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Narrativa

mani

Pubblicato il 09/06/2019

Esisteranno da qualche parte i loro uomini, ti chiedi. E se esistono, le hanno mai viste ridere così?

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Senza quell’accendino non ti saresti accorta. Tu e la 56 avreste tirato avanti lungo via Padova – o è viale Monza? – fino alla fermata dopo e quella dopo ancora, fino a casa. Sarebbe stato tardi senza quello scatto, e invece un polso si è piegato, la fiammella ha abbagliato la coda del tuo occhio, un animale che afferra la preda solo se cambia posizione. 

Chi è lei, chi sono le tre ferme con lei non è affar tuo anche se, ora, sullo strapuntino arancione di plastica accanto all’uscita, pensi il contrario. Neanche pensi, solo registri questo interesse acceso per caso intanto che ti lasci portare sullo stradone intasato di macchine, nella città grande alla quale – sei fortunata – non hai fatto l’abitudine. La pretesa di conoscerle è assurda, quella di sentire cosa si dicono una fantasia. Sei di passaggio e vorresti essere come loro che stanno, Ti muovi sola e vorresti accompagnarti a loro che – le vedi – sono una piccola famiglia. Accontentati di fingere che siate simili, di vivere una sorellanza che dura non più di un semaforo. Perché ti importano non devi spiegarlo, sono donne e tanto basta, sui sessanta e più, una forse non ancora e se è così li porta proprio male. A proprio agio in questo quartiere che in tanti anni non ti sei scomodata a conoscere, per di qui non passi mai, solo oggi, torni da un ambulatorio che ti tornava utile. Dove si è fermata la 56, non capisci, vedi solo la luce rossa in alto che vi trattiene. Sul tuo lato, oltre il marciapiede, si allunga un muro mezzo demolito, un graffitaro incapace lo ha spruzzato di troppi colori senza riuscire a dargli forma. Le figure vere sul muro sono loro. Due prima di fermarsi camminavano verso il centro, le altre due dirette verso fuori, si fronteggiano, fanno quadrato, impediscono il passaggio ad altri cui non presti attenzione, che le aggirano. Incontrate per caso o d’accordo per vedersi qui ogni giorno alla stessa ora, in pausa sigaretta, dopo il panificio, il macellaio halal, il negozio di detersivi. Un accumulo di tinte spente e malaccompagnate, giacchetta azzurra senza collo su gonna beige sotto il ginocchio, maglia verde erba e pantaloni di panno bordeaux con la zip chiusa male sul fianco, jeans blu troppo scuro e giubbotto kaki con le cuciture a vista. La quarta devi sporgerti per vederla, ecco sì, rosa antico sopra e marrone sotto, un po’ meno peggio ma mica tanto. Per tutte modelli troppo da ragazza, stesse stoffe informi, né pesanti né leggere, borsette di ecopelle o veraplastica e zainetti neri, scarpe con la zeppa o con un po’ di tacco ma largo, scure, opache. Tinture dei capelli in gradazioni che sembrano diverse e invece non si distinguono, non sai dire se una è bionda una è mora una chissà, ha il capo coperto con un fazzoletto celeste che arriva alle spalle. Quello che fanno, sul marciapiede con il mezzo muro imbruttito sullo sfondo, è ridere. Ridono tanto, ché se fosse una risatina normale non ci faresti caso, ridono con le pance senza fianchi, gli zigomi che si risollevano per l’occasione, ridono con le mani che alzano come grosse damigelle timide davanti alle bocche ben aperte. Maglia verde erba fa quel gesto con la destra, pollice e mignolo aperti, che oscilla da una parte all’altra come dire Uh, mamma mia! e le altre giù a ridere ancora, quasi piegandosi se ancora ne fossero capaci. Fazzoletto celeste schiaffeggia la coscia di rosa antico, pizzica il braccio di giacchetta azzurra. E giù risate, ridono e si toccano, si toccano e ridono. Obbligata al sedile arancione di plastica ti perdi le loro storie eccitanti, puoi solo assistere allo spettacolo di buonumore insensato che si trasmettono – sono le mani, di certo – si alimenta da sé una ridarola da bimbi che scuote benefica i loro corpi coperti a casaccio. Chi l’ha detto che non puoi andare lì, ridere, toccare anche tu, se ne hai voglia? Non ci provi, non chiedi all’autista l’eccezione di farti scendere al semaforo, la 56 si muove, questo muro del riso te lo devi ricordare, potresti aver voglia di ritrovarlo, sempre che non l’abbiano buttato giù tutto ora della prossima volta che passerai di qui. Ti resta tempo per guardare, di nuovo, maglia verde erba tirar fuori dalla borsa il pacchetto di sigarette, due accettano, non le distingui, vedi solo mani che si allungano, accendino, una mano tiene saldo, l’altra protegge, un gesto da madre. Sei quasi oltre, giri la testa per non perdere pantaloni di panno bordeaux che parla e parla e fa partire altre risate, finché quella che forse ha sessant’anni e il fazzoletto celeste tira il braccio in avanti per far risalire la manica, controlla se è già l’ora.

È l’ora, a due mani ne prende altre due a caso tra le sei che ha intorno, le stringe, tutte le mani stringono tutte le mani, una piccola squadra che si dà coraggio prima di un incontro importante. Sorelle, vi devo lasciare, abbiate cura di voi. Si congedano, ti congedi.

Esisteranno da qualche parte i loro uomini, ti chiedi prima del prossimo semaforo, e se esistono le hanno mai viste ridere cosi?

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Davide Marchese ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Bello scorcio sul reale metropolitano milanese! Belle sequenze, come frammenti di inquadrature proiettate una dopo l'altra.Segnala il commento

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Lisa M. ha votato il racconto

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Candy ha votato il racconto

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Ma c'è tantissimo in questi attimi di fotografie. Apri riflessioni... con il solo rigo finale ce n'è già una nuova.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Luca Gramoni ha votato il racconto

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di Isabella

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