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Narrativa

Ma, se...

Pubblicato il 12/07/2019

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Se ne stava fermo al semaforo. Immobile, catatonico, in apparente attesa di attraversare l’incrocio.

Auricolari nelle orecchie, ascoltava una musica che lo aveva portato via da lì e non la sentiva neanche più.

Era finito nella soffitta del proprio cervello, dove cercava di far ordine tra casse di pensieri e ammassi di ricordi. Voleva fare spazio, in modo da permettere a un filo logico di passare, senza intoppi, e collegare in modo razionale e consequenziale gli avvenimenti, le emozioni, i gesti, le parole dette. Ma, ogni volta, le parole NON dette si insinuavano nei suoi ragionamenti; i SE e i MA lo distraevano, e tutto si confondeva nuovamente. Il filo logico, che Francesco faceva nascere ogni volta da una sorgente diversa, come un ruscello si andava ingrossando nella sua mente fino a farsi fiume, passando da questo a quel fatto, episodio, rancore e sfociando, alla fine, in quel mare di merda in cui si ritrovava.

Francesco era ancora fermo al semaforo che alternava ritmico il carnevale dei suoi colori. La gente gli passava accanto, urtandolo a volte, ma lui non si svegliava da quella catalessi. Chi si voltava a guardarlo scopriva degli occhi castani e vuoti, fissi nel nulla, un'espressione ebete.

Francesco, nello spazio isolato della sua mente, si chiedeva se avesse fatto tutto il possibile per evitare che la situazione si deteriorasse fino a quel punto.

Quando avrebbe dovuto accorgersi che i sentimenti di Valeria stavano cambiando nei suoi confronti? Era stato forse dopo quella cena in cui... ma no, non era possibile. La domenica pomeriggio erano stati a teatro, una commedia brillante, si erano divertiti. All’uscita le aveva proposto di restare fuori a cena e, d'accordo, avevano optato per quell'osteria che aveva da poco cambiato gestione. Avevano mangiato bene e lui aveva scelto una bottiglia di Valpolicella Ripasso che aveva accompagnato ottimamente il cibo ordinato. E allora perché il mattino dopo lei sembrava seccata, distante? E perché alle sue domande lo aveva rimproverato urlando che non capiva? "Sei sempre così pignolo. Devi sempre puntualizzare. Mi soffochi..."

No, davvero non capiva, e ancora pensava d'essere stato soltanto premuroso. Ma forse non era quello che voleva lei. E allora cosa voleva? Cosa avrebbe dovuto fare lui? Magari più romanticismo? Un mazzo di fiori senza motivo? Da quanto non le faceva una sorpresa? Ma non aveva più avuto la testa per farlo, preso dalla preoccupazione per la cattiva strada che Angela, la loro unica figlia, stava prendendo da quando si era inoltrata nell'adolescenza. Adolescenza che lui faticava a gestire e, ancora una volta, si era sentito sbagliato e inadeguato quando Angela gli aveva urlato addosso di lasciarla stare, ha ragione la mamma, non capisci un cazzo, sei pesante e... Ma quando Angela era cambiata? Quando aveva smesso di essere la sua bambina che lo chiamava dal letto per la buonanotte e poi gli chiedeva di restarle accanto “per un pochino” e raccontarle “una storia una”? Quando avevano deciso di lasciarlo e tutto aveva cominciato a crollare e si era reso conto di non avere abbastanza braccia da sorreggere il castello che si sgretolava e nemmeno mani così grandi da poter prendere al volo i pezzi della sua vita prima che si schiantassero a terra disintegrandosi insieme al suo cuore? Quando?

Avrebbe voluto ritornare a un anno prima, a quella cena. Anche se non capiva perché facesse risalire il punto di non ritorno proprio a quel giorno. Allora ci riprovava: ripartiva il flusso di pensieri. Ma con l’identica concatenazione di ragionamenti e, ancora, senza che fosse in grado di focalizzare il momento preciso in cui…

Il semaforo imperterrito alternava verde, arancione e rosso in una cadenza immutabile mentre, dall'altra parte della strada, un'automobilista rallentò indeciso sulla direzione da prendere. L'autista del furgoncino che lo seguiva, spazientito, si sfogò sul clacson per una sonora strombazzata di protesta.

L’onda sonora perforò la sottile parete di plastica degli auricolari di Francesco, andando a interferire con la musica, creando l’asincronia rilevata dal suo cervello e facendolo sussultare. Rinvenne all'improvviso dai suoi viaggi mentali e, ritenendo il sollecito acustico rivolto a lui, si avviò a percorrere l'attraversamento mentre campeggiava sul semaforo l'omino rosso dello stop.

L'autobus della linea 5C, un bel esemplare di Iveco elettrico, silenzioso e infido come un dubbio, lo travolse in pieno al primo passo giù dal marciapiede, spedendolo a terra e zittendo finalmente quel malefico lavorio della mente.

Il filo logico che Francesco stava tentando di costruirsi nella mente, ora si andava distendendo in una linea continua e piatta, trovando la via libera, deserta di pensieri, fino a sfociare, stavolta, nel lago di sangue che si allargava sull'asfalto all'altezza della sua bocca spalancata.

Se avesse avuto ancora un filo di coscienza, Francesco si sarebbe soltanto dispiaciuto di non poter dare la buonanotte alla sua bambina quella sera.

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chiara.zanasi ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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di SteCo15

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