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Umoristico

Manichini salati

Pubblicato il 01/04/2020

Mi prendo una pausa dalle visioni e ritorno ai tempi in cui cercavo di far ridere. Questa volta ho vilipeso la "Metamorfosi" di Franz Kafka. A voi.

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Samuele aveva fame, era passata già da un pezzo ora di pranzo. Curvo sulla scrivania, cercava di riordinare i documenti senza inondarli dei biscotti, che trafugava silenzioso, dalla scatola lì accanto. La scrivania era ben in vista, dunque fece presto a nascondere il bottino dagli occhi della collega in avvicinamento mal celato.

- Sbrigati con quei documenti, dobbiamo inoltrarli subito.

Aveva una carnagione estremamente abbronzata, ed occhi chiari, innaturali, fuori posto, ed i capelli, poi... troppo lunghi, certo, ingurgitò un biscotto sottobanco per distrarsi.

- Mi hai sentito?

- Certo.- riavvia i capelli ed il computer.

- Allora muoviti.

E si girava, tronfia e stretta, insaccata nel vestito, rosso poi, che non smagrisce, falso mito. Che cos’era quell’umore che colava dalle gambe? Grave perdita, sì, vero. Si scrollò il sale di dosso e ritornò a cercar biscotti.


C’era una mosca che da un po’, non lo lasciava lavorare. Gli sfarfallava attorno, sulla testa e sulle mani, e lo portava allo sberleggio, all’applauso e al capogiro. In un impeto di caccia, si era dato tutto il corpo sulla scrivania, senza vedere le puntine, ed erano bestemmie sussurrate in un ufficio troppo piccolo.


Il suo ditino sanguinava, e non v’erano cerotti. Rimedio antico invero, quello del succhiotto, e sapor caldo di ferro gli si versò in due gocce.

Restò fermo così per un minuto, o forse due, pollice in bocca, un pargoletto. E qual rivelazione, la sua pelle tanto bianca, secca e mogia.

Non aveva più voglia di lavorare. Tirò la tenda che dava sul corridoio e reclinò la sedia, si accasciò quasi sognante sulla destra, un Marat quasi passato. Niente sveglia dal telefono.


Quando Samuele si svegliò, era quasi ormai ora di chiudere. Riaprì gli occhi e si guardò, con occhio attento, le ferite sulle membra. Era una carne sorprendente la sua, tanto che, nel processo curativo, s’era fatta ben più dura, come un muscolo allenato. Era ruvida nel tatto, ma quello che causò, nell’uomo, il gran sobbalzo del preoccupo, fu il fatto che di pelle, non ne aveva più. Era ancora ben vestito, con la giacca e la camicia ben ficcate al loro posto, la cravatta verde e salda, radicata sotto al collo, ma a vestirlo, non un derma, non un pelo. Si guardò le mani. Estremamente magre, sembravano più lunghe, più sottili. Non aveva più le unghie, né, quando si passò una mano sulla testa, la parvenza di un capello. Si strofinò gli occhi, e gli bruciarono di più. Strinse i denti, per il male, si morsicò sul labbro.


Prosciutto. Sapeva di prosciutto, ne era certo. Era il labbro, ma non solo. Si ficcò le dita in gola, strinse piano. Iberico. Serrano, un bastoncino. Una leccata all’avambraccio, rosso sale, ben trattato. Aprì la fotocamera del Samsung, si scattò una foto. Era carne, era dipinto, uno di Schiele, trancio spesso sulla spalla, righe rosse si rincorrono in un fiume, neanche un velo di cotenna. Era molle, semovente, stagionato non ancora. Ancora era lì immobile, e qualcuno lo osservava.

Samuele si voltò, mani sul petto. Per esaminarsi si era tolto la camicia, e carne coprì carne. I suoi colleghi lo scrutavano, imbambolati, stupefatti. Grissini nelle mani, altro sale per qualcuno. E presto bave in bocca, Samuele che correva per le scale, urlando dei maiali, e delle volte nel cervello.


Vagabondava per la strada, sgarrupato e barcollante, perdeva un po’ di sangue, là dov’erano rimasti un po’ dei morsi. Gli mancavan già due dita, e per un poco, anche la mano. Pensò dopo, alla sua moglie, che gli avrebbe preparato? Ricordava lo zampone, e le costine, giorni addietro, e non si accorse, nei pensieri presi a vite di codino, della gente, senza un tetto, che d’intorno si aggirava.


