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Narrativa

Marì che va via a fette

Di Silvia Lenzini - Editato da Roberta
Pubblicato il 09/02/2021

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53 Voti

Si sveglia con una sensazione strana, come se il letto fosse diventato scomodo. Là in fondo, dove stanno i piedi. A mano a mano che il fastidio la rende vigile, identifica con precisione l’origine: il quarto dito del piede sinistro.

Sarà una fantasticheria, un miscuglio di sogni e sonno - sa bene che di notte i dolori si ingigantiscono. Prova a cambiare posizione, cerca di riaddormentarsi, ma il fastidio è ancora lì.

Si alza e va in bagno, a tentoni accende la luce. Si aspetta di vedere che il piede non abbia proprio niente di strano, e invece eccolo: il quarto dito gonfio e violaceo.

Seduta sul water, tira su la gamba per osservare meglio.

Una volta, era ancora una ragazzina, ha avuto una specie di incidente a questo piede. Una giornata di luglio in cui il calore sembrava non arrivasse dal cielo ma dal basso, dal nucleo della Terra. Indossava jeans corti - shorts, si chiamavano - una canotta di seta chiara e un paio di sandali eleganti senza tacco. Aveva raggiunto la macelleria, una di quelle con le tende di plastica colorate. In seguito ha sempre pensato che da dentro non si vedesse l’esterno, altrimenti quel gigante si sarebbe accorto di lei, dei suoi sandali dorati sotto il gradino. Comunque sia, l’uomo uscendo aveva scaricato tutto il peso del corpo - un armadio quattro stagioni, più o meno - sul secondo dito del suo piede sinistro.

Marì abbraccia entrambe le gambe, e col mento sulle ginocchia si guarda i piedi: nella sua famiglia si tramanda per linea materna questa faccenda del secondo dito più lungo dell’alluce. Ride, pensando alla favola dell’intelligenza superiore alla media che si raccontano per consolarsi. E poi smette di ridere, quando si accorge che il dito più lungo del suo piede infortunato è l’alluce. Di poco, ma è l’alluce.

Ricorda il rumore della falange che andava in frantumi. L’uomo aveva eseguito anche un piccolo movimento in scivolata, sufficiente a staccarle l’unghia. Un’esperienza di dolore sconcertante.

Allora lei aveva ancora gli organi e i tessuti assegnati dalla nascita.

A una certa età si va via a fette - ripeteva sua nonna. Marì ci ha ripensato spesso, a questa frase - uno potrebbe pensare che sia una metafora, che si riferisca alla perdita di competenze, o sensibilità. Oppure forza, o acutezza.

Questo piede dal dito viola non è suo: è un fatto evidente. È reale. Sua nonna neanche sapeva cosa fossero, le metafore.

Afferra il barattolo del burro di cocco dal ripiano di marmo. A contatto con il calore delle mani il burro inizia a liquefarsi, e quando lo massaggia sulle gambe, sulle braccia, la sua fluidità grassa penetra nella pelle, la distende.

Non riesce a smettere, potrebbe andare avanti tutta la notte. Questa nuova pelle - la vecchia è andata da tempo, perduta un giorno in fessurazioni molteplici - le va a pennello. È forse un po’ scura per lei, per i suoi occhi azzurri da fototipo I, per i capelli biondi che brillano alla luce dei faretti posti sopra lo specchio. In realtà l’occhio sinistro è azzurro chiarissimo, il destro ha dentro una specie di raggio verde.

