Oltre quel lembo bianco del telone parasole, si intravedeva una fetta azzurra di cielo, in parte nascosta dalle verdi foglie di una palma da datteri bastarda.

Un leggero vento faceva sbattere debolmente il telo e lui, con le mani intrecciate dietro la testa e le gambe accavallate, sollevava lo sguardo; dimenticando per un momento la sua tazzina di caffè profumato. Il pranzo era stato ottimo, a base di pesce e molluschi di mare: la mente era sgombra e felice, libera da ogni pensiero.

Sotto il molo in pietra, con leggero sciabordio quasi ipnotico, si frangevano deboli onde, nella calura del primo pomeriggio. Piccoli pesci nuotavano in branchi, tutti nella stessa direzione, ignari del perché proprio da quella parte. In lontananza mare e cielo si toccavano e si fondevano indistinti.

I tavolini lungo il molo erano quasi tutti occupati e gente vacanziera come lui parlava di mille cose insignificanti, per passare il tempo in compagnia. Risate salivano qua e là e bicchieri tintinnavano, fra un andirivieni ininterrotto di camerieri, che pronunciavano in tutte le lingue le solite frasette: buon giorno, arrivederci, grazie, benvenuto.


La palma a fianco a lui era un albero adulto, alta forse quindici metri.

I suoi finti datteri pendevano a grappoli, tre o quattro in tutto. Non erano commestibili, lo sapeva bene: era proprio una palma bastarda. A che mai poteva servire? Non sarebbe stato più saggio se l’amministrazione comunale avesse piantato un banano, o qualcos’altro di commestibile?

Dalla sua, però, poteva vantare la bellezza: un albero così maestoso e ritto come un fuso!

Ma lui gli avrebbe dato fuoco!

Gli venne da pensare al fico di Gesù Cristo: lo seccò irato perché improduttivo. Povero fico: come avrebbe potuto generare dei frutti, se non era stagione?


Un rumore di ali sbattute e un suono gutturale attirò la sua attenzione: due tortore stavano abbandonando la chioma della palma e volavano felici nel cielo. Da un becco cadde un pezzetto di dattero selvatico. Toh, c’era anche qualcuno che apprezzava quell’inutilità! E forse, in mezzo a quelle foglie, c’era un nido, chissà?

Gli venne da pensare che forse il concetto di utilità è relativo.

Peggio ancora: ora l’oggetto delle sue riflessioni era proprio se stesso!


Hassanet, Hassanet! Questo nome cominciò a vorticargli nel cervello.

Quella cara signora, non più di trent’anni, sempre silenziosa e col sorriso sulle labbra. Cos’aveva da sorridere, poi, era un mistero per lui: in quella terra di nessuno, povera, nera come la sua pelle.

Ricordava come fosse lì ora, davanti ai suoi occhi, quel mattino che fece loro vedere la foto dei suoi cari bambini, vestiti di tutto punto per andare in quel posto che chiamavano ‘scuola’.

Gli occhi le sorridevano pieni d’orgoglio, mentre mostrava quelli che per lei altro non potevano essere che rarità.

Dove saranno, ora?

E quel giorno, quando stavano preparandosi alla partenza, di ritorno a casa dopo alcuni anni.

“E Pallina?” chiedeva lei. Era il loro cane, un bastardino trovato cucciolo su una montagna di rifiuti.

“Naturalmente lo portiamo con noi, a casa”, dicevano lui e sua moglie.

“e…Hassanet?”

Ci fu un momento di gelo e di silenzio.

Poi lui si riscosse e, raschiandosi la gola, si voltò verso la porta di casa. Sua moglie, dopo un po’ lo seguì.

Si dissero un’infinità di scuse, mille ragioni, in gran parte burocratiche.

Non ne parlarono più.

Ancora adesso il pensiero lo faceva star male. E ancora lo cacciò quasi con rabbia.

La palma era sempre lì, a ricordargli quant’era inutile, pur così bella. O, forse, non lo era affatto.

Il caffè s’era raffreddato nella tazzina, ma lui non ne aveva più voglia.

La gente continuava a ridere fra i tavolini, dietro quegli orrendi occhiali a specchio, che impedivano di osservare gli occhi.

Lasciò una grossa mancia, si alzò e si avviò per la solita passeggiata sul lungomare.