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Muori, Dedalo!

Di It
Pubblicato il 03/06/2018

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Mio padre è il più grande figlio di puttana che conosca. 
- Un vero uomo non piange! - me lo diceva mentre ero immerso nelle lacrime. Ero solo un bambino, all'epoca, e avevo portato a casa la pagella di quarta elementare. Un'insufficienza di troppo, una delusione, per me stesso, ma più di tutto pensavo di essere una delusione per i miei genitori. Mia madre mi consolò, mi disse che c'era tempo per rimediare, che ero giovane e che con un po' di impegno quell'insufficienza l'avrei cancellata. 

Ero immerso nelle lacrime delle prime delusioni, delle prime sconfitte. Mio padre mi voleva bene, mi ripetevo, lo faceva per me, mi ripetevo. Anche quando mi diceva che un vero uomo non piange, lo faceva per rendermi un vero uomo. Anche se mi chiudeva nello sgabuzzino dei vestiti, tra giacche e camicie appese che cadevano dall'alto, per ore finché non avessi smesso di piangere, lo faceva per aiutarmi.

Mi aiutava a essere migliore, lo so.

- Non fare la femminuccia - mi ripeteva - non diventare molle come tua madre! 

Io non volevo diventare un molle, ma mia madre non era molle. Solo che si piegava sotto i suoi colpi: le sue mani, enormi, le spingevano il viso di lato; la cintura, schiantata con forza sulla schiena, la faceva piegare in avanti. 

Mia madre non era molle, mia madre si piegava. Ai suoi colpi, alla sua volontà.

- Tu diventerai un vero uomo, io lo so. Un giorno diventerai grande, e sarai come me - ripeteva. 

Quella sera guardavo la mamma con un pacco di ghiaccio sull'occhio nero. Avevo paura, ma la ricacciavo dentro: non volevo farmi vedere molle, da papà. Volevo che mi amasse. 

- Sarai meglio di me, figliolo - e sorrise, mentre lo diceva. Io volevo essere un vero uomo, non volevo essere molle, non volevo diventare una femminuccia. Quella sera mio padre mi convinse, davvero, che sarei potuto essere come lui. 

- Non meriti una madre come lei - mi diceva - e non meriti una donna che si ribelli alle tue parole. Impara a trovare una donna che ti ami, senza riserve. Senza obiezioni. 

A quell'epoca avevo solo dieci anni. A quell'epoca pensavo che mio padre mi dicesse tutte quelle cose perché mi voleva bene. Perché voleva che fossi un vero uomo, un maschio. Forte, fiero, come lui - anzi, meglio di lui. E io mi convinsi, dentro di me, che mio padre era il modello giusto. Lui mi convinse di questo, e io lo seguii. 

Gli anni passarono, da quella sera del ghiaccio sull'occhio nero di mia madre, umiliata davanti a me, mentre io mi convincevo che quello fosse il modo giusto di essere: forte con gli altri, forte come mio papà.

Gli anni passarono e crebbi un po'. 

Mio padre ebbe un ictus, qualche anno dopo. Fu portato in ospedale, una notte di sirene blu che illuminavano i muri bianchi della casa. Ne fui distrutto; era come se il mio mondo stesse per morire: e io sentivo di avere bisogno di lui, dentro di me. Ma sentivo anche altro, sentivo che dovevo prendermi cura io di mia madre. Proprio come mi aveva insegnato papà.

Io ero migliore di lui: lui mi aveva dato le ali per volare, io volevo volare altissimo. 

Gli anni passarono e crebbi ancora. Avevo vent'anni, una fidanzata e una madre. Mio padre non si riprese dall'ictus, rimase in sedia a rotelle. Subì due operazioni al cervello e fummo costretti a inserirlo in un centro per disabili. 

Ma io mi ricordo bene quello che mi aveva insegnato. A essere forte, a essere uomo, a non essere una femminuccia. 

E fui così, come lui mi disse di essere: forte e uomo. Mi presi cura di mia madre come avevo visto prendersene cura lui, durante gli anni. Quando non mi ubbidiva, mi sfilavo la cintura e la colpivo forte. Quando si arrabbiava con me, la schiaffeggiavo. Ero un uomo, ormai. Ero un uomo, proprio come mio padre voleva che fossi. 

Due anni dopo mia madre si ammalò e nel giro di qualche mese un tumore fulminante al pancreas se la portò via. In quei due mesi fu sottoposta a cure, invano. Divenne magra, sembrava quasi uno scheletro. 

Sul letto, distesa, prima di tirare l'ultimo sospiro, allungò la mano verso di me: sotto quella tunica d'ospedale si intravedevano i lividi e i segni che aveva portato sul corpo tutta la vita. I segni di mio padre, i miei segni. Mi avvicinai a lei, l'orecchio alla sua bocca. Mi sussurrò delle parole, a fatica, trascinate e qualche ora dopo morì.

L'unica volta che provai ad essere uomo, proprio come mi aveva insegnato mio padre, con la mia fidanzata, lei mi lasciò, minacciando di denunciarmi.

Rimasi all'improvviso solo, senza madre né fidanzata. E amavo entrambe, tantissimo. 

Fu solo allora, in quella solitudine di liquore, cenere e caffè che capii: l'unica persona che mi era rimasta al mondo era un padre in carrozzina, violento, che mi aveva reso un mostro. 

Un uomo, sì. Ma un uomo solo e violento.

Mio padre è ancora vivo. 

Mio padre è in carrozzina e ha bisogno delle mie cure.

Mio padre lo odio. 

Io mi odio.

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