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Avventura

Manfredo, ovvero una pace non richiesta

Di Ernesto Sparvieri - Editato da Niccolò Mencucci
Pubblicato il 29/01/2018

"Non c'è pace, non c'è gloria serena, / sollazzo e gioco senza alcuna pena... [cit. frammento della lirica "L'aratro dismesso" di Manfredo delle Pievi]

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- I so' sol di voler frucinare'l mi mondo come me disgarba o meno! 

Questo era il motto di Manfredo delle Pievi, figlio di Piera Senesi e Mariano delle Pievi, giovinotto balordo, acquiescente quanto un ciuco, disinvolto al pari delle oche e composto peggio dell'ultimo bovaro di campagna. 

Egli era conosciuto nel suo paesotto chianino per lo sfornare imprecazioni, pel disperdere energie ai laboriosi cittadini e per squilibrare gli umori a qualsivoglia popolano. Nel mentre i suoi sei fratelli si rimettevano alba e tramonto alle fatiche della terra, egli si prendeva la briga di sollazzare senza alcun profitto i consunti segreti delle cortigiane delle case di piacere. 

Come accadde quella mattina di inizio aprile, nei pressi della cascina della solitaria donnina Marinella, giorno per lei dedicato al grano per le povere galline, oggi invece spettatrici del meretricio farsesco.

- Oh Manfrè, nun me steccolar le palle! - gli sentenziò.

- Te vo acchiappa la tu patata! - le urlava in preda al furore della prima sveglia.

- Nun c'hai punta voja de nulla oggi, eh? - lei cercava di disagiarlo ricordandogli la sua identità di pecora nera di famiglia. 

- Vieni qua, trojona! - ci provò, Manfredo, ma si beccò prontamente un colpo ben assestato sulla faccia: Manirella era forse la sola prostituta che nascondeva nel suo fisico leggiadro e sottile una furia ben governata. Era un valido motivo, per un Manfredo sensuale e voglioso, a continuare senza alcuna sosta o pietà o senso del pudore quell'atto da mezzo felino. 

Purtroppo per lui, e anche per lei, diversi colpi di baionetta colpirono in successione le persiane, gli accangi delle finestre, alcuni appoggi del pollaio e appena le stesse mamme chiocciole. Marinella si nascose, urlando a Dio e ai Santi; Manfredo rimase pietrificato, pronto ad essere spulciato dai proiettili. Servì un colpo di cannone, esploso a dieci metri da lui, per lanciarlo per la primissima volta sopra di ella. 

Ciò fu per egli segno del destino: doveva averla per sé. Lei era però più lesta di lui, e con un altro ceffone lo fece rinsavire dalla mania. 

Rialzatisi, videro la Storia passare da sotto la cascina: erano diverse file di soldati diretti verso la cittadella aretina, e appresso si portavano alcuni cannoncini, tra cui quello fatto calibrare ai danni di Manfredo. 

- Figli della merda, ch'i volete da noi?

- Taisez-vous, putains chianini! Nous allons à Arezzo! Arrêtez et nous vous bombardons!

- Icché sciabordano sti franzosi? - chiese a Marinella, unica italiana nel raggio di chilometri.

- Sti qui van' a' Arezzo! - e vedendo il cannone che si calibrava sul campo del vicino fattore Armedio - Qui la storia s'inturbola...

- A proposito di inturbol.. - Manfredo si beccò un altro schiaffo; fu l'ultimo che gli diede quel giorno.


Manfredo non sapeva ma quell'aprile 1799 fu il mese in cui la Val di Chiana si trovava al centro dell'occupazione napoleonica, così come la città di Arezzo. In pochi giorni la città non se la sentì di imbarcare una guerra dispensiosa e sanguinolenza: pochi giorni dopo, in centro, i suoi genitori, assieme ai fratelli, videro eregersi a Piazza Grande l'Arbre de la Libertè. Benché dubbi sui nuovi padroni, essi temevano per la terra, per gli animali, per il podere; e ovviamente per la loro sopravvivenza. 

Invece Manfredo era interessato a ben altro: era rimasto nelle campagne a inseguire senza freni la povera Marinella.

- No! Levati di culo!

- Ch'ài? Tutta nafantita oggi? - le domando, circondandola come una mosca.

