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Narrativa

L’ULTIMO SERIAL KILLER

Di Dalcapa - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 09/09/2018

37 Visualizzazioni
15 Voti

La seguo con lo sguardo

Sei morta

È un pensiero

passeggero

Sei morta

Perché

Perché mi stai sul cazzo.

Ecco

È cominciata così.

Non è colpa mia, non gliel’ho chiesto io di passare, di mettersi in mezzo fra me e la vetrina.

Non è colpa mia. Ero lì, appoggiato al mio lampione, mani in tasca, a fare un cazzo come un coglione

io e la mia vetrina, aspettando un cliente che guardi oltre il vetro trasparente, ma niente, niente, non entra mai messuno.

E lei è passata, fra me e la mia vetrina, e guarda che si guarda, e si guarda e si rimira, lei, che non ci guarda neanche dentro, il suo sguardo fisso sull’immagine, l’immagine di se stessa, quell’immagine riflessa, sulla vetrina, cretina, cazzo fai, che chissà quante volte si è guardata prima di uscire, quante volte si è cambiata, quante volte è tornata alla sua stanza, stronza, al suo armadio, dio, che questo non ci sta, che questo non si intona

che

questa

non

sono

io.

E ora passa, la sua immagine che si sovrappone alla mia, la sua maglietta scollata, mescolata alla mia, e poi passa, e va oltre, lascia lì il mio riflesso, fesso, nella vetrina, come uno stronzo nella latrina, stronza lei che tira l’acqua e nemmeno mi vede e io non mi vedo, nemmeno io, non lo vedo, il mio riflesso, ci sono manichini più interessanti, lì dentro, sono tanti, che mi guardano, dietro il vetro trasparente, guardano me e non vedono niente.

Non è colpa mia.

L’ho odiata da subito, si è fatta odiare da subito.

Ha attraversato il mio spazio, un infinità di selfie impressi sul vetro, fotogrammi di un film visto e rivisto. Che cosa cercavi di vedere? Sei bella? Sei a posto? Cercavi conferme? Lo sai, no? Fanculo. Sei solo una delle tante ma credi di esser l’unica. E questo mi fa incazzare. Tanti e tante, passate, vi guardate, vi specchiate, come se fosse la cosa più importante. Fanculo voi e le vostre cazzate. Ho lasciato la mia immagine appoggiata al lampione, coglione, torno presto, un idea in testa

sei morta

È un pensiero

passeggero

Sei morta

Perché

Perché mi stai sul cazzo.

Ecco

È cominciata così.

L’ho seguita, vetrine quante vetrine, tante, vetro trasparente, e a ogni vetrina uno sguardo, un selfie nella mente, la guardo, checcazzo, capelli lunghi, gonna corta, la seguo, si guarda, la odio, si guarda, non la sopporto, si guarda, a ogni passo si guarda, cresce la rabbia, la detesto, l’idea in testa, spinge un portone, la spingo, mi guarda, la paura negli occhi,

sono io

il lampione

manco m’hai visto

son io

il mietitore tristo.

Di lei resta un pozza rossa zozza

gonna corta e maglietta scollata

una delle tante in una strada affollata.

Hai finito di guardarti.

È così che ho cominciato.

E poi sono tornato, tornato alla mia vetrina.

Il lampione, mi appoggio al lampione, e guardo, ragazze, ragazzi, mi guardo, il riflesso, sono di un’altra generazione. E loro passano, mischiano la loro immagine con la mia, il mio riflesso, il loro, e la vetrina, la mia latrina. Non mi vedono ma io vedo loro. Ecco, passa un ragazzo, testa di cazzo, si scruta, si ferma, la mano fra i capelli, cavallo basso, sputa a terra, riprende il passo. Mano in tasca, un cenno alla mia immagine, strizzo l’occhio, non ti preoccupare, torno, torno presto, è solo un’idea del resto.

Non è colpa mia. È lui che è passato. Solo una questione di giustizia, è la missione che mi son dato.

Ora è lì, fra due auto parcheggiate, i suoi capelli, quei capelli del cazzo, a formare un arazzo di fili rosso sangue, il cranio sfondato, l’ultimo selfie nello specchietto di un’auto, è quasi buio, presto si accenderà il lampione.

E torno alla mia postazione. Luci spente, nella mia vetrina, e la mia immagine riflessa, sempre la stessa.

Da mattina a sera e da sera a mattina, appoggiato al lampione. Ho perso il conto delle immagini riflesse, dei volti passati, impressi, sul vetro trasparente, li ho seguiti, pedinati, a volte li ho persi, ma poi ritrovati, che passano sempre, a specchiarsi, a cercarsi, e li ho cercati, seguiti, spaventati, a volte li ho guardati, negli occhi, ho lasciato che si specchiassero, un’ultima volta, nel mio sguardo e ora sono io che guardo, li guardo, che hai di speciale, sei solo una persona normale che ora sta per morire, e poi inizio a colpire, pietra o coltello, uno con l’ombrello, o con le mani strette sul collo e non mollo, non mollo, non mollo.

Ora la mia immagine è invecchiata. Poche le persone che passano. La saracinesca abbassata, la vetrina vuota, ma fra le maglie della saracinesca l’immagine resta e così pure l’idea che ho in testa.

Passa poca gente, due tre persone la settimana, passano, mi lasciano una moneta, un cenno, poi si guardano alle spalle e fra le maglie, della saracinesca, si guardano nella vetrina, in quel che resta, quell’angolo di vetro che ancora riflette, riflette e io rifletto. Li seguo, son vecchi, e io più di loro, e si lasciano raggiungere, si lasciano andare, si lasciano morire e ammazzare.

E ora sono rimasto solo, solo io, la vetrina buia, il lampione spento

ma non mi pento.

Non sono pazzo

li ho uccisi

li ho uccisi tutti

perché mi stavano sul cazzo.

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Giovanni Maria de Pratti ha votato il racconto

Esordiente

Interessante per il punto di vista, diverso. Segnala il commento

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pier ha votato il racconto

Esordiente
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DARIO FUOCO ha votato il racconto

Esordiente
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Lorenzo V ha votato il racconto

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Gef Coco ha votato il racconto

Esordiente
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Grazia Ferro ha votato il racconto

Esordiente

Molto coinvolgenteSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Non potrò più specchiarmi sul vetro di una vetrina senza guardarmi alle spalle.Segnala il commento

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Giuseppe Damiano ha votato il racconto

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Grissinotunatuna ha votato il racconto

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Raffocinematic ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

Scrittore

un film praticamente!Segnala il commento

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isa ha votato il racconto

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Anika ha votato il racconto

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LadyEffe ha votato il racconto

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di Dalcapa

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