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Avventura

Lupo Basket

Pubblicato il 12/04/2020

Sogno di una notte di mezza primavera e totale ignoranza dello sport.

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Il più giovane prendeva grandi sorsate dalla borraccia, sbrodolandosi tutta la maglietta viola. Il campetto dell’oratorio era illuminato solo dalla luce dei giocattoli da spiaggia di bassa qualità, così che più che una distesa vagamente erbosa in un paesino di provincia, pareva una data notturna del Jova Beach Tour. C’erano decine di palle di plastica fosforescenti raccolte in una rete appesa ai lati del canestro. Quel tipo di articolo petrolifero e poco atto che attira sempre l’attenzione dei più giovani. Erano dieci, e stavano infilando le braccia lunghissime e coperte di peli bruni nelle pettorine che avevano tolto dai borsoni. Viola per i residenti, gialle per gli ospiti:

- Allora siamo d’accordo. Chi vince si prende Roma, Europa, Garibaldi.

Fece il più grosso. Si chiamava Alessandro, e di giorno faceva l’autista dello scuolabus. Fece schioccare le articolazioni, lasciate scoperte dal tessuto viola, e il formicaio di tatuaggi solo in parte offuscato dai peli rossicci scorrazzò per tutto il suo corpo, cantando come uno sciame di cicale.

- Sembri molto sicuro- fece uno molto più basso, che invece indossava una maglia gialla- non è che ci nascondi qualcosa come Cristian l’ultima volta?

- A lui l’abbiamo già radiato, che non si gioca mica come fa lui- scattò Emilio. Era bidello alle medie, e aveva sempre i nervi sporgenti.


Cristian era stato espulso dalla Prima Squadra Ufficiale di Pallacanestro Mannara, I Latrati, il mese precedente, con grande sdegno dei compagni e della comunità sportiva. Durante la semifinale, aveva staccato le braccia a morsi a tutti gli avversari. A sostituirlo, era intervenuto il piccolo Mattia, studente presso il liceo artistico reclutato in fretta e furia. Era nuovo nell’ambiente, la cicatrice d’ammissione sanguinava ancora sulla guancia:

- Dai, Matti, facciamogliela vedere!

- Grinta, eh, piccolo!

- Se provano a marcarti mira al cavallo!

Furono i maldestri tentativi di motivarlo da parte dei più grandi, come benvenuto.


La verità era che a lui della pallacanestro non fregava niente. Del problema dei territori tra i branchi, non gli importava nulla. Se almeno si fossero sbranati come ai vecchi tempi, avrebbe avuto qualche possibilità in più. Ma il regolamento vietava i morsi da quasi dieci anni, ormai.


Palla agli avversari, Alessandro aveva placcato subito, e s’era impossessato della sfera lampeggiante. Ululando selvaggio, si era portato verso il canestro, schiacciando la grossa palla bianca nel cestino malandato. E poi era successa una cosa curiosa.


Di solito, le partite di basket tra i branchi di mannari si svolgevano nella quiete estiva. Raramente c’erano temporali, o altre condizioni avverse. S’era fatta da poco, però, una nuova regola riguardo l’attrezzatura di gioco. La palla da basket che avevano usato con tanta foga sino ad allora, era stata completamente distrutta dagli artigli dei più aggressivi. Per giocare, quella sera, avrebbero usato niente meno che la luna stessa.


Alessandro l’aveva staccata dal cielo come un’arancia matura, e aveva fatto qualche palleggio di prova. Andava piuttosto bene, anche se ogni volta che toccava terra, un’onda gigantesca si abbatteva dalla costa a centinaia di chilometri sull’erba sempre verde del campetto. Per questo motivo, le divise dei giocatori erano impermeabili. Correva voce, tra le squadre ufficiali della federazione, che nel 1966 l’intero team Los Lobos, il quale aveva ideato lo stesso stratagemma dacché aveva completamente disintegrato la palla, era stato spazzato via da uno tsunami. Tiravano troppo forte. La luna era stata bandita per decenni da allora, finché dopo anni di lettere di scuse, era stata riammessa dal regolamento, poiché gli effetti collaterali verificatisi erano da imputarsi per intero ai Los Lobos stessi, i quali, dopo attento controllo, risultarono positivi all’antidoping. Si erano rinforzati con trasfusioni di sangue di orso, allora tecnica molto in voga per barare e gonfiare le prestazioni. 


