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Noir

Mater semper certa est

Pubblicato il 14/07/2021

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Nel tardo pomeriggio ho ricevuto la chiamata. Lei è morta di cancro: un tumore alla gola. L'ha presa dalla lingua fino a scavarle un buco sotto il collo come se qualcuno l'avesse accoltellata. Ho sempre pensato che fosse stato mio padre ad ucciderla così. 

A forza di urlare contro di lui l'odio e il dolore che le faceva provare, il tumore non poteva che colpirla in quel punto, nella zona dedicata alle nostre preghiere e ai nostri lamenti. 
- Come stai? - Mi ha chiesto con una voce strozzata. 

Ho pensato che la vita altro non è che l'insieme delle persone che abbiamo vicino e che sia stata essa a strangolarla. La vita uccide se non la sai domare.

Stare accanto alle persone care è un canto che ti sussurra vicino parole di una canzone di una lingua sconosciuta e che non ti lascia andare. É qualcosa che resta.  La lontananza è un lungo silenzio. È assenza. Senza più il canto.
- Bene... ma è un eufemismo, come hai fatto a chiamarmi?!? Non eri... 

- Da questo luogo che si trova altrove non ci sono telefoni ma ho trovato un modo per bisbigliarti la mia presenza. Sì, ti chiamo da dove vivono i morti. Ma tu non sai che siete già tutti morti? La vostra è un'illusione. Dimmi figliolo, cosa ti cruccia tanto in quella che dici vita? 

- Mamma! Mamma! Mi manchi... l'unica cosa certa era il tuo affetto, la sicurezza che davi con il tuo esserci sempre anche quando... 

- Quando? 

Quando le lacrime scendono copiose perché non corrisposte dal sorriso del sole e del cielo azzurro. Quando gli angeli vogliono dilaniarti  invece di mandarti un bacio un bocca. Quando prendi 300 mg di Acqua Santa per purificarti da tutti i Mali.

- Quando... quando mi mancano degli occhi che mi guardano con desiderio. - Dissi questo con le labbra attaccate al ricevitore. La musica in sottofondo suona dei battiti che vanno a ritmo con le pulsazioni del cuore. Mentre i fiumi vanno a ritmo dello scorrere delle mie lacrime. Il flusso costante delle cose.
Le cascate cadono, non a caso, così come quando avverto quelle vertigini che vogliono farmi schiantare al suolo. Caduti in silenzio.
- Ehhhh... caro figliolo, non lasciarti prendere in giro dai falsi desideri, dalle false paure. Il mondo non è fatto per prendersi gioco delle emozioni umane e di inasprirle. Siamo noi che lo facciamo. Cerca Jessica, Alice, Margot. Cerca, cercaaa.

La voce diviene sempre più roca, sento all'improvviso un affanno, il suono della voce che lentamente svanisce così come finiscono le canzoni in dissolvenza.
Mi risveglio come da un viaggio lontano. Cacchiari mi ha ipnotizzato e mi ha fatto tornare indietro nel tempo e poi avanti veloce come un vecchio nastro ingiallito. 
- Andrew, il tempo non esiste. Siamo noi che lo creiamo proiettandolo assieme allo spazio sugli oggetti e le persone. Sono le persone che emanano tempo e spazio e possono riempire completamente il tuo. Ma possono essere sia il tuo inferno che il tuo paradiso e questo sei tu a deciderlo. Non finisce in questo mo-n-do. Ci sono tanti modi di mondi. Tante modalità diverse. -

Sono avvolto dalla confusione e dallo smarrimento. Mi sento perso come lo era Teseo nel labirinto in cerca del Minotauro.  Mi alzo da terra dov'ero in ginocchio e prendo l'ossicodone riposto nel cassetto ma non posso dimenticare troppo a lungo. La lunghezza prima i poi finisce.
Cacchiari ha detto altre cose che non ricordo,  ha parlato come se fosse in trance. Poi è andato via, è scomparso dietro la porta come una presenza - assenza. 

Fuori nel giardino capeggia una statua della Libertà verde come il prato su cui è posta e ha in testa una corona fatta di spine, in mano non ha lo scettro della salvezza ma un martello chiodato puntato verso il sole a mezzogiorno. Un'altra opera di Cacchiari. La statua della Libertà è in catene.

- Non temere figliolo, la vendetta seguita dalla gioia presto avvolgeranno il tuo mondo. Tu sei la mia nemesi, il figlio che mi vendicherà.

È statol'ultimo canto di mia madre. 

Ho portato le mani alla testa stringendola per non sentire più, il mio corpo ha vibrato nella stanza. Poi sono andato fuori. Ho gettato dalla collina le due biglie di vetro che sono state risucchiate dal lago sottostante in un'onda anomala. 

Gli occhi dello sciamano sono svaniti così per sempre nelle profondità. Non voglio più vedere il demone che mi apparve nell'ascensore riflesso sullo specchio. 

Quel demone ero io. Adesso ho bisogno di un cuore con le ali bianche.

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Santo cielo, hai spalancato l'anima al dolore. Si sente tutto, arriva tutto e con una forza devastante. Quanto vorrei che non fosse autobiografico. Ma non credo che qualcuno potrebbe esprimersi così, se prima non ha provato cosa sia il vero dolore.Segnala il commento

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Antonella Avolio ha votato il racconto

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Emil M. ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Il tormento che descrivi è un condensato delle paure più recondite... Come sempre coinvolgi parlando di un malvagio che si danna per redimersi... come sempre: bellissimo!Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Il dolore è molto forte, presenteSegnala il commento

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Shalafi ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Il puma del Sîambù ha votato il racconto

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Valentina B ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Anle ha votato il racconto

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L'ho letto diverse volte, mi pare di capire che tutto si svolga sul lettino dello psicoterapeuta. Non mi è chiara la parte finale dove entra in campo lo sciamano. Certo si è capito che ci sono demoni che vanno combattuti e sono le nostre paure. Ci sono passaggi molto significativi e dolorosi. Segnala il commento

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di Andrea Trofino

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