Di notte, quando il sonno fatica ad abbracciarmi mi metto in ascolto. Solo silenzio e vuoto a riempire il nulla. Troppo vuoto e troppo nulla. La parte del letto dove dormiva Lui è fredda.

La sua voce è nella mia testa, il suo respiro dentro al mio. Mi capita di sentire il tempo sussurrare nel buio. Parla di come vorrebbe svuotare i pensieri dei ricordi brutti per lasciare solo quelli belli, a intrecciarsi come rami di due alberi amanti.

La solitudine appoggia sulle mie labbra i nostri nomi, la sento sussurrare e poi urlare, mille e mille volte, perché uno di noi due è partito.

Temo che il luccicante nuovo cancelli il vecchio soffuso, che la novità si liberi della familiarità, così come si fa con ciò che si conosce da troppo tempo e non si stima più allo stesso modo.

Ricordo quando i nostri pensieri si toccavano, leggeri e potenti come dita su corde di chitarra.

Era musica quel rapporto di note intessute con silenzi e sguardi di comprensione profonda.

Abitavamo gli stessi spazi, respiravamo abbracciati la stessa aria sofferta per poi ridere, come se la pena di vivere non avesse più presa alcuna su di noi.

Su di me.

A separarci c'è stato però il destino che si veste da tempo che fugge.

Ingrato destino. La necessità di migrare, per trovare lavoro. I debiti da onorare, il bisogno, la dignità da salvare ogni volta che ti guardi allo specchio e poi piangi.

Il tempo occupa ora altri luoghi, dove altre voci chiamano forte per essere udite.

Sono troppo vecchia e saggia ormai per non sapere ciò che accade.

Succede a volte che il fiume cambi corso, che lasci il suo alveo per solcarne un altro più sicuro, lasciando dietro di sé, in quello che prima era un flusso potente e limpido, un piccolo rivolo al centro di un profondo e arido solco.

Il solco che ci ha divisi.

All'inizio era un sentirci tutti i giorni. Un continuo scambio di messaggi e promesse, di rinnovarci amore anche se distanti.

Poi le giornate mute, il vuoto delle parole che si fa tuono senza che piova.

Hai un'altra vita. Lo so.

Alla fine, anche oggi, l'alba accende il buio e mostra le nuvole che paiono immobili. Come la mia esistenza di adesso.

Dalla finestra vedo gente già in giro, ad affannarsi dietro a qualcosa che sembra volergli sfuggire. Forse hanno ancora una vita da inseguire.

Mi alzo e raggiungo la cucina.

La moka è già sui fornelli, pronta dalla sera prima, come piaceva a Lui.

Il dolore non mi lascia. Il vuoto alla bocca dello stomaco non è fame, è mancanza. Preparo il caffè e penso che oggi andrò su per i monti, in cerca di orme furtive e di silenzio.

Forse chiamerà, ma non ci spero.

Spesso mi chiedo chi sia Lei. Diversa da me, questo è certo. Migliore di me che non ho saputo e voluto seguirlo.

Quando lascio casa mi incammino su per lo stradello che conduce al sentiero. Vivo al limitare del Gran Sasso, e i boschi fin da piccola sono il mio rifugio. Ne conosco ogni anfratto, ogni angolo buio, ogni sentiero nel raggio di cinquanta chilometri. Di mestiere faccio la guida turistica. O meglio la facevo fino a quando la depressione non mi ha aggredita. Dilaniata dentro e fuori.

Cerco la forza di reagire. Devo respirare aria che sia lieve, e vento e pioggia. Camminare in salita e discendere i sentieri nel sottobosco ricoperto di muschio.

Dopo due ore raggiungo la Rocca. Un monolite di roccia scura dove amo fermarmi ad ascoltare la foresta. Piove, ma non ci faccio caso. Dentro di me divampa a tratti un dolore che arde e mi sembra di bruciare.

Il tempo di sedermi a osservare la valle sottostante e vedo una cerva ferma sul sentiero, cinquanta metri sotto di me. Mi ha vista, e mi osserva con suoi occhioni immensi, immobile ma nervosa. Penso che è bellissima.

Un movimento dietro di lei spezza l'incanto. Un lupo, poi un altro e infine il branco. La azzannano alla gola, al ventre, alle zampe. La cerva è a terra, vinta. Per un attimo i suoi occhi incrociano ancora il mio sguardo. Mi sembra di leggervi stupore e nient'altro.

Non posso fare altro che guardare. I lupi iniziano il banchetto. Puntano prima alle parti molli e poi alla polpa delle terga.

Vedo lo scempio, la vita farsi sangue, le viscere spargersi sul terreno

Mangiano rabbiosi i lupi, avidi, affamati e sembrano avere fretta. Fretta di sfamarsi, di riempire lo stomaco e fuggire alla tana, per alimentare i cuccioli.

Il tutto non dura più di venti minuti. Non so se i lupi sanno della mia presenza, e comunque se anche fosse non se ne curano.

Si guardano intorno per un attimo, si annusano uggiolando piano. Spariscono dietro al capobranco, silenziosi come erano arrivati. Fantasmi della morte in un giorno di pioggia.

Prendo la strada di casa, passando accanto ai resti della cerva. Gli occhioni spalancati mi fissano vitrei. Dove prima c'era vita ora c'è il vuoto. Non so cosa ho imparato oggi, ma mi sento diversa. Non preparerò più la moka la sera prima, come piaceva a Lui. Cambierò il letto da due piazze a una, cancellerò il suo numero dal cellulare.

La cerva voleva vivere, i lupi avevano fame, io voglio solo esistere.

Di nuovo.