La partita di quella notte offriva una possibilità unica. Una novità del genere avrebbe cambiato il loro stile di vita. Roma, Europa e Garibaldi, non erano, come credeva il piccolo Mattia, le vie del paese che avrebbero permesso l’espansione del territorio della squadra vincitrice, ma gli indirizzi di tre graziose fanciulle portatrici sane del leggendario gene della tigre, proveniente dall’oriente, e grandi tifose di basket. Un incrocio del genere avrebbe portato al potenziamento spropositato della squadra, e avrebbe garantito prosperità e prestigio. Era per questo motivo che la partita aveva un sapore così importante per i suoi compagni. Lui, però, non poteva capirlo.


Le aspettative erano alte, lui era più giovane, veloce, doveva saltare alto e fare canestro, e no, non si poteva mica sbagliare e guai se faceva canestro dal cerchio del punto singolo, o dall’anello dei due punti. Tre. Sempre e solo dall’anello dei tre punti, come quelli di sospensione nei temi...


Lui aveva corso davvero forte quando aveva preso palla, tanto che gli era arrivata un’onda addosso che lo aveva quasi spazzato via, ma proprio quando stava tirando, era successa la cosa. La dentiera gli era rimasta attaccata alla gamba. Quest’ultima, invece, era cascata sul pavimento. Mattia crollò a terra come una giraffa con la gotta. E fu allora che dalla luna rimbalzata fuori campo si avventò un maroso imprevedibile, tanto strambo che nessuno poté fare qualcosa. Era un vomito bianchiccio, un’esplosione di creato, si versò come uno yogurt sui bue branchi contendenti, travolse in pieno l’autista, e poi il bidello, li spazzò fuori dal gioco, sollevò altri corpi in un’ondata.


Mattia era senza gamba, colorava l’onda ed ululava, mentre, trascinato, navigava verso casa. Accanto a lui c’erano gli altri, che berciavano e imprecavano. La sua squadra aveva perso, la partita era truccata, da sospendere, da continuare, chi lo sa...


Quando atterrò, fu su una spiaggia bianca, senza mare. Era invece piena di castelli e letti sdraio, diversa da come ricordava dai servizi alla TV. La tela della seduta era a righe gialle e blu, e un piccolo Mojito languiva poco accanto. Era atterrato sulla testa, affondando nella sabbia, e fuori all’aria, per modo di dire, era rimasta la sua scarpa da ginnastica rossa, mossa avanti e indietro come la testa di un piccolo pellicano coperto di peli bruni. Proprio in quel momento passeggiava sulla sabbia una lunatica vecchina, curva seppiagatta dalla pelle bianca. Era un grosso gatto nudo con quattro tentacoli da calamaro come zampe, e un quinto -quello più lungo e sottile con l’estremità più larga- faceva da coda. Eppure lo chignon, che avrebbe voluto essere un cigno vero, ma quelli si trovavano solo sul lato sbagliato della luna, denotava un certo grado di cultura ed intelligenza emotiva e vittoriana. Infatti afferrò saldamente la caviglia di Mattia e tirò con grande forza, considerando che i suoi muscoli non erano supportati da uno scheletro. Una volta dissotterrato il giovane, che si scrollò tutta la sabbia di dosso, cercò di metterlo nel verso giusto, nonostante la stabilità fosse stata compromessa:

- Cosa ci fai qui giovanotto?

Domandò con voce querula e dolce al tempo stesso:

- Non è esattamente la spiaggia che speravo di trovare...

L’anziana inforcò gli occhiali da sole, perché, non si era capito, si era dalla parte illuminata della luna:

- Non devi preoccuparti di questo. Nella nostra esistenza non sappiamo mai come andranno le cose. Una volta non sapevamo nemmeno quando sarebbe finita la quarantena, decreti su decreti, giorno dopo giorno, e queste incongruenze che a me mi mandano al manicomio, sai? Ancora non so se dovrò ricominciare il quindici o il sedici... tu cosa dici?

- Dico che non ho capito niente...

Ma la vecchia era già passata oltre, urtandolo leggermente e mandandolo gamba all’aria ancora una volta. Sembrava non avere più peso, e rimbalzò ancor meglio del satellite con cui aveva palleggiato per mezz’ora. Atterrò sulle mani, tirandosi un po’ su, e si puntellò con l’asta di un ombrellone per il sole che aveva trovato lì accanto. C’era anche una sdraio libera, e un libro abbandonato sul cerchio di legno che circondava il palo dell’ombrello, a far da poggia oggetti. Preso di stanchezza, si adagiò la sdraio e si distese, con il libro a far da schermo sulla faccia, che non aveva mai con sé gli occhiali scuri. Cadde in questo modo, in un sonno leggero e venato di visioni.


