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Narrativa

Lo studio

Pubblicato il 19/09/2020

Descrizione dello studio della mia vecchia casa.

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L'ufficio di mio padre lo chiamavamo studiolo, era piccolo e stretto, mi sa che era stato pensato come un grosso ripostiglio, ma all'evenienza venne coperto di carte e dal pc, così babbo si spostò in quella stanzetta.

Chiudeva sempre la porta dietro di lui, sbatteva con forza, non per rabbia, ma perché il meccanismo funzionava male e questa finiva sempre per restare socchiusa. Ogni volta che entravo lo vedevo con le dita sulle tempie, nell'atto, per lui tremendo, di pensare. Sembrava importante, ecco. Era impressionante vederlo curvo, nella sua altezza su quella scrivania bassa e rigata, che sotto era coperta di figurine e scritte dei pennarelli. Se lo si richiamava sbuffava dalle narici, e come il behemoth, alzava lentamente la testa verso il disturbo, con le sopracciglia, e si metteva ad ascoltarti. 

Lo si poteva sentire per ore parlare con i clienti più svariati e una cosa che mi riempì di orgoglio fu che usava sempre lo stesso identico tono per ogni persona. La sua voce non si crinava di fronte al capo, non si addolciva con clienti e sottoposti, restava chiara, squillante, con un leggero accento milanese che, una volta che lo si notava, incominciava a dare fastidio.

Poi passavano ore intere nel silenzio più assoluto, forse era al telefono, forse scriveva, non capii cosa fossero quelle pause per molto tempo.

C'era una grande libreria di fronte a lui, ti si apriva imponente di fronte non appena entravi, c'erano libri di economia, c'era Freud. Sul lato opposto vi era una mappa geografica, una copia di quelle vecchie, in cui l'America del Sud era un mostro scomposto e l'Australia solo un abbozzo.

A volte lo sentivo che si staccava dal lavoro e andava al pianoforte, lì vicino alla porta socchiusa. Babbo resta un ottimo pianista, ha fatto il conservatorio,all'epoca si ricordava sempre meno operette, ed evidentemente non aveva voglia di stamparne altre. 

Una volta, in giardino, mi capitò di guardare dentro la finestra che dava sul suo studio, e la visione cambiò per sempre la mia idea di babbo. 

Stava dormendo.

I lunghi momenti di silenzio non erano l'ascolto di telefonate, o la scrittura di lunghe lettere infuriate, no: erano semplice sonno. Per me fu come scoprire che tradiva la mamma.

Restai a guardarlo, babbo dorme con gli occhi semiaperti, come me, e poi spostai lo sguardo verso la porta. Lì, appesa alla maniglia, stava la sua sacca da ginnastica per la corsa, nessuno la vedeva normalmente, perché la porta sbatteva contro il muro quando la si apriva. Era una sacca ridicola, con le stringhe gialle e tutto il resto di un rosso acceso, sembrava che Ronald Mcdonald si fosse messo a fare jogging. 

La libreria, in quel momento mi sembrò disordinata, mal organizzata, il lavoro di una persona che aveva letto poco. I fogli sulla scrivania, forse a caso, il pianoforte coperto da un panno, ci aveva appoggiato sopra il giubbotto. 

Mio padre ha sempre avuto due lati, nessuno dei due gli venne mai particolarmente bene, uno era serio, lavoratore, adulto, l'altro scherzoso e leggero come un areoplano di carta.

Forse era troppo giovane quando mamma rimase incinta, forse non era il momento adatto, forse avrebbero dovuto aspettare.

In quello studio, babbo non ci va più, non gli serve, va solo a pesca, e io quando rientro non posso fare a meno di vedere che lui quella doppiezza l'ha passata a me.

Io, purtroppo, non so nasconderla bene quanto lui, e mi capita di deludere, oh mi capita spesso, per me ogni volta è una coltellata nel fianco. Forse è per questo che non ho mai detto a babbo che sapevo delle sue dormite, forse perché decisi che quelle pause se le meritava.

 Oggi nel mio studio ho appeso la mappa geografica, mamma era contentissima che la portavo via, che occupava solo spazio. Quando la guardo penso a quanto ancora dovrò esplorare di me e di me stesso, sulla mia barchetta, che credevo fosse un vascello, ma ultimamente mi sento in mano i remi.




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Franco 58 ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Bellissimo questo ritratto di sè e dell'altro, la scoperta della difformità tra ciò che crediamo di conoscere e ciò che ci sorprende. La similitudine dei diversi, senza giudizi, spiegazioni, rammarichi. E, infine, la consapevolezza di sè Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Marco Verteramo ha votato il racconto

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Vai oltre quel che scriviSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto molto. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Molto belloSegnala il commento

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di Melquiades

Esordiente
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