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Narrativa

Loro

Pubblicato il 23/05/2020

Esercizio assegnatomi a un corso che sto affrontando, è la riscrittura di una famoso racconto breve.

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Spesso mi chiedono se io e mia figlia siamo sorelle e non è per semplice cortesia. Conti alla mano, io e mia figlia potremmo davvero essere sorelle dato che ho solo dodici anni più di lei.

Quando ero in seconda media, loro arrivarono in paese. Arrivarono in gruppo, per lavorare nella grande azienda di piastrelle in fondo a Via Gramsci. Papà aveva preso a camminare nervosamente per la casa e ci diceva di stare lontane, che erano ignoranti e animali, e che mettevano nei guai le ragazze. Dopo la scuola, per tornare a casa, io e le mie sorelle passavamo davanti al Bar Mulino che era diventato il loro ritrovo. A volte ci salutavano o allungavano le braccia per prenderci per i capelli. Noi imparammo a cambiare marciapiede. Solo la Gilda, che era la più grande e la più oca, si voltava per guardarli. O addirittura si piegava a raccogliere qualcosa e faceva vedere le gambe. E io, che fra tutte ero la più timida, arrossivo e ficcavo la faccia fra i libri.

Un martedì uscii da scuola e non so cosa mi spinse a non prendere Via Gramsci. Forse perché ero da sola e non volevo farmi disturbare da quella gente. La prima volta che lo vidi, lui era appoggiato al cancello di villa Freto e fumava. I suoi occhi si alzarono su di me, appena, e poi risprofondarono subito nei suoi jeans sporchi di unto e in quelle scarpe grosse e nere con i lacci. Era senza maglia, e io, per vergogna, girai tutta la faccia verso il parco, nel passargli accanto. Lo vidi una seconda volta e nemmeno quella volta so cosa mi prese. Fui io a rivolgergli la parola.


La prima persona a cui lo dissi fu mamma. Afferrò il labbro inferiore tra indice e pollice e lo piegò a v. Poi lo dissi a Gilda, che non l’aveva mai fatto prima, e il suo unico pensiero fu quello di farsi spiegare tutti i dettagli tecnici della cosa. Il giorno in cui papà lo venne a sapere fu sul punto di ammazzarmi. Afferrò una bottiglia per il collo, come faceva con le galline, e mi venne incontro con gli occhi cattivi, ma madre e le sorelle si misero fra noi e così non gli riuscì di spaccarmela in testa. La seconda cosa che fece fu quella di tentare di estorcermi quel nome dalla bocca. Non dissi nulla. Dopo circa un mese sembrava essersi arreso e anche a casa si respirava un’aria più serena. Avrei avuto il bambino e tutte, mamma e sorelle, mi avrebbero aiutato a prendere il diploma magistrale. Ma io lo vedevo che non era più papà.

Un giorno di maggio mamma tirò fuori le bici dal garage perché andassimo a comprare qualche tutina. “Quello nasce,” sbottò “e ‘sta qua pensa solo alla scuola.” Papà annuì e disse che sarebbe andato a lavorare alla porcilaia per sistemare le travi marce. Non so cosa mi sia preso durante il tragitto ma capii che a quelle travi si voleva appendere e così girai la bici e pedalai fino casa come una matta, con le cosce che battevano contro il pancione. Quando aprii il vecchio portone lui si girò di poco, mi guardò i piedi, senza salire oltre, e mi disse: “Va via, per piacere.” Lo raggiunsi, lo abbracciai, ma lui mi spinse via per continuare a brigare con quel nodo. Gli dissi di guardarmi ma lui teneva gli occhi sempre bassi e questo mi faceva paura. Gli tirai via lo sgabello dai piedi, urlai. “Vai via, per piacere,” ripeté. Allora feci una cosa che mai mi ero sognata fino a quel momento. Mi tolsi il giacchino coi nastrini che mi aveva fatto nonna e, vedendo che il suo sguardo si alzava, continuai. Mi tolsi la maglia e rimasi lì, con la pancia di fuori a farmi guardare. Dopo un paio di secondi lentissimi e silenziosi lui sospirò forte, come quando accettava di portare mamma al cinema, buttò la corda a terra e uscì dalla porcilaia. Mentre camminava, col sole in faccia, dandomi le spalle, io sentì mia figlia scalciare.

Spesso, quando vedono papà insieme a mia figlia, gli chiedono se è sua. Allora lui alza lo sguardo, sorride e dice che potrebbe esserlo. “Mia, sua, loro – che importa,” dice, e allora le persone aggrottano la fronte e prendono a guardare in aria, come farebbe chiunque di fronte a un’affermazione molto stramba.

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Commenti degli utenti

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Stefano Adesso ha votato il racconto

Esordiente

Molto buono. Mi piace la libertà con cui salti alcuni passaggi teoricamente fondamentali (il rapporto, il concepimento) caratterizzando i personaggi attraverso momenti altrimenti marginali. Complimenti.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

È bello, secondo me: e hai fatto benissimo a non "citare" l'originale. Quello che importa, per noi lettori, è leggere la "tua versione ". Qualunque "fiction" , anche la più "fantasiosa" trae origine dal nostro bagaglio: che sia "esistenziale" "immaginario" o un "rifacimento" ha poco importanza, per chi legge. La realtà supera "sempre" la fantasia... soltanto fino a quando la fantasia e la nostra capacità di immaginazione non se se sono nutrite abbastanza, tanto da costruirne una propria, altrettanto reale, credibile e necessaria... Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Barbara ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Funziona, mi sembra, anche se non conosco l'originale, quindi è difficile esprimermi sul valore della riscrittura, esercizio utilissimo cui anche io mi sto dedicando.Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Esordiente

Mi piace. Se ho capito il racconto, ottima riscritturaSegnala il commento

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Catemilia ha votato il racconto

Esordiente

Trovo sia scritto benissimo! Cosa significa esattamente che è una riscrittura?Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Esordiente

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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Pennina bianca ha votato il racconto

Esordiente
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di Lisa M.

Esordiente