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Concorsimezzograd°

Ne hai fatta di strada, baby!

Pubblicato il 30/04/2019

Una nuova tappa dell'evoluzione nella via più commerciale di Nizza (Costa Azzurra)

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La scia di fango salmastro, costellato di orme delle migliaia di suole curiose, si sviluppa lungo le rotaie della filontranvia. In avenue Médecin di ressa ce n’è sempre tanta, ma come ora, mai vista. Prevedibile. Di anomalo, c’è il silenzio, timorato, religioso, impietrito, che aleggia insieme al minaccioso tanfo di cozze putride e sabbia. Alle urla dei gabbiani e caldo umido che toglie il respiro sono abituato invece. I presupposti per chiudermi in casa con una birra ghiacciata e il climatizzatore a palla ci sono, ma devo vederla. Ne ho una paura fottuta, ma devo vederla.

Come tutte le persone che affluiscono dalle vie secondarie, m’incammino in direzione del corteo muto. Sovrastato da una nuvola di gabbiani - minacciosi come avvoltoi - sta risalendo il viale verso l’interno. Il traffico dei tram è bloccato per l’occasione. Le fermate e alcune strutture - tipo pali, semafori e panchine - momentaneamente rimosse.

Allungo il passo e all’altezza di Libé la densità delle persone diventa un muro. La puzza s’è intensificata fino a esplodere repentinamente nel naso e nella gola. Mi fa contorcere in rumoroso urto di vomito. Cuore fuori controllo nella gabbia toracica. Tempie che pulsano. Un remoto, atavico, istinto di autoconservazione mi fa scappare nella direzione opposta di qualcosa che, se non è pericolo di morte, almeno ne ha l’odore. Inciampo a causa della fanghiglia. Mi fermo e ragiono. Devo vederla, cazzo! Premo un fazzoletto sul viso e comincio a fendere la ressa. Il calore del respiro mi tranquillizza. Elimina l’insofferenza verso il conformismo di questo silenzio, di altri fazzoletti premuti sulle bocche, delle continue piccole scivolate per la merda in terra, degli schermi di smarthphone sbracciati che mostrano solo altre teste e smartphone. Torno alla realtà, anche se questa roba bizzarra, anomala, con la realtà ha ben poco a che spartire. E se proprio di realtà si tratta, è una realtà che sta mutando. Proprio qui. Proprio adesso.

Il suono del motore a basso regime e il bip-bip delle autocisterne che procedono lentamente diventa sempre più forte, come le urla dei gabbiani. A questi se ne aggiunge un altro che non riesco subito ad interpretare. È abbastanza regolare, come uno sciabordio, come lo schiaffo di una mano gigante, reiterato sul manto stradale. M’insinuo tra due persone con con una spallata e capisco. È l’enorme coda nera che sbatte sull’asfalto bagnato.

Ho sempre avuto una dannata paura di quelle bestie dalle dimensioni ciclopiche. Il terrore di ritrovarmi nelle oscure profondità marine di fronte a queste mi ha sempre impietrito. Adesso, che la vedo arrancare come una limaccia, in un ambiente non suo, tormentata dai gabbiani, in mezzo a estranei che sembrano fare un tifo disgustato, provo solo pena. Tre giorni fa è stata ritrovata giù in spiaggia. Inarcando il corpo, spingendo con coda e pinne - come uno spasmo - sta risalendo l’entroterra non si sa verso quale direzione. Quelli del WWF, Greenpeace, del museo oceanografico, addirittura di un parco divertimenti marino, nelle loro tute impermeabili, le sparano acqua di mare con gli idranti, le scaricano grossi quantitativi di gamberetti tra i fanoni. C’è pure la gendarmerie in tenuta antisommossa, tanto per cambiare. Fenomeni simili stanno accadendo a centinaia nel mondo, ma questo di Nizza è speciale. È il primo in una città. Soprattutto si tratta di una lei. Gravida.

Risalgo velocemente i suoi diciotto metri. Mi sembra più piccola di quella in legno giù al parco giochi della promenade du Paillon. La puzza non mi da più fastidio. Arrivo all’occhio, così piccolo e umano, rispetto all’enorme mostruosità del corpo. Un’immagine, vista non so più quante volte al museo di storia naturale, mi si pianta in testa. È il pannello che illustra le tappe evolutive dai protozoi all’Homo Sapiens Sapiens, rappresentato come la lunga sfilata di un unico essere mutante. La fase che mi ha sempre inspiegabilmente turbato più di tutte è quella a metà strada tra l’acquatico e il terricolo. Quel bizzarro, inquietante quadrupede le cui pinne si stanno trasformando in zampe.

Due del WWF auscultano l’enorme massa corporea nera con un ingombrante e curioso scanner, collegato ad un palmare. Uno di questi ha una croce azzurra sulla schiena della tuta impermeabile. È visibilmente commosso, ma sorride al collega. Abbassa le cuffie dello stetoscopio. Le tira una rumorosa manata compiaciuta sul groppone, si avvicina all’altezza di un ipotetico orecchio e le sussurra dolcemente: «Ne hai fatta di strada, baby!»

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