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Narrativa

Morire per vivere

Di vita e passione - Editato da Maddalena Frangioni
Pubblicato il 18/11/2018

Breve testo surreale in cui può capitare che una persona per incapacità o inadeguatezza sociale e culturale non abbia dignità. Testo amaro.

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Mustafà è disteso sul tavolo duro e freddo dell’obitorio, il suo corpo non si muove, ma la sua coscienza non si è ancora spenta e avverte, sebbene attuti, rumori, suoni e parole che volteggiano sopra la sua testa. Mustafà sa perfettamente di essere un cadavere, non potrebbe essere altrimenti, il volo dall’ottavo piano del palazzo cui stava lavorando mette in fuga qualsiasi possibilità di incertezza. Alla sua coscienza emergono tutti i dettagli. E’ stato Vittorio, l’operaio amico, che l’ha trovato a terra, la testa fracassata sul cemento, il fiotto di sangue lento e continuo come un rigagnolo sporco. Risente il suo grido: “Mustafà! Mustafà!",  il rumore per il trambusto dei compagni disperati. Ricorda il suono assordante della sirena dell’ambulanza con i due infermieri e la corsa all’obitorio. Non c’è stato nulla da fare. Fermo e immobile su quel tavolaccio sa che presto anche la sua coscienza lo abbandonerà. A un tratto però la sua coscienza ha un sussulto, il medico legale nell’entrare nell’obitorio sta parlando a voce alta con gli infermieri che lo seguono e tra parole drammatiche e angoscianti ha come una nota di apprezzamento e di riconoscimento per quel pover’uomo straniero assunto a giornata dall’azienda edilizia per un lavoro alquanto pericoloso. Come riporta il giornale, l’uomo è caduto dall’impalcatura per proteggere un collega più giovane in bilico sul cornicione del palazzo. Ha compiuto un atto eroico, ma purtroppo non ce l’ha fatta e è precipitato. Quelle parole sebbene a bassa voce sono come la linfa vitale che la sua coscienza assorbe come l’acqua un assetato. Da vivo nessuno si è mai accorto di lui, ora che il suo corpo sta per irrigidirsi Mustafà conquista il diritto a essere ricordato. La sua coscienza sente il dovere di restituirgli la dignità di uomo che per vivere nel consenso sociale ha dovuto prima morire. 

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Dalcapa ha votato il racconto

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Bello, anche se nel finale l'ho sentito un po' didascalico. Quasi un allontanamento emotivo per esprimere razionalmente un senso di empatia.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Grazia Ferro ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Il dramma degli infortuni sul lavoro che colpisce i più deboli Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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