Era un odore ad attirarli, la sostanza pure. Samuele non sapeva ben che fare, solo nella notte, alle prese con quei quattro. Si promise il portafogli, un grande assegno, tutto a credito, ma non era il verde a muoverli, ma il rosso. Lo spinsero al terreno, lo presero agli unghioni. E tutti giù a leccarlo sulla faccia e sulla pancia, via i vestiti a terra. Poi vi furon morsi, sulle cosce, sugli stinchi, era impotente, ma per fuggire ebbe uno sprint dal barbon vecchio, ch’era amante del salame.

Un fischio in aria di carambe, una sirena con la zebra e colse la via al volo, per i campi la sua fuga, niente impronte sul sentiero.


Quanto corse non si seppe, solo è certo il suo passaggio. Di spauracchi nudi si lasciò le spalle, tanto è vero che i vestiti non riscaldano la paglia. Così conciato, l’impiegato camminò, camicia a quadri e salopette, tormentato da zanzare e fastidiosi calabroni, fino ad un’abitazione poco grande, col recinto, e due luci ancora accese. Solo una notte, a quei due vecchi prometteva, sul divano o nella stalla, ma un riparo per l’amor di Dio. E Dio lo amava, sul momento.


Dormiva ormai da un paio d’ore, quando un grido lo chiamò. Era la voce di sua moglie, ed era il suo nome che voleva. Samuele si slegò dalle salsicce, catene fisse nel suo sogno ad un tavolo di legno d’un macello ben malato, e fu quindi giù dal letto, lo stanzino abbandonato. Si lasciò portare dalla voce, la seguì giù per le scale, leccandosi un po’ sotto le dita, per sfamarsi almeno in parte, di quel di lui che rimaneva. Era la moglie che chiamava e diceva robe orribili, era un porco, un gran suino, fango in testa e nella mente, era orrendo grasso e sporco, non meritava letto e vitto. Samuele scoteva la testa a destra e a manca, orripilato dai suoi sogni. Si strappò le orecchie, se le ficcò giù in gola, per non più sentire. Sapeva di pancetta.


C’era una spessa porta di legno in fondo, che portava alle stanze ove si sbrigavano, un po’fuori dal tempo, quelle faccende con gli animali. E Samuele si aspettava tante mucche, e forse, qualche capra, o polli, ma tutt’altro, in verità, con piacere lo sorprese.

Grufolavano felici, nel fango e nella terra, con spiragli verso il cielo, raggi del sole e della luna per nozione, notte e giorno una trentina di maiali.

Si tuffò nel mezzo a loro, fratelli non esatti, più cugini, ad esser veri, che di uomo ancora aveva forma, e raziocinio un po’ di meno. Alle sue spalle erano giunti, sempre insieme, i suoi benefattori, con un secchio ben capiente.

- Si è ambientato...

- È a casa sua.

Era un pastone mai veduto, che pioveva come manna, sui loro corpi sfatti e gonfi, ed il suo magro e peloso, ridotto ad angolo col retto. Vi si avventò per primo, avido pan secco, ed ostruì il passaggio a tutti gli altri. I convitti, risentiti, spintonarono, dando lui l’avvertimento, non badò, privo di orecchie, tanto ghiotto di pancetta con il pane. Vi fu un ringhio all’improvviso, e tutti gli altri corron via. Rimasto solo, Samuele, corpo d’uomo, mente no. Ed era un suide bello grosso a farsi vivo e tracotante, per ristabilir la sua supremazia, che da sempre era il più grosso ed anche a sentir tutti, il più cattivo di quel posto. E Samuele, impotente sente meno le sue membra, ad ascoltare i due fattori che non risparmiano commenti:

- Ma lo hai lasciato libero, il Peppone?

- Sì, Leda, lo sai che se non se la spassa un po’ con i nuovi arrivati diventa aggressivo, ha delle pulsioni da scaricare... stupido io che lo avevo preso per uno da riproduzione...

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esteban espiga ha votato il racconto

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che schifo: un racconto brulicante, cronenberghiano ecco. perfetto, come sempre.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Matilde di Folco Portinari ha votato il racconto

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Raffa_Sesti ha votato il racconto

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Bel racconto che mi ha catturato fino alla fine. Lo stile e la scrittura ironica e forbita ne hanno fatto un gioiellino.Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Graziano ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Divertente. Omaggio ben riuscito.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Maria Rosalia ha votato il racconto

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Lerio ha votato il racconto

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Tra Kafka e Circe, direi..e se ben ricordo l'allegoria del boemo, posso ben immaginare cosa significhi questa suinizzazione. Bello.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Come fare 3 giri sulle montagne russe stando seduti. Bel ritmo. *** solo per la chiusa :-) Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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di Lorenzo V

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