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Narrativa

Memorie di un mercante

Pubblicato il 24/02/2021

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Una voce perentoria mi svegliò nella notte “Marco, devi andare!”

Erano trascorsi mesi ed un peso cresceva nell'animo; tutte le fanciulle più graziose avevano ventri gonfi e poppe piene, tra poco sarebbero riecheggiati pianti ed urli di marmocchi in ogni parte del villaggio. Terrorizzato da quell'evento supplicai mio figlio di prepararsi per il ritorno. Ma lui voleva restare e sposarsi con Shui. Fu colpa mia quella di soggiornare in quel posto più del dovuto. Altri, in verità, ci avevano preceduto nel viaggio da occidente e caddero come noi in quell'incantesimo e forse mai tornarono indietro.

Avevamo oltrepassato le mura ciclopiche del nuovo mondo da tre mesi quando raggiungemmo un villaggio dove il sole rendeva color del miele ogni costruzione e scure le pelli di donne minute dalla corporatura esile e occhi a mandorla. La guerra aveva decimato tutti gli uomini in forze, restavano bambini, vecchi e donne d'ogni età. Il nostro arrivo fu salutato come un dono divino perché con sangue nuovo avremmo ridato nuova vita alla comunità. Freschi corpi ci accolsero fra profumate lenzuola per decine di notti e senza tregua ci sollazzammo nel piacere come mai era accaduto prima d'allora. Tanto e di tutto ci fu offerto con cibo squisito accompagnato dal profumo di fiori mai visti e danze e giochi acrobatici fra zampilli e cascate di fuochi colorati e musica di strumenti mai uditi e canti accorati. Fra le intoccabili giovinette ce n'era una che si distingueva per grazia e beltà un palmo più alta delle altre. Aveva capelli setosi tagliati cortissimi sulla nuca ma gonfi in alto a formare un caschettto ovale con un ciuffo ricadente sulla fronte. La carnagione chiara ricordava la porcellana con alcuni nei sul collo alto ed esile; spalle e busto dritto con un seno appena abbozzato; un meraviglioso sorriso malgrado labbra sottili, un naso leggermente aquilino e occhi castani incredibilmente grandi e luminosi. E poi, non da poco rispetto alle altre fanciulle, un ampio e promettente bacino. La timidezza la rendeva irraggiungibile al pari della sua grazia estrema, mai si avvicinò spontaneamente a meno che non la richiamassimo coi gesti. Mio figlio Polo ne fu subito attratto e in poco tempo se ne invaghì. Troppo tardi ci accorgemmo che quell'essere angelico non era una donna ma un maschietto ch'era stato allevato fin dall'infanzia come femmina. Capitava che madri di soli figli maschi ne nascondessero almeno uno per evitargli la morte o tremende amputazioni nelle continue guerre fratricide vestendoli fin da bambini con indumenti femminili; facevano bere ai pargoli un decotto di un'erba degli altipiani che impediva ai loro corpi uno sviluppo muscolare completo e la comparsa di peli sulle gote.

Era giunta la primavera; bisognava ripartire senza indugiare oltre. Mio figlio invece aveva deciso di restare e sposarsi.

Eccolo là il mio ragazzone che ancor giovinetto era partito con me lasciando gli amici di Venezia. Ora era un uomo robusto e barbuto che mi sovrastava in altezza e forza. Pensavo ch'era destinato a grandi avventure ma che mai ci saremmo divisi. Sarebbe stato l'ultimo viaggio insieme; io per andare a rinnovare il lasciapassare, lui per ottenere l'autorizzazione al matrimonio. Per due settimane avremmo condiviso lo stesso cielo, la bellezza della primavera con i suoi mille colori nel silenzio assoluto di campi smisurati e nella sinfonia assordante di uccellini in tratti boschivi. Arrivammo prima del previsto in una città immensa con i tetti del palazzo governativo che dorati luccicavano a miglia di distanza, aiutai Shui a scendere dal cavallino e quando mi allungò la mano provai al solo tatto una gioia grande, tanto erano morbide le dita, piccole e deliziosamente affusolate. La sua voce era un cinguettio di passerotto, il lungo collo era privo del pomo d'Adamo; era nata sicuramente donna nello spirito ma tenuta segregata come un'intoccabile era cresciuta ancor più bella. Salutai mio figlio piangendo. Guardando la sposa, il viso dolce, la piccola bocca aperta come un bocciolo di rosa, ero sicuro che avesse scelto per sé ciò che avrei voluto anche per me se ne avessi avuta l'opportunità.

Feci una sola richiesta perché la loro vita insieme avesse uno scopo superiore alla ambiguità del loro legame:

quando tornerete nel villaggio adotterete il bambino o la bambina che nascerà dalla ragazza che per prima perderà la vita mettendolo al mondo e se poi vorrete ne prenderete altri senza alcuna differenza di sesso, sani o deformi per formare una vera, grande famiglia. 

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Mauro Serra

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