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Autobiografia

Mia madre

Pubblicato il 30/09/2022

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    Mia madre.

Fu un mattino di Novembre a cambiare profondamente la mia esistenza, quando venni a sapere della malattia di cui era stata colpita mia madre. Fu uno zio a rivelarmela, lo fece mentre andavamo all’ospedale a prendere la medicina per la mamma. Sicuramente gli costò fatica dirmelo. Era una mattina grigia, piovosa, malinconica, dal finestrino vedevo i ragazzi andare a scuola: chiacchieravano, scherzavano, si amavano, e come li invidiavo. Appena qualche minuto prima ero uno di loro.

Non dissi una parola e mio zio continuò a guidare in silenzio, di tanto in tanto mi osservava per vedere come reagivo. Stavo muto con lo sguardo perso nel vuoto e il cuore gonfio di dolore. Poi lo zio ruppe il silenzio e disse “credimi, abbiamo fatto di tutto, è stata visitata dai migliori specialisti, purtroppo non c è niente da fare, il diavolo ci ha messo lo zampino “. Ogni sua parola erano gocce di una medicina amara che dovetti sorbirmi. A casa fui accolto dai lamenti di mia madre che giaceva a letto. Mio padre mi guardò, scambiammo un occhiata e a stento trattenemmo il pianto.

Coi miei fratelli Giuseppe e Rosa promisi di tenerli all'oscuro ma non vi riuscii se non per poco tempo. Volevo che condividessero con me la verità e così con altrettanta brutalità dissi che per la mamma non c’erano speranze.

Nella stanza calò un silenzio gelido, sparì un mondo colorato, illuminato dalla presenza salvifica di nostra madre su cui potevamo contare in ogni istante, e tutto ad un tratto ci trovammo catapultati nel buio della disperazione, in un mondo ostile, dove avremmo dovuto difenderci da soli.

Accostandomi al letto dove riposava mi sforzavo di apparire sereno, fiducioso. Lei mi guardava e diceva di avere pazienza se non poteva accudirci, se non era capace di badare a noi e alla casa. Risposi che eravamo grandi, non doveva preoccuparsi, solo guarire e pensare a se stessa.

Quando entravo nella stanza per portarle un bicchiere d’acqua, la medicina o qualsiasi cosa che lei chiedeva, dovevo fingere, assecondare la sua volontà di riprendersi al più presto per occuparsi di noi. Si sentiva in colpa per questo. Dopo una vita in cui mi ero affidato a lei per ogni mia necessità, per ogni mio capriccio, adesso era la mamma ad aver bisogno di cura.

Parlava del futuro, delle cose da fare in casa e noi a redarguirla, a dirle che saremmo stati più collaborativi, avremmo divisi con lei ogni compito. Progettavamo che appena guarita, avremmo trascorso una settimana di vacanza in una località vicino al mare. Lei sospirava e sorrideva poi dormiva e forse chissà, sognava di stare al mare per lasciarsi cullare dalle onde e poi scaldarsi al sole con i suoi figli e suo marito.

Casa nostra era un via vai di parenti, amici, tutti a fingere, a confortare la mamma, dirle di avere pazienza, il dolore era tanto ma bisognava sopportare e con l’aiuto delle medicine, dei medici, ma soprattutto con l’aiuto di Dio, sarebbe guarita. Lei annuiva, accennava un sorriso, e a volte sembrava che si stesse riprendendo per davvero. Quasi credevo speravo nel miracolo e l’aiutavo ad alzarsi a camminare per un po’.

Successe proprio a ridosso del Natale, mentre nel mondo si festeggiava la nascita di Gesù, la mamma moriva ci lasciava per sempre.

Dal suo viso era sparito ogni alito di vita e finalmente poteva riposare. Aveva smesso di soffrire ed io provai sollievo, ma i parenti, i conoscenti, i miei fratelli ed amici piangevano ed io dovetti continuare a esternare dolore, pena, anche perché nelle ore successive fu un continuo pellegrinaggio di baci, strette, pacche sulle spalle, parole di conforto e lacrime a cui non potevo sottrarmi.

Persone che non conoscevo entravano in casa, si affollavano nella stanza, sostavano accanto al letto della defunta e ripetevano come una litania. “Era una brava donna, non meritava di morire così giovane“,

“con tanta gente malvagia, a morire sono sempre le brave persone “ ,

“ che il Signore l’accolga in paradiso”.

Fra quella folta schiera di parenti al capezzale della mamma, si distingueva zia Carmela, la sorella maggiore di mamma. Tracagnotta, gonfia per le tante gravidanze e aborti, incattivita a causa delle presunte e accertate relazioni erotiche del marito, zio Umberto.

Faceva il camionista ,restava intere settimane in giro e non faceva mistero di come se la spassava negli alberghi e autogrill in cui soggiornava e aveva sempre da ridere sul conto di mio padre che poveretto sgobbava tutto il giorno per un pezzo di pane mentre lui aveva la tasca piena di soldi.

Trovai la sua presenza imbarazzante ,irrispettosa nei riguardi di mio padre che avrebbe fatto volentieri a meno della stretta di mano e delle pacche sulla spalla di quel cognato.

L'entrata in casa del prete per l'estrema unzione e poi quelli delle pompe funebre, fu l'epilogo di quella triste farsa in cui mia madre spariva per sempre dalla nostra vita.

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Marco Patruno ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto commovente, vero nel suo dolore, vero nell'ipocrisia che percepisce soltanto chi ama davvero colui che non c'è più.Segnala il commento

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Sania ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Maurizio76 ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto che commuove, quindi molto empatico ed umano. PiaciutoSegnala il commento

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Emil Moltenis ha votato il racconto

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Alma ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Paola Zaldera ha votato il racconto

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Italo ha votato il racconto

Scrittore

Commovente, e dolorosamente reale.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

trafigge Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Toccante e coinvolgente. Continuo dicendo che i tuoi racconti si fanno leggere e non hanno trmpi morti. Certi passaggi rendono benissimo lo stato emotivo quasi senza che il lettore se ne accorga (specie all’inizio la scena dal finestrino). Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Commovente Segnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Nulla sparisce, tutto si trasforma. E poi ci si rincontra. La difficoltà sta solo nel riconoscersi. Tempo fa scrissi questa cosa qui: https://tesoridicarta.blogspot.com/2020/11/tutto-il-bene-del-mondo.html. Non ho mai trovato la forza di riscriverlo per bene. A ogni modo, ti sconsiglio di usare il discorso indiretto nelle tue narrazioni, specie in quelle di questo tipo. Formulazioni del tipo "Lei mi guardava e diceva di avere pazienza se non poteva accudirci, se non era capace di badare a noi e alla casa. Risposi che eravamo grandi, non doveva preoccuparsi, solo guarire e pensare a se stessa" sono un ostacolo serio alla partecipazione emotiva del lettore.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Mi ha colpito, molto. Un racconto che ti prende e ti proietta nel tempo del dolore. L'ho provato pure io, e a dirmelo è stata mia sorella, medico chirurgo che era in sala operatoria insieme al primario. Ho scritto un racconto anch'io sulla sua morte, e ogni volta che lo rileggo mi commuovo. Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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di Raffaele 57

Esordiente
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