome "non strano". Così forte era la mia volontà di spingermi verso di lei, nonostante le intemperie, più il mio cuore si sentiva come la piccola scintilla che fa l'accendino in una giornata ventosa, provando a diventare fiamma. Il coraggio pervase tutto il mio essere e mi alzai, i passi erano pesanti uno più dell'altro. La mia forza di volontà era riuscita a farmi alzare ma solo la mia immaginazione mi aveva fatto arrivare nel posto di fronte a lei. I nostri sguardi si incrociarono, in quel momento in vento intorno al mio accendino era svanito e rimaneva solo da trovare un modo per farla interessare a me. Essendo un discreto disegnatore, tirai fuori dal mio zaino un blocco note accuratamente scarabocchiato. Lei incuriosita cerco di decriptare i miei movimenti che avevo progettato tali da non essere capiti da nessuno all'infuori di me. Iniziai a farle un ritratto vero e proprio, suscitando anche la curiosità dei passeggeri circostanti che ammiravano in silenzio. La ragazza di tutto punto si mise in posa, sfoggiando un sorriso a 32 denti cristallini così contagioso da esser riuscito a far ridere anche me. Il perfetto momento sarebbe andato avanti perpetuamente se metro non avesse frenato bruscamente ad una fermata facendo volare il mio cappello. La mia calvizia non naturale fu facilmente esposta a tutti, compresa l'ombra bianca che stavo ammirando da tempo. Rapidamente mi ricomposi e tornai a disegnare, ora però la ragazza non sorrideva più, mi guardava con quel senso di pietà misto all'empatia che mi faceva ribollire il sangue. Arrivammo alla fermata 205 ed entrambi ci alzammo, scesi in due binari opposti ci allontanammo per pochi secondo, il tempo di farmi girare ad ammirarla per un ultima volta prima di separarsi per sempre. Evaporata la sagoma del treno la vidi, splendente in quella sera di sole stelle, fra le braccia di un uomo alto e visibilmente in salute, che la baciava come in quelle scene da film romantico americano... Solo lì mi resi conto che il vento era tornato a soffiare come non mai su di me, la piccola scintilla che faticava a venir fuori dall'accendino ora non riusciva neanche ad uscire. Decisi lì in piedi da solo che sarebbe stata l'ultima volta che interrompevo il flusso di quel vento gelido e rinfrescante. Strappai dal mio taccuino il suo ritratto e lo lasciai librare tranquillo nell'aria senza neanche guardarlo e mi diressi verso l'uscita. Non mi voltai mai indietro, senza sapere che il foglio era finito direttamente nella borsa di lei, non mi sarei preoccupato di nulla. Entrai nell'ospedale per la mia ultima visita prima della diagnosi dell'ultimo stadio e sorrisi; almeno avevo recuperato il mio ritardo e potevo pagare il conto alla vita.

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Tella ha votato il racconto

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Alma R. ha votato il racconto

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Bruno Magnolfi ha votato il racconto

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La coscienza esatta di quello che per qualcuno si mostra come essenziale, e che per altri è nulla, solo una sciocchezza. L'esistenza, così come è stata concepita dalle origini.Segnala il commento

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anitram04 ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Cecilia7505 ha votato il racconto

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di Andrea Antotrogo

Esordiente
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