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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

"Luce nel buio"

Pubblicato il 04/09/2017

Una donna corre lungo un vicolo buio, fugge terrorizzata, mentre un uomo disposto a tutto la sta inseguendo. Ma perché lo sta facendo? Riuscirà a salvarsi? Domande che troveranno risposta solo quando la protagonista sbucherà in una strada... dove ogni tassello del puzzle troverà il suo posto...

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"LUCE NEL BUIO"

Il panico irrigidisce le ossa, i muscoli non rispondono, l'aria brucia nei polmoni e appanna la vista, la nausea cresce incontrollata. Ma non posso fermarmi. Non ora. Manca poco. Vedo la luce, in fondo al vicolo buio.

Non oso voltarmi. Non servirebbe. Lui è lì, lo so. Lo sento. Il passo veloce, deciso, più composto del mio. Ma la luce è più vicina e con essa le voci. Diverse voci. Di adulti, forse anche bambini. Si, le sento! Non si tratta di un sogno! Il cuore batte più veloce e la speranza mi avvolge col suo caldo tepore, un tenue raggio di sole che penetra per un attimo l'oscurità.

Una voce si fa improvvisamente più forte, sì, è un bambino, ne sono certa! Sorrido, annuso la libertà, mentre lacrime di speranza si mescolano al sudore del mio volto.

Lui non desiste. Sento ancora i suoi passi, adesso forse più vicini, ma la luce è lì, sempre più grande. Poi, il buio di colpo scompare, rimango folgorata dalla forza del sole che d'improvviso mi acceca. Pochi secondi e la vista si abitua. Soffoco un grido di sollievo. Tutte quelle voci udite poco prima, ora trovano una risposta. La strada in cui sono sbucata è piena di persone. Ognuna intenta nei propri pensieri e lavori. Alla mia sinistra un cuoco, impossibile non riconoscere il lungo cappello bianco che è solito indossare, poi un altro signore, forse sulla quarantina, vestito completamene di bianco e alto almeno quanto la trave di legno caricata sulle forti spalle. Più in là, sullo stesso lato, una donna voltata di spalle, i capelli raccolti forse in uno chignon e un piccolo uomo che sembra fissarmi. Davanti a me invece un ragazzo dal portamento molto distinto, sicuramente un sotterfugio per apparire più uomo di quello che potrebbe realmente essere e lì vicino un sacerdote, l'abito talare nero, lucido, come se indossato per la prima volta, i folti capelli marroni e mossi che fuoriescono dalla papalina cadendo sulla spalle, come un impetuosa cascata che si abbatte sulle rocce. Il palmo è aperto, forse saluta qualcuno, ma qualcos'altro cattura la mia attenzione. Una piccola pallina rossa rotola a pochi passi da me. Si ferma. Un bambino si china e prova a raggiungerla con il suo bastone azzurro che culmina con un duro cappio, forse un racchettone, ma più simile per forma a uno specchio. Uno specchio che riflette tutta la spensieratezza e la pace di quel momento: l'innocenza di un bambino. Innocenza che avverto, anch'io. Mi riempie le narici, arriva fino al cuore, soffoca qualsiasi altra emozione provata. Chiudo gli occhi, inebriata.

Poi, è un attimo.

Una mano mi afferra veloce il braccio sinistro, stringe forte, fino a farmi male. Non faccio in tempo a reagire. Una seconda mano preme sul mio addome, inizia a scivolare lungo la gonna. Si ferma, aggrappandosi alla coscia nuda.

È lui. Mi ha raggiunta. Rimane dietro di me, preme il suo corpo contro il mio. Ogni secondo che passa è un brivido che scava fin dentro le ossa. La pace di appena qualche secondo prima sembra ormai solo un lontano ricordo. Il panico torna sovrano. Tremo. Cerco di accucciarmi, ma lui me lo impedisce, rinforzando la presa. Provo a scappare, ma rimane solo l'idea. Il corpo è debole, non risponde, i muscoli non hanno più energia, immobilizzati dalla paura. Lui appoggia lentamente il volto sul mio collo, sento la sua pelle sudata, il suo respiro affannato, sono inerme, in balia di ciò che non so che accadrà. E che ormai non potrò più impedire.

