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Autobiografia

Noi, le bici e i motorini

Pubblicato il 08/05/2021

Gli anni di qualsiasi cosa fai.

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Ti ricordi quando il pomeriggio ci trovavamo davanti al bar gelateria K2?

Prendevamo il gelato anche d’inverno: un cono al pistacchio, mascarpone e nocciola. Per me, fragola e limone: era l’epoca in cui stavo attenta a ogni caloria. Poi ci stipavamo su una panchina verde di fianco ai telefoni a gettoni, che se uno non arrivava bastava raccogliere duecento lire per chiamare a casa sua e parlare con la mamma o con la zia. Un’unica panchina, dieci persone. Avere poco spazio era un grande vantaggio che si poteva approfittare per coinvolgere i corpi, i muscoli, i glutei in un gioco di incastri maliziosi. Ti avevo vicino, ma anche no a giudicare dagli strati imbottiti di giacconi e felpe col cappuccio. Ti sentivo pulsare, ma era solo perché avevi 16 anni e ogni parte di te deviava per conto suo. Un ragazzo lungo e dinoccolato. Non stavi fermo. Nessuno di noi riusciva a star fermo, anche l’aria friggeva sotto le luci imbevute d’umidità. La nebbia in Emilia è uno strato in più, un filtro alle immagini, si fa strada coi suoi volumi sfuggenti, così spessa che puoi manipolarla, un altro corpo in mezzo ai corpi. La sentivo sotto i polpastrelli.

Erano sempre le cinque o le sei. A volte le quattro e mezza del pomeriggio. Per riunirci al K2, per arrivare fin lì, avevamo attraversato pedalando strade svuotate, piste ciclabili che si snodavano nel nulla, cieli che li vedevi arrivare fin giù come una saracinesca. Mia madre, che era emigrata a Modena negli anni 80, mi raccontava all’inizio lo sconcerto di una campagna che ti piazza l’orizzonte sui quattro lati. Ci si disorienta facilmente, la pianura sembra costruita da moduli interscambiabili, confondibili. Ma noi eravamo nati lì e non c’eravamo mai persi.

Il K2 era luminoso, di una luce spumosa che è il fondale di quasi tutte le scene della mia adolescenza: un arancio che allunga sul cemento ombre verdi. Non ho mai capito questo imbroglio cromatico. Noi ragazze legavamo le biciclette insieme perché c’era sempre una che aveva dimenticato il catenaccio in modo che, se poi le altre andavano via prima, era un bel problema. Tu arrivavi con lo scooter e ti ci sdraiavi sopra, sfilandoti dal gioco delle sedute sulla panchina. Ci guardavi dall’alto, ci sfottevi e poi venivi a infilarti tra noi. Davi un bacio alla Cri, seduta alla tua destra, ma aderivi anche a me che premevo il sedere contro il tuo fianco sinistro. E il mio sedere si entusiasmava, stava immobile per l’emozione. Ero un culo, un bacino, un braccio, un’ascella incastrata. Ero un grumo di sali minerali e odori che affioravano nonostante le sferzate abbondanti del deodorante Axe. Nonostante l’inverno appiccicoso. Ero una figura febbricitante e depressa in stile iperrealista con la testa rasata, la magrezza assordante e i vestiti neri e rossi sovrapposti.

E tu eri un fascio di energia e avevi sempre qualche storia divertente da raccontare. Quel bisogno testardo di ridere di tutto quel che ti usciva dalla bocca, l’ho provato con altri amici dopo di te. Allora però mi annichiliva. Avevo male alle guance, incapace di inserire a mia volta battute interessanti nella conversazione. Me ne andavo con uno strano bollore sul viso, mortificata e ridotta a una personalità ancora più sottile di quella che portavo in giro normalmente. E poi ero gelosa della Cri (forse dovrei dire Cri, ma non avrebbe senso, per me è la Cri), del suo modo di mettersi in ridicolo senza curarsene, anzi trovando un suo spazio nel ritmo degli sfotton.

Ricordo perfettamente la sensazione di sconfitta. Invece, non riesco a tenere a mente che lavoro fai adesso o come si chiama la tua seconda figlia. Quando torno a Modena capita che ci sentiamo attraverso il gruppo whatsapp della vecchia compagnia. Se si riesce, organizziamo una cena in pizzeria. Ti vedo, in mezzo agli altri, con meno capelli, più cupo, siamo cambiati entrambi. Non è cambiato il mio imbarazzo. Ha solo preso la forma pacificata di un normale disagio tra due persone che si sono perse di vista per tanto tempo. In realtà è lo stesso di prima. Se ci ubriacassimo in una notte di lambrusco leggero quell’imbarazzo sboccerebbe in modi imprevedibili e poco allineati con i nostri sé di adesso. Ci ritroveremmo con i corpi elettrici degli adolescenti, le mani incastrate nei posti sbagliati come ci capitò una sera che la Cri non c’era. O forse non succederebbe niente. Perché a quarant’anni, chi ha davvero nostalgia di quel modo confuso e urgente di lanciarsi a capofitto nelle cazzate?  

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Anle ha votato il racconto

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Mariarosaria ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Altro che "racconto colloso", è una meraviglia. Ci sono frasi così ben scritte che vale la pena rileggere per apprezzare la tua notevole capacità descrittiva.Segnala il commento

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occhineri ha votato il racconto

Esordiente

la nostalgia non mi appartiene, ma leggendoti sono precipitata anch'io nell'adolescenza e tante emozioni sono riaffiorate :)Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Una scrittura epidermica e sensoriale, che coinvolge senza mai perdere il filo né la direzione. I'adolescenza vista dai quaranta, e se poi sono sessanta, come nel mio caso, il tuffo nel passato è ancora più improvviso e sorprendente. Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

Esordiente

ma bello !! issimoSegnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Bello. Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Annacod ha votato il racconto

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Ricordi e nostalgia, mi hai fatto venire in mente tempi andati. Veramente belloSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Bellissimo. Una scrittura che mi riempie la testa. Per me il tuo pezzo migliore.Segnala il commento

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Maurizio Ferriteno ha votato il racconto

Scrittore

Mi hai fatto venire voglia di gelato e di... lanciarmi a capofitto nelle cazzate. Bello!Segnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

Esordiente
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di Annalisa Maitilasso

Scrittore
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