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Narrativa

Meteoropatia

Pubblicato il 13/03/2019

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Il frigo era vuoto.

Decisi di immergermi coscienziosamente in una profonda malinconia.

Sola, in una città ostile.

La vista dalla finestra era terrificante, una decina di palazzi grigiastri, di qualche tono più chiari del cielo.

Forse un tempo erano stati bianchi o avorio, forse le ringhiere dei balconi prima di arrugginirsi erano state rosse o gialle o blu, forse nei rendering i giovani praticanti dello studio avevano messo dei gerani e figurine gioiose che li annaffiavano. E nella piazza torreggiavano alberi dalla grande chioma e sotto quell’inverosimile massa di foglie, eleganti panchine accoglievano i passanti e da una fontana di design sgorgava latte e vino. Nonnetti seduti chiacchieravano animatamente, mamme bionde e brune facevano moine ai rispettivi pargoli; qua e là, carrozzine turbo, cani di razza stitici, bambini che scorrazzavano felici. E tutta quella bellezza in 3D, era bastata a convincere gli acquirenti e l’amministrazione che sì, quell’agglomerato di cemento sarebbe stato un bel posto per vivere.

Dei gerani non c’era traccia, nella piazzetta sopravvivevano a stento un paio di piante rachitiche, schifate anche dai passeri. I nonni erano morti o in qualche ospizio, di mamme ce n’era una che chiedeva l’elemosina vicino alla fontana; la fontana era uno schifo di aggeggio in cemento che si riempiva d’acqua puzzolente se pioveva per tre giorni di fila. Quando succedeva, cicche e lattine sostituivano degnamente pesci rossi e ninfee.

Il frigo era vuoto e io vivevo in quel quartiere di merda.

Non che fosse il peggior quartiere della città, neanche quello. Era il quarto o quinto in classifica.

Il frigo era vuoto, abitavo in un quartiere di merda, neanche tra i più malfamati che avrebbe fatto figo, e stava anche piovendo. Una pioggia fitta, sicuramente acida, quanto la tipa impellicciata che mi passava sempre avanti dal fornaio.

Pioggia fitta, dicevo, scrosci e sirene alternate, ambulanza, polizia, ambulanza, carabinieri, ambulanza, e poi clacson, bestemmie e ancora polizia; non mi facevano neanche apprezzare il requiem che avevo scelto come colonna sonora della mia personale, straziante telenovela.

Il frigo era vuoto e Roberto non mi aveva chiamato.

Non mi avrebbe chiamato, mai più. L’avrei incontrato per caso, in un prossimo futuro, lui bello, ricco e felice, io malata di tisi, con i vestiti laceri e neanche un tozzo di pane con cui sfamarmi. La tisi faceva molto bohème e ci sarebbero voluti almeno due singhiozzi convulsi, in chiusura, ma proprio non ci riuscivo. Pessima esecuzione. Non ero ancora sufficientemente addolorata.

Il frigo era vuoto e di tutti i miei sogni non restava niente, non me li ricordavo nemmeno. Il file con l’indice della tesi e qualche appunto era nascosto in chissà quale cartella.

Il mio relatore avrebbe potuto risparmiarmi tutte le sue cazzate. Colpa mia. Avevo continuato a crederci, anche quando era arrivata l’ambulanza perché lui farneticava sotto la cattedra. Il Prof. aveva perso il posto per colpa di Krishnamurti, Schopenhauer, Campanella e per una nuova, inopportuna passione impregnata di derive quantistiche e new age. Voleva dimostrarci che dei sassi disposti sulla cattedra avrebbero potuto spostarsi, se ci fossimo concentrati a sufficienza. 

Gli infermieri avevano fatto fatica a portarlo via. Sghignazzavamo, tutti, ma i sassi si erano mossi, a mio parere, e l’idea che tutti noi vivessimo in una realtà illusoria mi sembrava di una praticità assoluta, roba da accomodarcisi per l’eternità. Non era poi così comoda, né per me, che continuavo a destreggiarmi con fatica tra bollette scadute e affitti arretrati, né per lui che ormai faceva lezione nelle piazza cittadine.

