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Narrativa

Lo sguardo di un cane

Pubblicato il 09/09/2019

Il vecchio fido non correva più come un tempo. Era stanco. E quei suoi occhi, non più vispi come quelli di un cucciolo, racchiudevano il peso di un antico legame tra bestie proseguito nel bene e nel male.

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La spiaggia era libera, quella tranquilla domenica di fine estate. La brezza, leggera, saliva dal mare e livellava la sabbia. Era un segno inequivocabile, chiarissimo: quel vento fresco, leggero, aggraziato, portava via con se quel poco che restava della bella stagione. In quella calma piatta, un cane scorrazzava sulla spiaggia. Correva, avanti e indietro, avanti e indietro, ma non più come un tempo. Aveva una certa età, e nonostante ciò l'istinto lo spingeva ad esplorare quel luogo che pur aveva vissuto per così tanto.

Un legno, una bottiglia, una ciabatta dimenticata. Andava alla ricerca di tutto, si divertiva a fare il segugio, a riesumare inspendibili tesori da quella fine sabbia. Tutte le operazioni di ricerca e scavo erano costantemente supervisionate da due occhi umani, indiscreti e lontani. Occhi che lo avevano visto crescere, e che si erano poggiati su di lui sin dai primi istanti della sua vita.

Ne erano passati di anni, da quando quella piccola creaturina non faceva altro che gemere dal fondo di un cartone sudicio sul bordo di una strada. Quel cucciolo era il meno vivace, stava fermo nel suo angolino in attesa di conoscere il suo destino. Fu un'attimo, un'istante, il tempo di uno sguardo per far scattare una piccola scintilla.

Da randagio qualunque qual'era, divenne membro di una famiglia. Non più uno scomodo cartone, ma un bel cuscinone imbottito. E giochi, e cure, e attenzioni. Da ché non aveva niente, ha avuto tutto. Sarebbe finito a mangiare scarti dalla spazzatura abbandonata per strada, e invece può permettersi di fare lo schizzinoso anche col cibo. Un lusso, un vezzo, al quale nessuno dava peso.

Eppure, quei due occhietti marroni portavano un fardello enorme. Un macigno, marchio indelebile di una stirpe, che anche il più viziato dei cani porta con se nel profondo luccichio del suo sguardo. Lo stigma dell'abbandono, delle violenze, dei soprusi. Millenni di sofferenze, antiche e moderne, a danno di una bestia che così bestiale non è. E quanti con quello stesso sguardo non hanno mai avuto ascolto. Mai avuto scampo.

Pensava a tutto questo, mentre vedeva il suo cane correre libero sulla spiaggia. A come era arrivato fin dentro la sua casa. A come aveva cambiato tutto. E ci pensava ogni qual volta il suo sguardo si incrociava con quello della bestiola, dopo un pasto, una corsa, una passeggiata o i bisogni. Uno sguardo che non faceva altro che esprimere affetto, e che chissà quante volte era stato ricambiato bruscamente.

Il cane si riavvicinò ai gradoni. Era stanco, voleva tornare a casa. Aveva sete. E poi, il vento non gli era mai piaciuto, lo intimidiva. Non si era mai abituato. Non era più un randagio, non era fatto per vivere all'aperto, e desiderava il suo angolino: non più in un cartone, ma tra quattro mura. Quel profondo malessere lasciò il passo alla gioia del rientro a casa, alla felicità di rivedere tutti nonostante la breve assenza. E la brezza, leggera e piacevole, spazzò via quei brutti pensieri.

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Barbara ha votato il racconto

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Frazak ha votato il racconto

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Non ho colto il senso del racconto... Dovrei forse rileggerlo.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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di FraPla

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