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Narrativa

Never Mind the Bollocks!

Di Howl
Pubblicato il 07/05/2022

Sto riscrivendo da zero questa storia, la pubblicherò a puntate. Questa la prima parte. Ancora non so quante saranno.

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E allora: via! Unduettré! È così ch’è andata, niente di strano, ci siamo solo noi, Ezio e Giuseppe e io che ti dico questa storia; perché se ci penso forte è tutto così che comincia: e poi, non è sabato sera, a casa della Nonnapia, e neanche in macchina questa domenica che torniamo a casa, è proprio con la cassetta.

No dai, sabato è importante, sennò come ci troviamo lì dalla Nonnapia?

Io lo dico e basta: non c’hanno fatto andare con loro alla festa, perché siamo dei rompipalle, e poi almeno state assieme, dice mia mamma, che siete in tre, vi divertite lo stesso.

Io stringo i pugni, capita che a volte mi faccio troppo male, ma non me ne accorgo neanche. Lei mi dice basta!, basta!, perché urlo e piango e mi manca il respiro, però non lo faccio apposta. Divento tutto rosso, e non riesco a smettere per un po’.

Per questo vado anche da un dottore, per gli attacchi di rabbia e tante altre cose che non voglio dirti adesso.

A casa ho spaccato un sacco di roba: calci, testate e pugni. A scuola ho anche mandato un bambino al pronto soccorso solo perché mi aveva chiamato deficiente.

Così, no?, questo sabato ho avuto un attacco, e mia mamma si è spaventata perché non respiravo più, cercavo di prendere aria, ma non riuscivo proprio. Non so, io penso che sia una carognata lasciarci a casa, perché chi siamo noi!, e glielo dico, ma non è che cambia niente; via di pasticchina, e tutto poi diventa caldo, liscio, tranquiiiiiilllo.

La gente ha paura di me, sono matto, troppo agitato, non riescono a farmi star fermo, e poi esagero e non mi basta mai, voglio sempre di più, di più, di tutto. Gli unici amici che ho sono i miei cugini, Ezio e Giuseppe.

Loro mi conoscono da sempre, da prima che cominciasse.

Ma: sabato. In macchina sto muto per tutta la strada, a casa della Nonnapia ci porta lo zio Cesare, che è il papà di Ezio e Giuseppe.

La Nonnapia ci da dei bacini sulla testa, dei pizzicotti alle guance, cose stupide, non sono più un bambino, dico! Mi danno troppo fastidio.

Abbiamo portato il Nintendo, ma nella tele del nonno non c’è neanche la presa: adesso che voglio arrabbiarmi, non sento niente.

Dico, che schifo di casa di merda!

Ezio e Giuseppe si sbellicano, loro non sono abituati a tutte ‘ste parolacce.

Più li vedo ridere, più mi viene voglia di dirne altre, e così ne tiro fuori proprio delle belle, senza farmi sentire dalla Nonnapia che sennò mi mena. Mi è già capitato di prenderle, e anche forte, da lei più che dal nonno perché poi, lui non c’è mica tanto con la testa, poveretto, non capisce niente.

A casa della Nonnapia bisogna fare silenzio, shhhh che c'è la mia puntata, dice. Il nonno russa sulla poltrona della sua stanzetta, e noi non possiamo mettere neanche il Nintendo. Allora andiamo al piano di sopra, lo zio Lamberto, che a vent’anni è uno sfigato che vive ancora coi vecchi, ci ha detto: che non vi viene in testa di andare in camera mia che v’impicco. Ma tanto lui è fuori, e chissà sé torna, e quando mai viene a saperlo se ci facciamo un giro nella sua stanza.

Ezio mi dice: dai no, non si può mica. Lui è più grande di me di due anni, ma è sempre pauroso di tutto e tutti. Ma io, se mi dicono di fare una cosa, voglio proprio fare il contrario, è sicuro!

Gli dico che Babasauro, così è come chiamiamo lo zio Lamberto, non capisce niente e si merita il peggio.

Giuseppe fa sempre e solo quello che poi alla fine facciamo io ed Ezio. È il più piccolo, va bene se sta zitto e non dice neanche ah.

Quando entriamo, ci sono tutti poster di band di drogati e un calendario con le donne mezze nude. Lo stacco dal muro e comincio a sfogliarlo.

Guarda che tette! Gli dico a Ezio.

Così stiamo lì da febbraio, che è il mese di adesso, fino a dicembre, e poi ancora indietro a gennaio. Due tre volte, fino a sceglierci le nostre ragazze.

A me piace questa, dico, è una rossa presa da dietro, che guarda verso di noi con un bel sorriso.

Ezio dice di una bionda. Non mi piace tanto.

A Giuseppe gliela scegliamo noi perché lui non ci capisce ancora niente di queste cose.

Facciamo un giro per la stanza, fino a quando non vediamo lo stereo.

Lo accarezzo, spingo EJECT e viene fuori una cassetta. Sopra c’è un etichetta: “Never Mind The Bollocks, Here’s the Sex Pistols.”