L’avevo incontrato di recente, puzzava di vino e aveva addosso quel che restava di un completo di grisaglia. Mi era familiare, quel completo. Marzotto, diceva lui, un preziosissimo vintage, ottima fattura, ottima divisa per stare a proprio agio in qualsiasi occasione. Continuava a dispensare per la strada consigli sui colori da indossare per sostenere gli esami. Bianco e verde, se non avete studiato a sufficienza, grigio topo per copiare agli scritti, rosso e marron, per dimostrare al mondo che non avete paura di niente.

Ciao prof, gli avevo detto. Non mi aveva riconosciuto, non mi aveva neanche guardato, a dire il vero… - Stai prendendo appunti? Con questi freddi mi si gela il cervello. A me… Figurati a te che non sei del mestiere.

Il prof cambiava piazza, ma ripeteva a tutti le stesse cose. E con questi freddi e con questi caldi, e il programma e il velo di Maya e il vicino di casa che sbraita alle sei del mattino e ti comunica l’abisso. Queste frasi ricorrevano spesso, era di una noia mortale, il prof. e il suo cappello era sempre vuoto. Mi aveva fatto perdere un sacco di tempo prima di definire il titolo della tesi e poi aveva sbroccato.

 Avrei dovuto prenderlo a calci, quel giorno, invece gli avevo lasciato qualche spicciolo. - Vuoi continuare a ignorare l’abisso? -Mi aveva detto lui, al posto di ringraziarmi.

Sì, ci stavano due calci, per aver infranto i miei sogni e soprattutto perché mi ritrovavo senza relatore, ma era solo un uomo confuso. Forse non aveva capito il messaggio di Schopenhauer o Schopenhauer non aveva capito quello dei Veda. Forse. 

Ma a me che m’importava. Io non avevo capito un cazzo di niente.

Il frigo era vuoto e tutta quell’autocommiserazione, che per tirarmela definivo flusso di coscienza, non mi aveva fatto versare una lacrima. Almeno una, dico io, non una valanga di lacrime liberatorie o un umido prolungato lamento. Una sola lacrima, sufficientemente salata, per dare un senso alla farsa che avevo messo su.

Riprovai con Roberto. Ero rimasta al mai più. Mai più, oh dio, l’amore della mia vita, con cui costruire grandi cose, piantare due gerani, adottare dei nonni e portare a spasso cani di razza in carrozzine turbo, oh dio, non mi avrebbe più chiamato. E tutto perché gli avevo detto di andare a fare la spesa. O di lavare i piatti o qualche altra sciocchezza. 

Possono simili idiozie distruggere un amore che sfidava il vento e non so cos’altro? Possono? I fatti parlavano chiaro. Erano passate più di due ore e non era ancora arrivato un suo messaggio. 

Lo smartphone muto, appoggiato sul tavolino per tutto quel tempo, sarebbe andato in avaria.

Ecco, forse mi stavo commuovendo. Abbandonata per cause imprecisate, anche dal mio samsung, nuovo di pacca, isolata dal mondo per sempre. Impossibile comunicare a qualcuno che il frigo era vuoto e che il mio dotto lacrimale si era inceppato.

Il samsung non avrebbe più squillato, Roberto non mi avrebbe più chiamato e il frigo sarebbe rimasto vuoto per sempre. Per sempre.

E fino al momento in cui avrei inalato l’ultimo respiro, morendo di inedia alla giovane di età di ventitré anni, così avrebbero scritto da qualche parte, sarei rimasta lì a vegliarlo, quel dannato frigo, a guardare l’acqua scorrere sul pavimento, fredda e densa, come sangue rappreso. Come sangue rappreso.

Questa del sangue rappreso era proprio un’idiozia, l’acqua sarebbe stata fredda, sì, ma certamente non densa. Al limite avrebbe trascinato sul pavimento qualche granello di parmigiano o piccoli frammenti di prezzemolo. Perché continuavo a prendermi in giro? 

