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Narrativa

Nina delle cose.

Pubblicato il 27/02/2022

Una ballad per Nina, che regalava sorrisi e accumulava cose.

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Nina forse lo avrebbe vissuto quell’amore, ma non aveva spazio.

Le serviva tutto lo spazio, non bastava mai per le sue cose.


Nina, chi l’avesse incrociata a quei tempi ne sarebbe rimasto irrimediabilmente catturato.

Piccola, come può essere piccola una formica piccola e forte, sembrava costantemente e incessantemente rimuginare qualcosa di molto importante, le labbra mosse in silenziosi accalorati discorsi con se stessa e gli occhi grigio-verde, potenti e magnetici da cui partivano sguardi che passavano oltre e fuggivano lontani.

Quando non occupata a portare le buste con le cose, si tormentava le mani rugose, screpolate, mani di chi aveva frequentato case di altri soprattutto per pulirle.

Era stata certamente molto bella, Nina, residue inconsapevoli aure di grazia e fascino resistevano tenaci intorno alla sua figura profondamente dimessa, ai suoi odori, alla postura curva e nervosa da donna sola che deve difendersi dal mondo.

Eppure, forse, l’amore l’avrebbe tirata fuori da quel labirinto, l’avrebbe salvata da quelle stesse cose che lei voleva salvare.

Era quell’amore che Nina poteva immaginare tutti i giorni, le bastava fermarsi davanti alla vetrina in quell’angolo del Vomero, quanto amava sovrapporre il suo riflesso a lui, lui che dietro al bancone del bar a volte la vedeva e le regalava un sorriso dolce, un lago cristallino nell’isola rocciosa e selvaggia del suo viso.

E solo in quei momenti lo sguardo di Nina finalmente si appoggiava, stanco di vagare, fisso su quegli occhi nerissimi e sorridenti. Le labbra si schiudevano dolcemente a concedersi una pausa e i discorsi accalorati diventavano pensieri dolcissimi. Forse le avrebbe anche lasciate per sempre le cose, per qualche attimo poteva riuscire a sentirle meno necessarie.

Chi l’avesse incrociata in quei momenti, avrebbe colto soprattutto la dolcezza e il fascino di quella bambina che Nina non era mai stata, che non aveva potuto permettersi di essere.

Ma erano attimi, parentesi di sole caldo che non scaldavano le fredde solitarie serate passate a casa a cercare spazio dove spazio più non c’era, a vagare nei corridoi sempre più stretti da pareti di buste bianche, azzurre, gialle, buste gonfie, semivuote, da oggetti che si facevano spazio come per guadagnare una posizione prioritaria o solo semplicemente per essere notati, usati e magari essere finalmente abbandonati al proprio destino. Serate passate con l’angosciosa consapevolezza che lei non sarebbe mai riuscita a rinunciare a tutte quelle cose perché prima o poi queste le avrebbero restituito, le avrebbero dovuto restituire, riconoscenti, aiuto e affetto.

Eppure Nina era allegra quando andava nella case degli altri, quella piccola donna dalla grande energia e con un punto di vista speciale sul mondo riempiva le stanze di sorrisi e risate fragorose. Portava allegria e prendeva cose, una strategia inconsapevole e inesorabile che i suoi ospiti assecondavano con soddisfazione, per averla accontentata, e con preoccupazione, per averla assecondata. E quei corridoi in casa si stringevano e si alzavano ogni sera di più e di notte le cose sembravano prendere vita, si muovevano, sussurravano indecifrabili messaggi in una lingua che solo Nina aveva imparato ad ascoltare e a comprendere.

Lui fuori da quel bar non era mai uscito a prendersela Nina, a salvarla. Per paura, timidezza, perché forse lei era solo una figura immaginaria e sbiadita dietro quella vetrina tra la folla indaffarata e perché lei non aveva mai lasciato quelle buste per entrare e dimostrargli che realmente esisteva. E giorno dopo giorno quella figura immaginaria gli aveva tenuto in qualche modo compagnia, qualche volta aveva messo meglio a fuoco quegli occhi e ci aveva intravisto dentro un futuro improbabile e meraviglioso… chissà come si chiamava?

Poi arrivò quel caldissimo Agosto del 1998, l’aria sembrava mancare e dietro quella vetrina le figure che passavano lente e sofferenti apparivano come miraggi nel deserto urbano. Lei non era mai passata, non era mai più passata Nina in quell’angolo del Vomero e Gaetano, cosi si chiamava lui, lentamente iniziò a confondere ricordi e immaginazione tornando solo ogni tanto a chiedersi dove lei potesse essere andata, chissà dove viveva, chissà com’era la sua casa, chissà…

E quella casa ora era vuota, vi risuonavano i passi estranei di chi ne vantava diritto di proprietà e che velocemente aveva deciso di cancellare gli odori e l’eco di quei discorsi sussurrati tra Nina e le sue cose.

Oggi, a chi ha potuto sorridere con Nina, piace immaginare che lei cammini felice, leggera e veloce, a piedi nudi, su ariose spiagge di sabbia bianca e sottile, aspettando senza fretta e piena di gioia quegli occhi neri e quella bocca a cui sussurrare tutte le parole ancora non dette.

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Neni ha votato il racconto

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Martina.m ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Flying_Dan ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Ha un bel ritmo, e alcune belle pennellate sul personaggio. Temo che manchi un po' la trama: secondo me questo è un racconto che merita di essere ampliato senza la mannaia dei 5000 caratteri - prendi tutto lo spazio che merita e costruisci una storia su questa bella Nina. Per te, intanto, e poi per noi quando potrai :)Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Coscienza fantasma ha votato il racconto

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Si legge senza fatica ma "al limite". Alcune frasi sono veramente evocative, la scenografia è ancora leggermente rarefatta, la trama è consolidata. Nell'insieme risulta abbastanza legato ma alcune parole faticano a fissarsi sulla pagina.Segnala il commento

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Carolina Innella ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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dylandog ha votato il racconto

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di Nyogen

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