- I c'ho un omo che mi scerca!

Manfredo balenì di rabbia: Chi l'è?

- O dovina!

- Franzosi! Cancheri!

- Ma chelli l'han i guadrini! - e lei se ne andò, lasciandolo fremere dalla rabbia.

- Ma non la vita. - sussurrò al sé diavolo. Non ci pensò affatto, e segui Marinella fino alla sua cascina: l'aspettava un jeune homme moro, rasato quasi completamente, seduto largo sulla seggiola della camera da letto di ella.

- Merveilleuse! - le disse vedendola, prima donna della sua vita sessuale.

- Come?

- Tu est la più bela dona... - Marinella arrossì, ma solo per suo lavoro. Si tolsero gli abiti, e il jeune dolcemente le si avvicinò per toccarle il seno; sorridendo, gli massaggiò busto, cosce e testicoli, fino a sostenergli l'erezione. Egli la baciò, prima come un timido, poi come un amante. E infatti Manfredo, ormai privo di senno, sfondò la finestra da cui spiava la liason e prese per la gola il pio francese.

- Mi te bordo ora! - e lo sbattè contro il muro.

- No! Basta! Cheffai? - urlava appena coperta dalle lenzuola.

- Sto bordellotto! Che vò fà, eh! - gli diceva mentre lo vedeva soffrir cianotico tra le sue grinfie. Marinella prese la pistola a focile del francese e sparò ai piedi di Manfredo. Dalla paura egli indietreggiò, così da liberare il francese; puntò la pistola a Manfredo, lasciando al poverello la possibilità di respirare e di scappare, pur a coito non raggiunto. 

- Vous êtes fous! Nous vous paierons! Merde la Chiana!

- Oh, a chi merda?! - e lei gli sparò appena vicino alla mano.

- Bravo sciorno...bel casino t'haiffatto!

- I te voglio tutt'a per me! Non per altri... - le disse improvvisando una giustificazione. Ella si arrese: gli concesse il turno del francese; tanto i fiorini erano nel tavolo. Egli la sbrigò in pochi minuti, ma non contentò si ripetè più volte, lasciando sfinita la povera donnina. 

- Minonna...o che, così sfondo?

- Nun lo fo da secoli! Sempre, te a scapeare...

- O, sta a vede che la colpa... - si fermò, due colpi provenivano dalla porta. Sentirono parole in francese. Manfredo bestemmiò in coppia con Marinella: lui si nascose, mentre lei si avvicinò alla porta. 

- Bonjour! Nous cherchons Marinella, la prostituée. Est-ce ici où elle vit? - dissero i due gendarmi. Lei non intese la lingua, ma non servì: i due scoprirono la sua identità nuda, e l'arrestarono.

- Che volete! Levatevi! Manfredo! - urlava, mentre veniva portata via.

- Vous êtes complice d'une embuscade contre un de nos camarades soldats! - ed ella gli morse una mano - Aïe! Putain de salope! - ed egli gli tirò una sberla in volto, facendola svenire.

- Cancheri! - urlò Manfredo, sparando in aria colla pistola del jeune homme - Lasciatela! - e mirò al detentore di Marinella.

- Non! Ne la libère pas! - gli urlò.

- Gli sfondo la capa, giuro... 

- No! - urlò Marinella.

Un colpo partì. La guardia cadde a terra ferita di striscio, e l'altra fece cadere l'arma.

- Ma chi cazzo è stato... - disse Manfredo, con l'arma ancora carica.

- Oh non allopiare Manfrè, e venimi ad aiutare! - gli disse il soggetto anonimo, intento a legare i due francesi.

- Ma chi...

- Chetati, fai meno lo sbrinco e aiutami.

Dopo averli legati, arrivò un carro con altri soggetti sconosciuti: questi mise dentro i due gendarmi, inbestialiti come il loro francese.

- Ma ch'accadde? - chiese Marinella.

- V'è ita bella! Ancora poco e a Dio! Ma tanto dura poco, Manfrè. - e salì sul carro - Avanti! E Viva Maria!

- Viva! - dissero quelli alla guida, andandosene.

I due non capirono più nulla. Marinella disse solo: 

- Alò, birbo, rientriamo, che hai da finì...

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di Ernesto Sparvieri

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