Il velo di commozione si era dissolto, era stato un falso allarme, faceva anche freddo davanti al frigo, era meglio chiudere lo sportello e pensare a qualcos’altro. Ci voleva un dramma sostanzioso, ma non mi veniva in mente nient’altro che quel vuoto, né burro, né croste di formaggio, né limoni di seconda mano. 

Il vuoto del mio frigo era un’indegna metafora della mia scatola cranica, il mio stomaco si lamentava con borbottii poco eleganti da più di un’ora, il battito, invece, sembrava regolare. Non avevo il cuore lacerato, non abbastanza. 

Dovevo ricominciare da capo. Il samsung non squillava, il mio mentore, ex mentore per la precisione, recitava versi sconnessi nelle piazza cittadine, Roberto non mi avrebbe più chiamato, mai più, abitavo in un quartiere di merda, pioveva e il frigo era vuoto. 

 Avevo anche abbandonato la mia comunità di scrittura. Dovevo riprovarci, impegnarmi nella stesura di un bel raccontino per ricevere qualche like consolatorio. Magari nello scrivere lacrime catartiche sarebbero uscite con furia, magari il dotto si sarebbe sbloccato.

 Non avevo ancora esplorato la morte, che faceva sempre figura, dolore a contorno, un tuffo nei ricordi, occasioni mancate, oh, se fosse ancora viva, oh, se fosse ancora vivo. Non avevo ancora raccontato di attese in ospedale, o di qualche esilarante o crudele disavventura alla Asl, né di aborti o malattie. 

Non avevo ancora scritto niente su mia nonna, che pure meritava un romanzo da un milione di battute, né su quella testa di cazzo del mio capo, che, oltre alle battute, si meritava anche una denuncia. 

Poesie, manco a parlarne, che in tutto quel vuoto, forse galleggiava ancora qualche particella di pudore. 

Di amori finiti, di quelli veri, sapevo così poco e quel poco non bastava di certo. 

Avrei potuto scrivere della mia storia con Roberto. Noi ci amavano, era un amore che sfidava il vento e non so cos’altro e poi, di punto in bianco, lui non mi amava più, era quasi una certezza, due fottutissime ore erano già passate e non mi aveva ancora chiamato. Era finita, ormai. Senza un messaggio, senza una lacrima, come diceva quel cantautore riccio. Io l’amavo ancora, ma mi sarebbe passata nel giro di qualche mese, massimo sei. Se non ricordavo male, il mio cuore non era tarato per strazi più lunghi.

Quattrocento sessanta caratteri per un amore che sfidava il vento, c’era da vergognarsi, altro che like, altro che pubblicazione. Forse era meglio provare con qualcosa di impegnato, attualità, principi democratici, giustizia, né satira, né cinismo da strapazzo. 

Un proclama, una cosa densa di coscienza di classe, poteva anche starci, ma quale classe? Troppo difficile anche per gente più esperta, figuriamoci per me, con il frigo vuoto, il samsung fuori uso, un amore finito, un mentore impazzito, ecc ecc. Non avevo ancora scritto niente ispirandomi a Carver o a Calvino. Qualcuno con la C, insomma, senza stare a tirarla per le lunghe. E pensare a un finale cazzuto, di quelli che sorprendono, ma con sobrietà. O un esercizio di stile partendo da un grande classico, forse valeva la pena provarci. 

Potevo ispirarmi a Hemingway, accurate descrizioni, qualche bell’aggettivo, senza strafare però, che a Simenon non sarebbe piaciuto, tono epico e un po’ di attenzione per il rumore prodotto da venti e oceani in tempesta, ma il borbottio del mio stomaco mi impediva persino di sentire lo scroscio della pioggia.

Avevo fame. Solo fame e frigo vuoto, amore finito, mentore impazzito, blocco dello scrivente, quartiere di merda, clacson e sirene, fitta pioggia e dotto lacrimale profondamente danneggiato. 

