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Narrativa

Luce

Pubblicato il 23/05/2018

Quello che Anna sta vivendo è un lasso di tempo infinito di soli 7 minuti.

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Accidentalmente spensi la luce della camera da letto che dà al balcone posteriore della mia nuova abitazione.

A strapiombo mi lascio trasportare tra le braccia di Morfeo e dai suoi più insulsi contenuti onirici.

Sesso. Droga. Ossessioni.

Fobie.

Fantastico di trovarmi al centro commerciale in Via Coppi 43, vicino all’Ospedale di Garbuglia.

Una massa collettiva di individui non si comporta come una singola persona e provare a prevedere il comportamento di ognuno, mi porta ad un’inconfondibile perdita di controllo incombente.

Una semplice, tranquilla, pacata processione di nonni che comprano il gelato ai nipotini mentre, al contempo, loro schiamazzano e attirano l’attenzione su di loro, indicando l’omino che sorregge con la mano destra, una sfilza sconsiderata di palloncini colorati.

Uomini che si siedono e si alzano continuamente dalle panchine plastificate per correre dietro alle frivolezze delle proprie partner che, risolute, cominciano ad incalzare il passo per dirigersi verso il negozio di abbigliamento nell’angolino, in fondo a destra, che nessuno avrebbe visto mai.

Il ragazzo solitario che ha appena comprato un libro con il buono sconto scaricato da Internet della Feltrinelli, si siede sull’unica sedia libera del Bar 30 e sorseggia un thè con dei pasticcini al cioccolato.

Omini colorati che, senza apparenti pensieri, si muovono tra un corridoio e l’altro, senza osservare, né immedesimarsi sulle possibili catastrofi che potrebbero accadere, se accidentalmente, si verificasse un incendio, un terremoto, un maremoto.

Una marasma di schegge che trottolano come palle perse in tutte le direzioni.

Mi presento sono Anna e sono quella lì infondo. Quella che la folla la vive come una divinità maligna in grado di spegnere le energie. Un ostacolo imminente. Una paura insormontabile. Lo specchio selvaggio che racchiude tutte le insicurezze.

L’uscita di sicurezza ai miei piedi, ma il mio ventre immobilizzato, congela ogni mia possibile mossa.

Al centro esatto della scena del “crimine”: sul trivio che interseca i corridoi infiniti di sagome oscurate da luce fioca, ci sono io. Un abbaglio illumina il mio viso. Il mio corpo che si sgretola fino a sentirsi svenire.

Un cuore isolato che scoppia. Respiro corto. Fastidio al petto.

Impazzisco. Sto per morire imminentemente, senza che nessuno possa rendersene conto.

Chi avviserà Milo?

Formicolio.

Vampate. Brividi.

Derealizzazione. Depersonalizzazione.

Ipertensione. Parestesia.

Un’angoscia terrificante infinita durata appena 7 minuti.

Spalanco gli occhi. Mi tamburello il viso per accertarmi di essere viva. Mi mordo il labbro inferiore fino ad assaporarne il dolore che ne deriva quando i denti lo afferrano in maniera inconsueta.

Urlo e mi sintonizzo con il miagolio dei gatti dello zio Gino.

Mi graffio compulsivamente il polso destro fino a quando il mio sangue finalmente scorre imperterrito come un fiume in piena su tutto il braccio. Sporco il lenzuolo bianco opaco della nonna Maria.

Indosso un inappropriato sorriso.

Sorseggio dell’acqua che ripongo accanto al comodino nuovo di zecca.

Mi riassetto il berretto beige, infilo delle calze coprenti bianco candido e la camicetta a pois che tanto piace a Milo. Raccolgo i capelli sudati in un morbido chignon spettinato.

Apro la porta di casa con un’apparente calma. Tiro un lungo sospiro di sollievo.

Il vento solleva delicatamente la gonna in voga negli anni '60/'70, in tessuto stampato stile floreale, che esalta la mia femminilità indiscussa.

Mi sento viva.

Mi sento leggera.

Mi presento, sono Anna. 

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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di Mikol M.

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