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Narrativa

Mani. Ovvero delle possibilità, della crudeltà inconsapevole, della tenerezza.

Pubblicato il 19/11/2018

Alle medie l'insegnante di Arte ci disse che la parte del corpo più difficile da disegnare erano le mani. Forse per via di tutto ciò che di noi sanno, trattengono, raccontano, rappresentano.

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Seguivo una mano col viso. Un esercizio teatrale.

"Serve per la concentrazione, per l'ascolto dell'altro, per imparare a usare il proprio corpo come strumento" aveva detto l'insegnante.

Ho cominciato bene: tenevo lo sguardo fisso sulla mano della mia compagna di corso, la punta del mio naso legata da un filo invisibile al centro del palmo di lei. Ogni sua inclinazione diventava la mia, ogni movimento era il mio. 

Poi però quella mano ha iniziato a fare scatti bizzarri, difficili da seguire. Ho piegato il mio corpo più di quanto avrei voluto, in posizioni innaturali, fastidiose, violente. Ho percepito la prepotenza di quel filo, l'imperiosità di quella mano, il non ascolto di chi, quella mano, comandava. Ma non riuscivo a non seguirla. Tutta concentrata su quel palmo, su quelle cinque dita, ho iniziato a vederli come se fossero loro i miei aguzzini, e li ho osservati con antipatia. I muscoli del pollice gonfi, forse infiammati, le dita rigide, ben separate eppure statiche. Artrosi? Artrite? Perché la mia anziana compagna sentiva l'esigenza di approfittare del potere che le era stato temporaneamente concesso, sventolando la mano con velocità difficili da riprodurre col viso, usando torsioni del polso dolorose da assecondare con il collo?

Ma continuavo a seguire, piegavo il collo indietro e mi inginocchiavo mentre quella mano, adesso piatta, incombeva sul mio viso, in un'imposizione non taumaturgica, una benedizione che tradiva il suo contrario.

Sentivo il mio respiro sempre più costretto dentro un torace che consentiva soltanto piccoli sussulti. 

Gli altri, alle prese con lo stesso esercizio, erano scomparsi. Restavano il mio viso, quella mano, e la mia oppressione. 

D'un tratto mi è tornata in mente un'altra mano, quella a lungo accarezzata quell'estate, trattenuta tra le mie assieme a un dolore sordo. Un reticolo di vene, sopra una mano grande ormai scarna, da cui sfuggivano, scivolando, le fedi dei tanti anniversari. La stessa mano che da piccola mi porgeva i bicchieri colorati quando facevo il bagno, perché potessi riempirli, vedere l'acqua in trasparenza che rifrangeva la luce in mille sfumature, e poi svuotarli, infinite volte. La stessa mano che raccoglieva i cristalli che sfuggivano alle mie, di mani, e li distribuiva pazientemente per colore all'interno delle sagome di metallo, per poi aspettare insieme la magia del forno, dove tutti quei piccoli cristalli diventavano un mosaico a forma di pappagallo, di peonia, di rosa. La stessa mano che faceva crescere l'impasto della torta di mele, quella col cognac, che a casa mia non si preparava. La stessa mano che aveva composto il numero di casa mia tutti i giorni per quarant'anni, per sapere come stavamo, per sentire la mia voce. La stessa mano che aveva accarezzato mia nonna, fino alla fine, con infinita tenerezza.

Mi è tornata in mente la domanda che mi aveva tormentata per tutta l'estate: perché ci restano mani così grandi, anche quando non siamo più capaci di stringere niente?

"Basta così", la sentenza dell'insegnante.

Sipario.

Lacrime.

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baccaja ha votato il racconto

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Giata ha votato il racconto

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Midori ha votato il racconto

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Molto belloSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Lisa M. ha votato il racconto

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Coinvolgente come una danza che incalza. Chiuderei a “insegnante”, perché il dolore è già molto avvertibile, non lo spiegherei😊Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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Francesco - ha votato il racconto

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La quarta di copertina risponde alla domanda. Complimenti!Segnala il commento

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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Superfrancy ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Bello :)Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Grazia Ferro ha votato il racconto

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Uno stile fresco e profondo, che parte da un particolare, è poi spiega le ali e vola... Segnala il commento

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Tanti gesti e nessuna azione, parti da fuori per andare dentro. Le mani di cui scrivi non stringono, SCAVANO.Segnala il commento

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Claudia Girardi ha votato il racconto

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Un bellissimo racconto. Si percepisce l’emozione di scrivere, la nostalgia di quello che è stato.Brava!Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Valeria Bukowski ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Tutto vero. Brava, molto belloSegnala il commento

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Ketty ha votato il racconto

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Maria Sardella ha votato il racconto

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SuggestivoSegnala il commento

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Rosanna Lia ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di Chiara Filippi

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