Lacrime non ne arrivavano, né alla finestra, né vicino al frigo, né davanti al Mac. 

Cambiare prospettiva, l’avevo letto da qualche parte, era fondamentale. Smetterla con il flusso di coscienza o quel che era, innanzitutto, smetterla con gli esercizi di scrittura.

Dovevo prenderne atto: ero meteoropatica, me l’aveva detto il dottore, cacciandomi dall’ambulatorio, me l’aveva detto Roberto, che seguiva il meteo con ansia crescente, sperando annunciasse giornate senza vento e moderatamente soleggiate ma, soprattutto avevo fame, fame, fame.

Vagando in mezzo alle macerie del mio monolocale, tra libri impolverati, calzini solitari e camicie mai stirate, mi avvicinai circospetta alla credenza della nonna, santa donna mia nonna, con una buona attitudine ai miracoli. Aprii lentamente lo sportello, cigolava, faceva resistenza, ma alla fine mezzo pacco di penne e un barattolo di pelati fecero la loro apparizione.

Guardai su, nell’alto dei cieli.

Grazie nonna, aiutami ancora. Il frigo è vuoto, Roberto mi ha lasciato, il samsung non funziona, il dotto lacrimale è andato, non ho ancora trovato un relatore, vivo in un quartiere di merda ecc ecc, fai qualcosa, nonna, fammi trovare almeno dell’aglio. 

Nonna era la mia ancora di salvezza, quando perdevo le chiavi, quando l’autobus non passava, quando qualche vento contrario rallentava le mie attività quotidiane, invocarla era la cosa più saggia che potessi fare. Non mi deludeva quasi mai, se le richieste erano sufficientemente pragmatiche e non troppo esose.

Abbandonato in una ciotola, tra una molletta ikea e un paio di accendini fuori uso, si materializzò uno spicchio d’aglio, un grosso spicchio, venato di violetto e pronto a partorire un germoglio. Una rapida, chirurgica incisione e sarebbe andato bene comunque. 

Sul balcone di fronte c’era un moccioso o un giovane nano che agitava la manina e sorrideva. Sì, sorrideva, nonostante la pioggia e il quartiere di merda e le sirene e i clacson impazziti. Non soffriva di meteoropatia, lui, non gli importava del mio pessimo umore e dei foschi pensieri che si presentavano a intermittenza e mi stava regalando un fantastico sorriso sdentato. 

Un sorriso tutto per me. Non era il caso di farlo assistere a un maldestro tentativo di suicidio da un piano rialzato, per futili motivi, un frigo vuoto, un amore finito, una tesi mancata, un quartiere di merda, un racconto non scritto ecc ecc. 

L’acqua bolliva, il sugo era pronto, solo dieci minuti di cottura mi separavano da un piatto di pennette al pomodoro. Ritornai alla finestra, aveva smesso di piovere e le sirene e i clacson erano solo un’eco lontana. Non era poi una brutta giornata.

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Alex Chiapparelli ha votato il racconto

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Ficky ha votato il racconto

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L'eccesso di ripetizione funziona, il ritmo è ottimo, mi manca solo un po' di sviluppo narrativoSegnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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Miky Miky ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Ho dovuto rileggerlo più volte, a distanza di giorni: alla fine sono riuscito ad entrare nella tua "narrazione". Ogni volta funziona meglio.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bello, eccessivo, ma coglie nel segnoSegnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Karl Krasnyy ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

Esordiente

Bello. Stile piacevolissimo e ripetizioni molto efficaci ad amplificare il "comico" disagio. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Emanuela ha votato il racconto

Scrittore

Bello. Per come eccedi. Per come, delle, volte nella ripetizione, e solo con essa, si trova il senso. Segnala il commento

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

Esordiente

Secondo me ne bastava la metà Segnala il commento

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Giata ha votato il racconto

Esordiente
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di gionadiporto

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