Successe una sera d’autunno, di quelle con il cielo viola. Ricorda che era contenta per la pioggia, le sembrava che regalasse lucentezza a quel quartiere povero, una specie di accoglienza dedicata solo a lei. Da quando è sola il suo corpo reclama amplessi frequenti e promiscui, spesso mercenari. Per questo si trovava là, in quella zona sconosciuta: un appuntamento con un uomo - forse due, ora non ricorda. Era appena entrata nell’ascensore di un vecchio condominio quando una donna si era infilata dietro di lei, urtandola con il suo carico di buste della spesa. Indossava, la donna, un cappottino beige finto cammello e stivali schizzati di fango, e aveva iniziato a perdere sangue dal naso. Marì ricorda gesti stupidi - le buste della spesa appoggiate agli stivali nella speranza immotivata che i gambali servissero a sostenerle, la ricerca di un equilibrio per l’ombrello fradicio, l’esplorazione affannosa dell’interno della borsa; una bottiglia di latte, una lattina di legumi e un cavolfiore che rotolavano fuori dalle buste; l’ombrello subito scivolato sul pavimento. Certo avrebbe potuto darle uno dei suoi, di fazzoletti, ma c’era quella cascatella di sangue che rincorreva se stessa sulla stoffa del cappotto e lei si era incantata a seguirne il percorso: il sangue scorreva sulle fibre sintetiche e si diffondeva in sottili ramificazioni - sembrava che andasse a costituire una nuova rete capillare, come se quel cappotto anemico volesse rianimarsi. Quando le porte si erano riaperte, la donna aveva infilato gli oggetti alla rinfusa nelle buste ed era uscita a testa bassa, mormorando delle scuse. Marì aveva continuato la salita. Pensava a quanto fossero assurde quelle scuse e si passava il dorso della mano su una guancia bagnata.

Si guarda allo specchio mentre ripete il gesto, si mette un dito in bocca come quel giorno.

Aveva raccolto con l’indice il liquido che le usciva dall’occhio destro e l’aveva assaggiato: salato e acquoso, non appiccicoso - senz’altro lacrime. Non piangeva da anni, e certo non avrebbe mai pianto per quella tipa. Quindi l’occhio non era suo, l’aveva scambiato con qualcun altro.

È da allora che ha questa lieve eterocromia, di cui nessuno sembra accorgersi. Nemmeno la sua inclinazione a piangere da un solo occhio desta stupore.

Quella non era stata la prima volta. La prima volta è stata con Paolo, quando credeva di vivere in una bolla - di respirare la stessa aria, credeva, e la chiamava amore - e all’improvviso era venuto fuori che la qualità del sentimento di Paolo ammetteva molte variabili. Alcune prevedevano che il suo letto, le mani grandi, il sesso vellutato, non fossero un’esclusiva per lei.

Si guarda le mani. La cosa che ricorda meglio è la fatica che le costò capire come fosse solo una questione di capacità, e intende capacità come misura di volume.

Oggi è facile ripensarci, non ha più lo stesso sentire di allora - anche per questo ci sarà una spiegazione: la memoria dei giorni le appartiene, ma il dolore appartiene a qualcun altro.

Comunque, fu lì che accadde la prima volta. Vide la pelle di tutto il suo corpo lacerarsi in tante ferite e da ogni squarcio uscire una parte di sé. Questa fase fu lenta, o forse la ricorda così ma era solo l’acutezza del dolore fisico a dilatare il tempo.

Marì si spalma ancora burro di cocco sulle braccia, sulla pelle omogenea e liscia.

Infine, il cuore si fermò. Non sa per quanto tempo. Quando lo sentì battere di nuovo, seppe che non era più il suo. Tutto si fece chiaro: l’anima di Paolo riusciva a contenere un sentimento grande come un bricco che potesse stargli appoggiato sul palmo della mano. Limite di capacità: basso.

A ripensarci ora le sembra di leggere un saggio. Non c’è intensità in alcun aspetto del suo vivere e sta bene, sarebbe bugiarda se dicesse che non sta bene.

Ieri è andata a pranzo da sua madre. Aveva una fame da lupa che allatta, spazzolava tutto quello che veniva servito.

Non ti riconosco più - le ha detto sua madre.

Mamma, l’Universo è caratterizzato da milioni di trilioni di particelle subatomiche in continuo movimento. Passami ancora il formaggio, per favore. Buonicchimo quetto fommaggio. Le patticelle sci ccontrao, mmm, si scambiano.

Cosa dici, Marì, non capisco niente.

Un’altra fetta di pane, grazie. Tto dicendo che nettuno di noi retta guale, mmm, siamo plastici come Didò, sciamo meccolabli.

Oh, Gesù, cosa stai farneticando. E smetti di parlare mentre mangi! Ma chi sei, tu?

Si guarda allo specchio. Dalle spalline troppo lunghe del pigiama esce un seno, il capezzolo grosso come una mora di bosco, con l’areola scura e larga - senz’altro un fototipo 5.

Preme l’interruttore, raggiunge il letto.

