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Narrativa

Nacqui oggi

Pubblicato il 20/04/2017

il racconto di un bambino prima di venire al mondo

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Nacqui oggi, ed in effetti era il giorno perfetto per venire al mondo, non ieri, non domani, oggi.

Per essere pronto all’evento avevo iniziato le manovre nel tardo pomeriggio del giorno precedente.

Iniziavo a stare un po’ stretto dov’ero, certo, stavo bene, vitto ed alloggio garantiti, insomma, il cibo era buono e l’ambiente caldo ed accogliente.

Mio padre aveva ultimato tutto quanto di necessario per il mio arrivo, ossia aveva dipinto la stanza di azzurro, montato l’armadio, il lettino, la cassettiera, e le luci.

Mia madre quel giorno aveva iniziato a sentire il mio desiderio di venire al mondo, quindi, prese un libro dalla libreria e si sedette sul divano a leggerlo, accarezzandomi di tanto in tanto restando in attesa che tornasse dal lavoro mio padre.

Al suo arrivo gli disse che, forse, era giunto il momento, che avrebbe fatto una doccia per vedere se mi calmavo, in caso contrario si sarebbe andati tutti insieme all’ospedale: quando mia madre uscì dalla doccia mio padre era sotto casa in auto ad attenderla.

Erano circa le nove di sera quando arrivammo in ospedale. Ci sedemmo nella sala d’aspetto in attesa del nostro turno per la visita.

Dopo qualche minuto mia madre entrò nella sala da visita e la dottoressa che la visitò sostenne che io non fossi pronto a nascere.

Era necessario riprendere la mia manovra.

In effetti è un po’ come fare una capriola in avanti, ma a rallentatore, dovevo portare la mia testa verso l’uscita. Il grembo, sebbene molto confortevole, non facilitava la manovra.

Dovevo, inoltre, stare attento a non strozzarmi con quel cordone che mi teneva attaccato a mia madre.

Ammetto che negli ultimi giorni avevo riflettuto sul come effettuare la manovra: avrei potuto prima girarmi verso sinistra poi verso il basso, portare le mie gambe verso destra, aggrapparmi con le mani a qualcosa lì in alto all’utero e con l’aiuto dei gomiti voltarmi all’indietro. Molto probabilmente mi sarei trovato attorcigliato al cordone ombelicale.

Avevo pensato anche di non fare la manovra, ma di scendere con le gambe, però, così facendo, non sarei stato sicuro di vedere bene dove andavo.

Decisi che il modo migliore per fare la manovra era quella di tentare una lenta capriola in avanti.

Mia madre era sdraiata su di un lettino nella sala pre-parto; la ginecologa in effetti si era ricreduta e si era convinta che da lì a breve sarei nato, mi aveva visto pronto con una ecografia.

Io ero lì che avevo da poco iniziato la mia lenta capriola. Avevo solo piegato verso destra la testa per fare l’occhiolino alla telecamera ed alzare il mio piccolo pollice per segnalare che ero pronto ad uscire.

Confido un segreto, volevo anche vedere che ore erano, così per capire se dovessi accelerare o rallentare la manovra.

In sala pre-parto mi resi conto che erano quasi le undici, era il momento di smuovere la placenta e, rompere le acque.

Sembra quasi un presagio biblico, un avvertimento apocalittico, lo spartiacque tra “ho le contrazioni” e il “sto partorendo”.

In effetti ritengo che sia vero, d’altronde ero Io a dettare i tempi della mia nascita, gli altri, mamma, ginecologa, ostetrica e mio papà dovevano sottostare alle mie leggi.

Entrammo nella sala parto, io ero pronto ad uscire, però serviva un po’ di collaborazione da parte di mia madre, non posso di certo fare tutto io. Mio padre iniziò a dettare il tempo “uno due tre, spingi” gli sentivo dire, e mia madre spingeva al “due”.

Ammetto, l’avrei scoperto qualche anno dopo, mia mamma non era portata per il ritmo, ma in quel momento dovevo fidarmi di lei.

“Uno, due e tre, spingi” e mia madre che spingeva all’uno.

Spiai dalla fessura di uscita, una luce potentissima quasi accecante mi avvolse ed io non vidi nulla. Sentii solo il loro vociare. Qualcuno disse “papà venga a vedere la testa che sta per uscire”.

Fantastico, mia mamma stava svolgendo a pieno ritmo il suo lavoro di partoriente.

“Quanti capelli”, questa era la voce di mio papà.

In effetti nei mesi precedenti avevo imparato a riconoscere alcune voci della mia futura famiglia.

Quella di mia mamma l’avrei riconosciuta ovunque, d’altronde con lei avevo un fortissimo legame, mi nutriva, mi coccolava, mi parlava, mi leggeva libri, mi portava in giro e mi faceva ascoltare musica. Percepivo, da dentro di lei, il mondo, non potevo vederlo ma lo sentivo, dalle sue parole, da quello che mangiava, da quello che provava.

Ricordo, per quanto un pre-neonato (e scusate per il neologismo) possa ricordare, una sera che mi portarono al cinema a vedere –almeno loro hanno visto- un film il cui titolo è “Il concerto”. Mi sono divertito tantissimo, sentivo la musica entrare e vibrare lungo il corpo di mia mamma ed io non riuscivo stare fermo, come un folletto dovevo danzare.

Ho impiegato un po’ più di tempo a riconoscere e comprendere la voce di mio papà.

Ogni tanto mi parlava ed io inizialmente non lo riconoscevo, sentivo le sue parole ed a volte il calore della sua mano sul grembo. Le prime volte scalciavo, poi, con il passare del tempo quel gesto mi era diventato familiare, così come la sua voce.

Riconobbi la sua voce anche quando stavo per nascere, era diversa, meno sincopata, più chiara, sebbene sempre calda ed avvolgente, però più squillante.

Era passata la mezzanotte, era il momento giusto per nascere, ed io ero lì a due centimetri dall’uscita, “dai mamma un ultimo sforzo” pensai ed ad un tratto mi ritrovai nelle braccia dell’ostetrica.

Ero sporco, bagnato, direi inzuppato di placenta e sangue, completamente nudo.

Avevo freddo, o forse caldo, sentivo intorno a me il vuoto, dov’era quell’ambiente confortevole dove sono stato tutto questo tempo? E come mai sentivo la voce di mia madre più distante? Mi misero sul grembo di mia mamma. Lo riconobbi subito, sentii il suo profumo, mi arrampicai verso il suo seno, avevo bisogno di certezze, “mamma ci sei ancora? Sei ancora lì”. Sentivo la sua voce, anch’essa diversa, più squillante, ma era la sua, e continuava a ripetere “sei bellissimo” sentivo la sua felicità. Ero quasi giunto al suo seno e sentivo batterle forte il cuore, o era il mio?

Arrivai al seno e sentii la mano di mia madre che mi accarezzava la testa. Finalmente la sentivo realmente su di me. Sentii anche quella di mio padre, calda e protettiva.

L’ostetrica porse a mio padre le forbici e lui tagliò il cordone. Io ero già entusiasta della vita, al colpettino che mi diedero per farmi iniziare a respirare non piansi, ma iniziai a ridere perché ero felice, d’altronde quello era un momento molto speciale, era il giorno in cui io nacqui.

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Marta Balestreri ha votato il racconto

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di Luca Gerevini

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