Che cos’è? chiede Ezio.

Non ci capisco niente, te sai come si legge?

Ezio ci prova, perché lui va alle medie e, in classe sua, un po’ di inglese lo fanno: non so’, è difficile, Nevermaind… de bolloc, eres de secs pistols. Si dice così.

E che vuol dire?

Booooh. Non lo so…

La mettiamo su?

Prova…

La infilo dentro allo stereo, così come l’ho presa, dal lato A, poi spingo PLAY.

BOOOM!

Subito, ci sono solo urla, rumorosissimo, qualcosa di così incasinato che non si capisce un tubo, non assomiglia a niente di quello che abbiamo ascoltato fino adesso. Non che c’è mai interessata più di tanto la musica, o almeno non ne abbiamo mai parlato tra di noi, ma a casa mia, come penso in quella di Ezio e Giuseppe, c’è solo roba sdolcinata, canzonette italiane che vanno di moda, caraoche, oppure quello che ascoltavano mamma e papà ai loro tempi. In classe da me, oltre al periodo di Natale con le solite canzoni come merri crismas e via dicendo, ci hanno fatto ascoltare gli 883, poche volte. Quelli mi piacciono un po’ di più, mamma e papà mi hanno anche preso la cassetta dell’uomo ragno, e per un po’ li ho anche ascoltati, ma questo…

Il volume era quasi al massimo, e già così mi sono sentito le orecchie che mi sbattevano dentro alla testa. Non so come dirlo ecco.

Che schifo! Urlavo sopra al casino. Che schifo!

Ezio e Giuseppe stavano con le mani a tappo.

Spegni, diceva Ezio, qua ci si spaccano i timpani.

Fa schifo eh!

Sì, ma spegni!

È vero che è una schifezza?! Ridevo, non so perché, non riuscivo proprio a smettere: il dito dallo STOP, si spostava sulla manopola del volume.

Senti che schifo! Ho girato al massimo, mi sono piegato in due.

Dai oh, è proprio una merda!

Allora sì, alla fine anche Ezio e Giuseppe hanno riso perché io mi son messo a ballare come un idiota.

Che merda!, che merda!

Sono montato sul letto e ho preso a saltare, adesso è tutto quello che ricordo, perché mi è venuta questa strana cosa che non era come un attacco, cioè sì, ma era bello, invece di una cosa che entrava dentro e che non riuscivo a buttare fuori, era una cosa che mi faceva sfogare, come un urlo grosso che prendeva tutta la stanza.

Quando la Nonnapia è entrata, eravamo tutti e tre sul letto, a saltare, a spingerci, a darci le botte.

So, perché lo so, che Ezio e Giuseppe hanno capito come mi sentivo.

La Nonnapia, prima di tutto, ha spento lo stereo, e in quel fischio che c’è stato dopo, come un silenzio col fiatone, mi ha preso per i capelli, ‘ché cercavo di scappare, e mi ha riempito di schiaffi.


E adesso si passa a tre anni dopo, quando mi sono comprato la mia prima e – già – ultima chitarra elettrica.

Ci vuole pazienza, mi ha detto Ezio, ti posso insegnare, ma devi promettermi di stare calmo, va bene?

La mia vecchia non sapeva che non prendevo più le medicine da ormai, uhm, un anno a questa parte, non serviva a niente dire a lei e al dottore che mi facevano sentire di merda, che mi toglievano tutto il gusto delle cose, se così si può dire.

Non si scherza con la terapia.

Ci avevamo provato, ma stavo bene solo quando ascoltavo la musica.

C’erano altre strade, come la meditazione, i puzzle, e altre cazzate, ma non erano per me, mi facevano solo innervosire. Se non riesco in qualcosa, allora m’incaponisco, vado su di giri e poi perdo il controllo, alla brutta proprio.

Così con tutto.

Ma le medicine sono il male. Vaffanculo alle medicine, mi capisci lo so, perché ci sei passata anche te, allora va bene, ti dico tutto come ho sempre fatto.

La chitarra, un’Ibanez usata, che mi sono comprato quell’estate, e che Ezio mi ha detto che m’insegnava a usare.

Accordi, scale e calmati che non diventi Greg Ginn in un’ora.

Giuro che mi ci sono messo più di un ora, cioè, almeno una settimana prima di spaccare quella stronza contro il muro della mia stanza.

E la mia vecchia neanche lo sapeva che ne avevo comprata una, mi aveva sempre detto che era pericoloso per la mia salute… tutto quello che richiede impegno, ripetizione, lentezza… MERDA!

Lo sai cristiddio!

Io volevo fare tutto come se corressi via, ma le mie dita s’impigliavano nelle corde, così per dire. Mi tenevano indietro, ben fermo.

Sudavo, dicevo parolacce, e più che vedevo Ezio fare tutto con naturalezza, scivolare sui tasti, e dirmi, guarda che non è stato facile come t’immagini, più quella voce che avevo nella testa mi diceva di spaccare tutto: fottitene, è un attimo.