Che conforto il buio, il materasso morbido, e tutto quello spazio. Allarga gambe e braccia, come a fare l’angelo sulla neve. Un giorno forse diventerà più alta, ma poco poco, così nessuno lo noterà. E accadrà senz’altro che il suo cuore smetta di nuovo di battere, o i polmoni di respirare. In quel momento, qualcuno crederà che sia morta. Sorride, mentre si lascia andare al sonno.

Che poi, se alla fine dovesse succedere - di morire, ma non c’è motivo di pensarlo per come vanno le cose - la consola l’idea che non sarà lei ad andarsene: di quella che è stata, non sarà rimasto niente. 

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Cara Silvia Lenzini, il tuo racconto è stato commentato da Andrea Tarabbia per la rubrica "Lo scrittore che legge". Guarda il video su BellevilleNews.Segnala il commento

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Umberto ha votato il racconto

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Un racconto da leggere e rileggere, compiuto in ogni sua componente, tema, idee, scrittura. Carver affermava che ogni giorno perdiamo un pezzetto di noi stessi: e ogni giorno ci ricostruiamo in una instabilità insieme molecolare e spirituale, in una eterocromia che non riguarda le nostre iridi ma il differente modo di guardare al mondo. Cambiamo pelle, perdiamo e acquistiamo, perché diventiamo capaci di contemplare contemporaneamente due idee contrapposte, o per lo meno questo è quanto ci suggerirebbe la nostra intelligenza. Il corpo segue tale percorso, lo comprende e lo amplifica: un dito del piede gonfio e dolorante può essere, oltre che memoria fisica, il senale di un complicatissimo processo: la vita.Segnala il commento

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Malehua ha votato il racconto

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StefanoS ha votato il racconto

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Bravissima.Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Bravissima come sempre Segnala il commento

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Frato ha votato il racconto

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Testo che pare il racconto di un sogno. Difficile distinguere realtà e fantasia, nell'ipotesi che una realtà esista e sia unica.Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Italo ha votato il racconto

Scrittore

Una bel racconto di vita,.Copplimenti Silvia, sei vevamente bava a descrivere le sensazioni, le atmosfere.Segnala il commento

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Valentina Raniello ha votato il racconto

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Leggendo, ho letteralmente vissuto un viaggio bellissimo. Grazie! Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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NicolaDimo ha votato il racconto

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Maria Ria Patty Paterno ha votato il racconto

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Germano Antonucci ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Alla fine l'ho trovato il link. Sei brava. Solo che pendi un po'. In linea col paesaggio natio :-DSegnala il commento

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MMarianella ha votato il racconto

Scrittore

è talmente ben dettagliato da rendere tutto vero, in quest'atmosfera utopica e surreale. Segnala il commento

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Coscienza fantasma ha votato il racconto

Esordiente

atmosfera Bladerunneriana... da "ho visto cose... "Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Profondamente femminile e partecipato, tanto che l’autrice sembra fondersi a tratti con la protagonista. Racconti con un tratto dolorosamente vero il disagio che porta all’annullamento di sè attraverso una sorta di martirio immaginario. Bravissima come sempre.Segnala il commento

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Biodegradavide ha votato il racconto

Esordiente

Un viaggio affascinante nell'ignoto di un'altra persona... un viaggio molto ben raccontato. Grazie!Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

Esordiente
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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente
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Howl ha votato il racconto

Scrittore
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Certo, imponi al lettore una partecipazione attiva, non distratta, e lo ripaghi appieno. E' una lettura fisica, di stomaco, di testa, che t'affatica - in senso buono. Fa male - fa bene - e quanta bellezza! Grazie Silvia!Segnala il commento

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Danilo Gori ha votato il racconto

Esordiente
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MeAlCubo ha votato il racconto

Esordiente

Bello, si legge con ritmo, curiosità a tratti von fastidio. Ma alla fine restano solo riflessioni e stupore. Brava davveroSegnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Fantafuturistico angosciante. Bravissima ;)))Segnala il commento

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albertomineo ha votato il racconto

Esordiente

Quando ti leggo mi sembra che quello che scrivo io sia superficiale, ma non me ne preoccupo, è uno stimolo a scrivere meglio.Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Soggetto pazzesco trattato con una densità quasi angosciante, ed enorme sensibilità. In particolare ti adoro quando maneggi la decadenza. Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

Esordiente
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mariomonfrecola ha votato il racconto

