"Come le dicevo, signor Draguglia, la casa è in prossimità della città, ma è distante quel tanto che basta per avere tutta la privacy che vuole" disse Fausto Perini, scendendo dalla macchina e aprendo il cancello in stile ottocentesco. Si infilò di nuovo nell'auto e varcò la proprietà. 

"Come può vedere, il giardino è ben curato. Il vialetto è stato inghiaiato di recente e gli alberi sono stati potati. Le aiuole..."

"Odio i fiori" lo interruppe Draguglia, seduto al suo fianco. Lo disse in un italiano perfetto, scevro da qualsiasi cadenza. 

"Be', se lei dovesse acquistare la proprietà, le aiuole potrebbe farle togliere."

"Sa perché odio i fiori, signor Perini? Perché sono ingannevoli, caduchi. Marciscono, come l'uomo. E puzzano."

L'agente non replicò. Draguglia gli faceva accapponare la pelle. Era un uomo di aspetto gradevole, ben vestito, con un orologio d'oro e i capelli bianchi. Eppure, lo metteva a disagio. Parlava con freddezza e se sorrideva, il sorriso non arrivava agli occhi. Mai.

Tirò un sospiro di sollievo nel raggiungere il piazzale antistante la villa. Scese, attendendo che Draguglia aprisse lo sportello per seguirlo. Ma Draguglia osservava la casa dal parabrezza e non accennava a smontare dall'auto.

"Signor Draguglia? Fra poco farà buio. E la corrente non è attaccata." 

Quell'uomo sembrava sempre refrattario alla luce diurna. Ogni volta che voleva visionare una proprietà, la filiale lo scaricava a Perini. Pare che Draguglia chiedesse espressamente di lui, al suo titolare.

Lo sportello che sbatteva lo fece sobbalzare. Draguglia gli era accanto e guardava la facciata, il giardino, gli alberi. Il sole stava calando, inondando la pietra calcarea di una pennellata dorata.

Draguglia, senza parlare, prese a ispezionare il perimetro esterno della proprietà. Perini, abbastanza seccato, guardò l'orologio e fece una smorfia di disappunto. Con quell'uomo ci doveva andare cauto, perché aveva già acquistato altre proprietà, senza contrattare né battere ciglio sulle proposte dei venditori.

Dopo aver visionato l'esterno, Draguglia tornò dall'agente e fece un cenno affermativo. Perini, sollevato, si avviò alla porta d'ingresso.

"Come avrà visto, la proprietà si estende tutta intorno al giardino. Oltre quest'ultimo e la villa, ci sono cinquemila metri quadri, utilizzati come frutteto e oliveto. Alle spalle della villa c'è già la predisposizione per la piscina e per un campo da tennis."

"Sempre che io sia interessato" rispose Draguglia, gelido.

"Certo." Perini infilò la chiave nella toppa. Avere quell'uomo alle spalle non gli piaceva. La chiave non girava, sembrava incastrata.

Perini provò a spingerla nel nottolino, sbatté col palmo per farla infilare, perché la chiave pareva volersene uscire a ogni movimento, ma niente da fare.

Draguglia gli posò la mano sulla spalla. "Il suo tempo è scaduto, amico mio, e lo sa anche la chiave."

Perini provò un brivido di disgusto, nel sentire quella mano gelata addosso. Sembrava che la spalla gli fosse diventata di ghiaccio. Si voltò lentamente, corrucciato. Alle spalle dell'uomo, il sole stava nascondendosi dietro i campi in lontananza.

"Ma che cosa..."

Draguglia torreggiava su di lui, il volto in penombra. Con fare deciso lo scostò e aprì la porta. Fece un gesto e Perini si scosse, con un risolino imbarazzato. L'agente entrò in casa e accese la luce di cortesia del cellulare. Si voltò verso l'uscio.

"Prego, si accomodi."

"Ne è sicuro?"

Che voleva dire quel vecchio stramboide? Perini iniziava a innervosirsi, così replicò un po' brusco: "Sì, signor Draguglia, la invito formalmente a entrare. Va bene così?"

L'agente vide un sorriso lupesco lampeggiare, mentre il buio pareva infittirsi attorno a Draguglia.

"Grazie." replicò l'uomo, da qualche parte, vicino a lui.

Perini si accorse di un freddo improvviso, del buio e del cellulare che gli cadeva tutto assieme. 

"Signor Draguglia? Signor Draguglia! Usi il suo telefono, non si vede nulla!" Perini aveva la voce di un'ottava troppo alta. La pelle d'oca e un gelo dietro la nuca lo fecero voltare di scatto.

"I fiori marciscono, ragazzo..." Il sussurro era venuto dalla sua destra. Perini offrì il collo, nel voltarsi da quel lato.

"... come te" terminò Draguglia, affondando i denti nella giugulare.

L'agente ebbe un singulto, le mani che schiaffeggiavano convulse l'aria attorno a sé, poi si afflosciò sul pavimento.

Draguglia si deterse le labbra con un fazzoletto di seta bianca, osservando il corpo ai suoi piedi. 

Che seccatura, questi esseri inferiori. Così pieni di vita, sangue ed energia e così poco resistenti... 

Draguglia uscì sulla soglia, non degnandolo più di uno sguardo e fissò gli alberi stormire in una lieve bava di vento. 

Era tempo di avere dei servi. Era tempo di ricreare il suo impero. Era tempo di vedere cosa aveva da offrire questa nuova terra.

Alle sue spalle un ansito, dei rumori liquidi, un raspare e un tossire.

"La compro" disse, senza voltarsi.

"Sì, padrone" rispose Perini con voce atona, sollevandosi da terra e raggiungendolo.