Alla fine l'ho fatto, e quando me ne sono accorto, l’ho anche pensato come a un qualcosa che valeva la pena di fare, che era proprio giusto così, era punk, e tutti quelli che sapevano cosa voleva dire avrebbero approvato. Ho guardato l’intonaco grattugiato, i segni neri sul muro, e a terra, la chitarra sfasciata, pezzi sparsi, corde, metallo, plastica dura, ovunque.

Stronza! Le ho detto.

La mia vecchia è corsa di sopra, e mi ha visto ridere e piangere nello stesso momento, si è messa una mano davanti alla bocca, non potevo più fingere.

Hai visto che cazzo di figlio ti ritrovi!

Avevo gli spasmi, mi sono piegato in due, lei è venuta da me, mi ha messo una mano sulla schiena ma io l’ho scacciata. Volevo esserci io lì sfasciato sul pavimento, e se ancora non c’ero era solo per sfortuna.

Ho ripreso le medicine, proprio non potevo più farne a meno. Rischiavo di peggiorare, bisognava fermare il prima possibile questi attacchi, prima che diventassero qualcosa d’altro.

E così ho smesso anche con la musica, ho smesso con i Black Flag che erano diventati la mia ossessione. Ho smesso con l’idea della chitarra, ho smesso con Ezio e il suo talento. Ho smesso e basta.


È stato quando ti ho vista a scuola, a Settembre, che ci sei stata per la prima volta nella mia testa. Non è che mi ricordo tutto, ma quel momento sì, e bene. Fumavi già, stavi sotto alle finestre di ragioneria. Avevi i capelli rasati a zero, ti truccavi solo gli occhi, avevi un orecchino al naso e uno a lato della bocca. Avevi un maglia grossa e un poco sformata, ci stavi dentro due volte. Jeans strappati, corti perché faceva ancora caldo, le converse rosse, alte.

Mi hai guardato, forse neanche te lo ricordi.

Se c’è un momento che scelgo è proprio questo, non che sia stato importante, eri solo una persona che m’incuriosiva e che nemmeno avevo mai visto. Nessuno si vestiva com’eri vestita te. Io venivo dalle medie, tu avevi già tre anni di più, stavi dentro alle tue paranoie, forse anche da più tempo di me. Ma io a fatica venivo fuori dalla marea di merda dell’anno prima, di quando mi sono sfasciato. Ezio era al liceo classico, Giuseppe era un bambinetto delle medie che faceva tutto quello che faceva suo fratello. Non ci vedevamo più come prima, io, con il fatto che avevo smesso con la musica, avevo smesso anche con loro. Più che altro, eravamo assieme quasi solo per le feste: Natale, Pasqua e compleanni. Quell’estate, che compivo quattordici anni, sono andato fuori paese, in una specie di villaggio per cerebrolesi. Cioè, gente più o meno come me.

Ci facevano ascoltare musica classica, ci facevano disegnare, costruire merdate, respirare, meditare, con le medicine come rete di salvataggio.

Cosa ti piace fare? Mi chiedevano.

Io dicevo, questo va bene.

Non volevo sentire nominare nemmeno per sbaglio i Black Flag. Credo sia stato per loro che sono quasi impazzito. In questa comunità, c’era un ragazzo tutto nervi e ossa che si ammazzava di seghe. Eravamo in camera assieme, e lui se ne sparava in media quattro(barra)cinque al giorno. A me a fatica veniva su, in mezzo a tutte quelle chiattone che grondavano psicofarmaci da tutti i pori.

Ma insomma, ho passato un’estate da sfigato, e non me ne importava niente, credo che vivessi solo perché andava bene farlo.

Era una cosa che ripetevo spesso.

Questo va bene.

Ero diventato laccato e mansueto, mi mancava solo la preghiera prima di andare a dormire.

Il ragazzetto nervi e ossa mi faceva vedere i suoi giornaletti porno con le pagine incollate e io dovevo ancora venire per la prima volta.

Te ne spari una con me? Ti fa bene.

Quando sono uscito fuori da quel posto, ero affezionato alla normalità: lì tutto era caldo, liscio, tranquiiiiiilllo.

Tu, mi hai sfasciato di nuovo.

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rheya ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Il punto di forza della tua scrittura è il linguaggio, sempre consono al personaggio. Credo che dovresti sgrossare un po' il testo (ci sono anche un paio di refusi, ad esempio: "chissà sè torna").Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

L'ho letto molto volentieri. Hai una bella mano e non lasci la presa del lettore, la storia è bella e lascia spazio a sviluppi interessanti. Pur non amando le puntate... Aspetterò le prossime.Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

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Livido amniotico ha votato il racconto

Esordiente

La storia può essere molto interessante, magari è un soggetto già visto, ma può diventare qualcosa di tuo, di diverso. Per mio modesto parere, che non vale molto, ti consiglio di renderlo più fluido, perché ad una prima lettura si perdono molte cose nella dinamica del racconto.Segnala il commento

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di Howl

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