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Narrativa

Mister Amarena

Pubblicato il 09/05/2018

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“Benidici, o Signore, la nostra casa”. Diceva proprio così la targhetta blu appoggiata su un mobile della cucina nella casa del signor Parker. Mi telefonò alcune ore prima perché il suo lavandino risputava tutta l’acqua e le schifezze che quell’oca delle moglie ci sbatteva dentro. “Benedici, o Signore, la nostra casa” nella quale io andavo circa sei volte l’anno per fare piccoli lavori domestici che il signor Parker era abbastanza ricco da poter delegare ad altri. Non che fosse sciocco, il signor Parker, anzi, gestiva una piccola società di non so cosa in un grande edificio tutto vetri proprio in centro.

Rimasi a fissare la targhetta mentre mi asciugavo le mani bagnate nei miei pantaloni da ex lavoratore delle officine meccaniche. Pensai che quella targhetta blu, seppure con un uso assolutamente puntiglioso delle virgole, non avesse assolutamente alcun senso. Voglio dire, come se dio stesse lì sopra con un gigantesco binocolo a osservare in quali case siano disposte certe targhette e poi pensasse “Ecco, questi hanno la targhetta, si meritano proprio una bella benedizione” oppure “Guarda guarda la signora Franca con tre targhette con sfondo dorato, potrei ricompensarla con una bella vincita al lotto” o ancora “Eh no, il signor Bouvier e la moglie non hanno nessuna targhetta, manderò loro una qualche sciagura”. Insomma mi sembrava ridicola e totalmente senza senso, ma non dissi un bel niente, alla fine non dà fastidio a nessuno e il signor Parker mi paga piuttosto bene per questi lavoretti che con un po’ di buona volontà saprebbe fare chiunque. “Grazie ancora Mister, non sapevo proprio chi chiamare in questi giorni, stai qui che vado a prenderti i soldi” disse, poi sparì oltre l’ultimo gradino di marmo. Rimasi da solo nella cucina di casa Parker con la mia maglietta bagnata e la borsa degli attrezzi a tracolla; quei tre mesi da pseudo idraulico in una calda estate degli anni sessanta sembravano inutili e invece guarda un po’ come si sono rivalutati più o meno cinquant’anni dopo, pensai, così, tanto per ingannare un po’ il tempo, tanto per non stare lì come un soldato che aspetta la paga. Mi guardai un po’ in giro, mancavano un paio di settimane a Natale e casa Parker era addobbata magnificamente. L’albero era molto grande, con tante luci gialle che formavano una bella spirale rovesciata verso il basso donandogli la rassicurante atmosfera borghese che si respirava in tutto il resto della casa. Mi avvicinai ad una decorazione che sembrava un biscotto e fui quasi tentato di toccarla. “Ecco qua, e di nuovo grazie”. Mi diede il mio cappotto mostrandomi la busta che aveva infilato nella tasca anteriore sinistra; lo ringraziai con lo sguardo: il signor Parker non è uno che si compiace di tante moine. “Allora come sta andando il campionato?” mi disse poi, dirigendomi con le sue larghe spalle verso la porta d’ingresso. “Mah, lo sai, come al solito, facciamo schifo, quei ragazzetti non mi ascoltano ma comunque sono fiducioso, il campionato è ancora lungo” dissi, cercando di essere il più persuasivo possibile. 

Me ne andai ripensando a quella modesta squadra di marmocchi che ormai è diventato l’unico mio vero lavoro; grazie a dio è arrivata la pausa natalizia, le abbiamo perse quasi tutte, due pareggi casalinghi hanno evitato quell’imbarazzante zero in fondo alla classifica. “Il suo 4-4-2 non valorizza la personalità dei ragazzi” mi disse qualche settimana prima il padre di Yannick. Ma cosa diavolo ne sai tu? Quante squadre hai mai allenato? Quanti mondiali ha vinto il Senegal grazie alla tua tattica spregiudicata? Ma soprattutto, perché diavolo tuo figlio ha deciso di fare il portiere? Lo sanno tutti che il portiere nero non è per niente affidabile. Avrei voluto dirglielo ma poi vabbè, forse non era il caso e allora niente, come al solito me ne sono stato a sorridere e a tirar fuori quelle frasi da prete di campagna: “Forse ha ragione lei, ma l’importante è che i ragazzi si divertano, no?”. No, niente affatto, è importante che il portiere pari, che l’attaccante segni e che i genitori non vengano da me a fare i sapientoni. Anche questa volta le mie considerazioni rimasero dentro di me.

Fuori dal vialetto borghese dei Parker mi imbattei in una vecchia amica di mia moglie che veniva da noi a bere il tè e non portava mai niente in cambio, nemmeno quei biscotti secchi da due soldi che piacevano a Marta. Feci finta di non vederla e credo anche lei, che da quando Marta non c’è più sembra più dispiaciuta per il tè piuttosto che di aver perso una buona amica. Forse è colpa mia, non sono mai stato una gran compagnia né un grande amante delle bevande calde e dei biscotti secchi. Una sera, in sua presenza, inveii dall’altra stanza con Nevio Scala per aver ritardato una sostituzione talmente lampante che persino quel senegalese del padre di Yannick avrebbe capito senza troppi problemi. Marta venne di là, pensava stessi litigando con qualche vicino, mi disse che stavo esagerando, che non era educato, che era solo una partita, che c’erano ospiti; forse aveva ragione. Tornò in soggiorno e si scusò con lei, versò altro tè e disse qualcosa che non riuscii a sentire. Stetti un po’ a guardarla, muoveva le mani in modo teatrale, come a dire “Santo dio quanti versi per un goal” ma senza cattiveria, senza rancore, come quando si rimprovera ad un figlio una colpa che anche noi abbiamo commesso.

Ho imparato a fare la spesa a 72 anni e non è stato semplicissimo, ma col passare del tempo credo di essere diventato piuttosto bravo. Palpo sempre frutta e verdura prima di acquistarle, in particolare le zucchine, che se molli non vanno assolutamente comprate, per nessun motivo al mondo, così diceva Marta, così faccio io. A volte mi dimentico del guantino monouso, la moderna e spregiudicata invenzione dei direttori di supermarket , che penalizza noi con le dita grosse e la percezione tattile di un omino dei Lego. A volte non li indosso, mi guardo un po’ intorno e dopo una rapida palpata infilo tutto nel sacchetto, poi faccio un bel respiro, anche questa volta ho eluso il sistema antibatterico imposto dai grandi magazzini. 

Anche alla coop mi chiamano Mister, ché Amedeo Amarena è uno di quei nomi ridicoli che non si presta a nessun soprannome, anche in questo caso il calcio mi ha salvato.

Questo Natale vado a pranzo dai Parker; mi sono tirato a lucido, ho messo la cravatta e il dopo barba. Mi sono messo in piedi con le spalle ben dritte di fronte alla foto di Marta, quella grande della camera, voglio farmi vedere da lei, voglio che veda un bel vecchietto con una camicia un po' ingiallita e stirata così così, voglio che mi riconosca, sono pur sempre io. Voglio raccontare al signor Parker dei miei piani per il girone di ritorno, ho grandi obiettivi, voglio vincere una partita fuori casa, ho ritrovato alcuni vecchi appunti e potrei anche pensare ad una difesa a tre, magari non sempre, magari solo se siamo in svantaggio. Ho iniziato a fare il tè, delle volte non lo bevo, non so ancora se mi piace.

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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