Esordiente

in genere, preferisco i racconti con messaggi espliciti. Nel caso di Marì, ho dovuto rileggerlo ma, anche alla seconda lettura, credo mi sfugga qualche dettaglio. Sicuramente è demerito mio ma trovo la storia - in alcuni punti - troppo intimistica e onirica. Racconto scritto benissimo - come sempre Silvia! - però stavolta ho la sensazione che manchi quel pizzico di magia per rendere più esplicito il sogno di Marì :-)Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

L'ho letto più volte, e ogni volta, lo iniziavo aggiungendo, in automatico " Marì si sveglia con una sensazione strana... etc. etc... come se non potessi farne a meno, di dare subito un nome alla protagonista, anche se mi rendo conto, che il titolo del racconto contiene già il nome. Ma... tant'è. Molto interessante l'argomento, e la progressiva "decimazione" sensoriale e fisica di Marì, che ripercorre e narra le proprie vicissitudini - reali, immaginarie, o sognate che siano, è poco importante, sul piano dell'economia narrativa - con la morte, che poi arriverà a decimazione già avvenuta. La morte si sconta vivendo, disse qualcuno. Non c'è niente da fare: l'ho riletto un'altra volta, iniziando sempre con: "Marì si sveglia con una sensazione strana... Segnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

Esordiente
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Helena ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

"la memoria dei giorni le appartiene, ma il dolore appartiene a qualcun altro": in queste parole, forse, il succo della narrazione. Una metamorfosi lenta, amputazioni successive per dimenticare il dolore. Metamorfosi amara, ma anche buffa, come nel pranzo con la madre: ”non ti riconosco più". Perché così è la vita, e pianto e sorriso talvolta si sovrappongonoSegnala il commento

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carlomariavadim ha votato il racconto

Esordiente

Ma brava! Hai la capacità di sorvolare la realtà: un po' la osservi, un po' te ne allontani. Alla fine il tuo racconto sembra una grande nuvola bianca sospesa in mezzo a un cielo blu. Complimenti. Ah, solo una cosa: ma quando Marì è seduta sul water la tavola è abbassata o sollevata?Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

La metamorfosi come rivalsa contro la morte, il dardo dell'ironia scagliato contro la paura, il piacere che vince la noia, il "conforto del buio" che compensa l'assenza o l'impossibilità di una risposta plausibile. Bellissimo quel dialogo a tavola che si conclude con la domanda "Ma chi sei, tu?": un tiro che centra il lettore. Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente

questo racconto mi sembra che abbia il sapore del mito. e poi è proprio tuo: la metafora, la resa di certe scene attraverso dettagli visivi nitidissimi, l'alternarsi dei piani temporali. super come sempre, e io davvero onorata. Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Potente e doloroso, persino l’ironia di certi passaggi lo rende ancora più tragico: essendo forse l’unica arma di combattimento. Osservazione chirurgica e sensibile dei mutamenti che la vita ci impone con violenza. E il tuo stile è perfetto ed efficace Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo, Silvia. Mi ha stupito il flusso psicologico, la scioltezza del narrare. La leggerezza anche nell'andare in fondo a pensieri ed emozioni.Segnala il commento

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[K] ha votato il racconto

Esordiente
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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Moto bello Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Il nostro mutamento. Sei riuscita a spiegarmelo in una maniera così chiara da rendermi consapevole. Complimenti Silvia!!!Segnala il commento

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omALE ha votato il racconto

Esordiente
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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Tutto congiura per portare alla beffa finale, quella nei confronti del destino che pretende di governarci e spadroneggia sulle nostre emozioni, paura della morte in primis. Forse finire a rate è nel nostro DNA, ma alla prova dei fatti c'è l'ironia, a ricomporci. Ineffabile Segnala il commento

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emmebelloc ha votato il racconto

Esordiente
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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore

illice, trillice, pondolo e mellino sono i fratellini dell'alluce del piede, per identificarli con precisione, piuttosto che secondo o quarto dito del piede ;) il soggetto è davvero interessante. Bau! Ti Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

come se tu ricamassi Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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occhineri ha votato il racconto

Esordiente

Tutto si trasforma e tu l'hai raccontato in modo quasi poeticoSegnala il commento

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Montag ha votato il racconto

Esordiente
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Imago ha votato il racconto

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di Silvia Lenzini

Scrittore
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