Avverto i suoi battiti, veloci, forti. Mai quanto i miei. Il cuore è arrivato in gola, sembra dover scoppiare da un momento all'altro.

"Eccoti, finalmente ti ho presa."

È la goccia che fa traboccare il vaso.

Urlo, grido come mai in vita mia, l'istinto di sopravvivenza ruggisce, raccolgo le forze residue e inizio a dimenarmi. Niente. La sua morsa è d'acciaio.

Poi, un illuminazione. Una lama che attraversa l'oscurità. Torna la speranza. Ricordo dove sono. La strada, le persone. Mi hanno sentito! Hanno visto tutto! Sento nuove lacrime, stavolta di gioia, scavare le mie pallide guance. Alzo di colpo la testa, non è finita! Osservo tutti, uno ad uno: il cuoco, la donna, il piccolo signore, l'uomo vestito di bianco, il ragazzo distinto, il sacerdote, il bambino.

Questione di attimi e si volteranno, mi verrano a salvare, l'incubo si concluderà!

"Ascoltami."

Lui mi parla, io non lo sento. Non mi interessa. Le sue mani strette sul mio corpo non sono più pesanti come prima.

Di nuovo osservo tutti. E attendo. Attendo.

Il tempo passa, i secondi lentamente diventano minuti. Non succede nulla. Le persone continuano a svolgere le loro attività, il bambino rimane sempre con lo sguardo basso. Nessuno mi guarda. Nessuno sembra accorgersi di me.

Urlo di nuovo, con tutto il fiato che ho in gola, mentre la paura raggela le vene.

Niente.

"Ascoltami, ti prego."

Non posso crederci. Nessuno è interessato a ciò che mi sta accadendo, l'indifferenza regna sovrana. Perfino il sacerdote, un uomo di chiesa, fa finta che non esista. Come se niente stesse accadendo per davvero. Tremo. Ancora.

"Ti prego, ti supplico amore mio.."

Qualcosa di caldo e umido bagna il mio collo. Mi volto lentamente, lui è davanti a me. La faccia disperata, gli occhi pieni di lacrime.

E poi, improvvisamente, ricordo tutto.

La sera, l'incidente insieme, il buio.

Sollevo una mano, gli accarezzo una guancia, commossa.

"Jonathan... sei proprio tu?"

Lui non risponde, l'emozione è troppo forte. Trascorrono diversi secondi prima che riesca a prendere parola.

"Finalmente... mi hai riconosciuto..."

Sorrido.

"Ma certo amore mio."

Tutto è chiaro. Jonathan mi guarda, gli occhi pieni di amore per me, come sempre. Per tutta la vita. Per ogni secondo che ci siamo amati.

"Sei riuscita ad accettarlo."

Acconsento in silenzio.

Mi porge una mano, sorride.

"Adesso possiamo tornare a casa."

Mi volto indietro un'ultima volta, a fissare ancora quelle persone. La loro indifferenza non mi spaventa più. Osservo Jonathan, gli stringo la mano, decisa.

"Si, torniamo a casa amore mio."


Una lieve brezza accarezza la fronte del bambino. Distoglie la sua attenzione dalla piccola palla rossa, alza lo sguardo, si volta verso il vicolo buio. Fissa il vuoto per qualche secondo. Un tenue sorriso compare sul suo volto.

Poi, torna a giocare.

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Emanuela Frassinetti ha votato il racconto

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rabolas ha votato il racconto

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Valentina Bolzacchini ha votato il racconto

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Lady Nadia ha votato il racconto

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di Massimiliano Gradante

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