Era coraggio, era campione, era un capobranco, non gregario. Era lì in prima fila a lanciare la palla con entrambe le braccia verso il canestro che si protendeva verso di lui come un serpente affamato e l’anello di ferro di allargava di tre metri man mano che si avvicinava e faceva centro al primo colpo, la tigre era sua, già ammirava il manto con le carezze dell’erba alta nel campo e il frinire dei grilli...

- Sveglia sveglia, piccolo!

Era Emilio, torreggiava su di lui con un asciugamano a penzoloni sul collo, la borraccia vuota tra le mani lunghe e callose:

- Che succede?

- Abbiamo perso. E di brutto, anche. Siamo la vergogna della federazione.

- Mi dispiace.

Mattia si tirò su a sedere. Non riuscì a guardare l’amico negli occhi.

- Non ti devi preoccupare, tu hai fatto del tuo meglio. Verrà il tuo momento.

Non sono tagliato per queste cose, pensava Mattia, mentre si scrollava la sabbia bianca di dosso. Sulla spiaggia c’erano tutti gli altri lupi che si scambiavano strette di mano, si scattavano foto e autografavano magliette. Qualcuno rimpiangeva di non essersi portato dietro la tavola da surf, ed essersi fatto un selfie durante l’alta marea che gli aveva fatto da corriera. Si avvicinò agli altri compagni, un po’ imbarazzato, ma loro erano contenti lo stesso, perché non si era tirato indietro, anche se negli ultimi minuti, quando avevano cambiato campo, aveva giocato in maniera distratta, come un sonnambulo. Non gli importava. Era tutto finito, ed era dentro. Era uno di loro. Mentre i licantropi si scambiavano apprezzamenti sulle tattiche di squadra e rinfacciavano le conquiste dei territori e il potenziamento dei branchi, una palla blu con qualche striscia gialla urtò il polpaccio di Alessandro.

- Scusate...

Era la signora gatto-seppia di prima, ora accompagnata da altre cinque ragazze molto più giovani e incredibilmente alte. I lupi si bloccarono impietriti.


- Vi abbiamo visti giocare, prima, non siete male... Abbiamo una proposta...


Le altre gatte-seppie si allungarono, fino a raggiungere un’altezza di cinque metri. La più giovane protese un tentacolo, recuperando la palla azzurra e gialla, con un pezzo tutto bianco alla base. Sorrise verso Mattia e gli fece l’occhiolino.


- Il patto è questo: se vincete, tornate a casa. Se perdete, diventerete voi il pianeta satellite...

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Bellissimo, mi era sfuggito Segnala il commento

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SteCo15 ha votato il racconto

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La fantasia al potere!Segnala il commento

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Major Tom ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Visionario assai... e non è pocoSegnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Mauro Bertoli ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Sono d’accordo con Palu, sul senso di diversità e/o inadeguatezza. E forse leggo anche precarietà, e l’instabilità del vivere (a volte capriccioso e gigantesco e imprevedibile) in quelle onde da rimbalzo di luna. E anche una contrapposizione tra il duro vivere (i duri mannari) e il morbido sogno (la vecchina senza ossa). Chissà chi sono i Los Lobos Segnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

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Parzialmente distopico. Parzialmente urban-leggendario. Comunque, decisamente visionario!Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

In una ambientazione che si fa surreale durante il racconto ritrovo un tema che penso sia ricorrente nei tuoi racconti: quello della diversità, o forse dell'inadeguatezza (latente o meno) dei protagonisti; indipendentemente dalla veste antropomorfica di volta in volta proposta. Sono dIversi gli spunti interessanti, ma nella fattispecie credo nel finale (patto/scommessa) sia la chiaveSegnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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"Dico che non ho capito niente..." , ma i Los Lobos che giocano con la luna e sono positivi all'antidoping sono semplicemente geniali! XD Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Un racconto fantastico, grottesco, onirico, stralunato, divertente.Segnala il commento

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A. Bibi ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Philostrato ha votato il racconto

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che trip amico mio. Per far canestro sulla luna bisognerebbe avere come canestro almeno almeno la faglia di san AndreasSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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di Lorenzo V

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