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Narrativa

Mosche

Pubblicato il 31/05/2020

Dopo aver corretto alcuni refusi, ripubblico il racconto.

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Disegnavo mosche, mosche ovunque. Le ritraevo eppure sentivo di detestarle. Ne detestavo il volo frenetico, il ronzio e rabbrividivo al solo pensiero che le loro zampe potessero poggiarsi su di me in un attimo di distrazione. Abbozzavo la forma di quell’insetto deprecabile come se ne fossi ossessionato, ogni pagina del mio diario conteneva almeno un puntino nero con ali e sei stanghette a completarne il corpicino tozzo. Spesso, alle prime luci del giorno, capitava di svegliarmi con la sensazione di una passeggiata in corso sul mio viso: dalla fronte agli zigomi, poi giù sino al mento. Passi brevi e rapidi che mi portavano a tastare la pelle alla ricerca di qualcosa che inevitabilmente svaniva al primo tocco. 

“Vorrei scappare, ho l’impressione di essere impazzito. Non so neanche se tu sia una mosca” sussurrai all’orecchio dell'unica forma di vita che occupava il letto accanto al mio.

Il suo respiro pesante mi innervosiva, ma non potevo evitare di ascoltarlo e, a pensarci bene, almeno teneva compagnia alla mia nevrosi. Non c’era molto da fare in camera, se non buttare giù qualche riga o tenere il conto dei minuti che separavano un pasto dall'altro. 

Un annuncio dall’altoparlante mi ricordò dell’ora che avrei potuto trascorrere in cortile, uno scatto liberò la serratura e l’omino corse fuori come se un incendio stesse per radere al suolo la stanza. Lo vidi darsela a gambe e mi distesi al suo posto per godere del venticello che filtrava in quei primi giorni di primavera. 

Fu a quel punto che, da uno spiraglio tra le ante del finestrone, entrarono ali larghe e dai colori di un tramonto in riva al mare. Si spostavano da uno stelo all’altro, posandosi tra i petali dei fiori di cartapesta sparsi sul davanzale. Dopo aver girato a lungo in tondo, la farfalla si fermò sul pomello della porta come a voler riprendere fiato prima di proseguire il viaggio. Immaginai fosse un invito a raggiungerla, così mi portai a pochi passi da lei.

“Andiamo..” dissi sottovoce per evitare che altri potessero sentirmi.

Si alzò allora in volo e mi condusse su per una rampa di scale, poi attraverso un corridoio illuminato appena da due faretti negli angoli opposti. Quadri e targhe si alternavano lungo le pareti, mentre il parato che le tappezzava contribuiva all’idea di vecchio che si respirava. Poggiai la mano sui fregi di una delle cornici e scrollai la polvere dalle dita appena prima di starnutire. Un brivido di tensione mi attraversò da capo a piedi, sarebbe bastato poco per finire ancora sedato.

"Dovrò sbrigarmi" pensai, guardando il battito d’ali che procedeva verso una porta di fondo, scurita dalla ruggine che ne aveva divorato gran parte della superficie. Passo dopo passo, le macchie si ingrandivano tanto da rendere irriconoscibile il colore del metallo, continuai a fissarle e strabuzzai gli occhi quando le vidi staccarsi dal ferro.

“Ma che..che..?” ripetei, non riuscendo a scollare lo sguardo da quell’immagine.

Uno sciame di mosche, ecco cos’era. Indietreggiai e inciampai nelle grinze del tappeto per evitare l’impatto, coprii il volto con entrambe le mani e sbirciai dalle fessure tra le dita fino a quando non mi sentii al sicuro. Qualche insetto mi gironzolò attorno anche quando la nuvola sembrava svanita, ma per disperderli bastò dimenare bruscamente le braccia in aria. Mi rialzai, battendomi i pantaloni per ripulirli dal sudiciume che li aveva ricoperti, e mi ritrovai la farfalla a un palmo dal naso.

“Pensavo ti avessero travolto..perché siamo saliti qui, maledizione” dissi, puntandole un indice contro. Ero spaventato, ma l’agitazione passò in secondo piano quando mi accorsi che quelle che stavo additando non erano le ali che mi avevano guidato sino a lì. Guardai dritto di fronte a me e due farfalle pressoché identiche stavano entrando in quell’istante dalla porta socchiusa.

Tesi una mano verso la maniglia, la afferrai e tirai con forza. Un bagliore mi accecò, ma appena fuori mi persi nella bellezza di un angolo nascosto, come un mondo nuovo che d'un tratto si schiudeva ai miei occhi. Due fontane zampillanti spiccavano al centro di un prato ben curato, non un filo d’erba più alto degli altri o ingiallito dal sole, mentre dei fiori di campo erano già rigogliosi ai lati del sentiero che lo attraversava.

La stradina terminava ai piedi di una scala fissata al muro dai rami dell’edera avvinghiata all’intonaco, mi aggrappai ai pioli e mi arrampicai sino a raggiungerne il punto più alto.

“Scendi dal parapetto, cosa fai lì?”

Alle mie spalle tre medici stavano avventurandosi tanto da essersi spinti fino al centro del ghiaietto, ma furono investiti da una corrente gelida che sembrò risparmiare solo me. Correvano tenendo a bada camici e cartellini, ma il vento li ricacciava dietro in una danza forsennata. Sarei potuto tornare indietro, ma quegli esserini che svolazzavano sulla distesa verde aperta davanti ai miei occhi erano troppo invitanti perché rinunciassi a loro, così saltai dabbasso e un vuoto allo stomaco mi annunciò alla mia nuova vita.

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di Graziano

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