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Autobiografia

Non c'è modo di leggerle l'anima

Pubblicato il 22/12/2017

Storia di due diverse solitudini

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Lei ha gli occhi piccoli: non c’è modo di leggerle l’anima, quando li ruota insieme al capo per guardarsi attorno. Lei ha le mani piccole ed è davvero un piacere vederle tessere il testo di un messaggio su quel cellulare così poeticamente anacronistico. Lei ha dei capelli pettinati con una semplicità che mette imbarazzo, un cappotto lungo verde militare che lascia scoperti due polpacci muscolosi e ha uno zaino blu che sembra pesante, pesantissimo. Le incurva la schiena, eppure Lei nella sua piccola figura onesta sembra ben resistere al peso della vita. Non riesco ad immaginare quale sia la zavorra che le piega le spalle in quel modo e non ci riesce neanche Lui.


Lui è d’un grigio ordinario e se non avessi deciso di parlarvene, non lo notereste di certo. Siede inquieto sulla sedia scomoda di un bar molto comodo e si guarda le mani che afferrano tenaci un bicchiere di vino a buon mercato. Lo circondano altri grigi, suoi pari, che parlano di tutto, sempre con lo stesso coinvolgimento, con la stessa intensità. L’essenziale è parlare, mai cedere alla scivolosa tentazione del silenzio, che può dar vita all’amarezza di scoprirsi soli, anche in mezzo agli altri. E se l’importante è il continuo chiacchierare, persino il contenuto delle conversazioni passa in secondo piano, gaio intrattenimento costi quel che costi. E’ lecito discutere di tutto, purchè non si perdano mai quei leggeri sorrisi da cui pendono dozzine di sigarette fumate con decadente distacco. E Lui, che nella scivolosa tentazione del silenzio è caduto già da un po’, fatica mortalmente nel tentativo di risalirne le viscide pareti. Ha deciso che d’ora in poi parlerà soltanto quando avrà veramente qualcosa di interessante e significativo da dire; questa sera non ha ancora aperto bocca.


Lui guarda ogni tanto verso di Lei, seduta ad un altro tavolo scomodo di quel bar tanto comodo. Lei si volta spesso, ma quei suoi piccoli occhi son troppo rapidi e curiosi per posarsi sul grigio. Non lo notano neppure, passano oltre, distratti e attratti da tavoli più colorati. Lui stringe un poco più forte il bicchiere e non demorde, continua a sperare in uno sguardo, che tarda ad arrivare. Sciocco d’un romantico, s’è convinto che se quegli occhi incontrassero anche per un solo istante i suoi un bel po’ del suo grigiore evaporerebbe, lasciandolo più leggero. Non chiede altro, non vuol sapere il suo nome né vuol conoscere la zavorra che le ha reso la vita difficile, vuole solo esser padrone d’un suo sguardo, per un misero, insignificante, momento. E magari che poi lei si ricordi di lui, se mai si incontrassero di nuovo.

Non altro, non di più, solo un innocente balsamo che lenisca l’ordinarietà da cui si sente strangolato, ogni giorno più saldamente.


Passano i minuti, ma la sua costanza non viene premiata. Manda giù parecchio vino, cercando sul fondo del bicchiere il coraggio di giocarsi un’ultima, estrema chance. Vuole andare da lei, fermarla, parlarle. Semplicemente dirle la verità: ho bisogno che ti ricordi di me, perché io mi ricordo di te. E con questo dialogo, quasi fuori dal tempo, Lei lo avrebbe conservato nella sua memoria; sì, probabilmente si sarebbe ricordata di quell’eccentrico individuo che le aveva fatto una richiesta così inusuale, con voce così timidamente tremante. E forse non lo avrebbe più visto grigio. E i suoi occhi, nell’ascoltarlo, si sarebbero posati un attimo sui suoi, guarendolo.

Ma in fondo al bicchiere non trova nessun coraggio, solo un’amara considerazione. S’è promesso d’aprir bocca solo per dire cose significative ed interessanti e, con tutto lo sforzo di cui è capace, non riesce davvero a scovare nulla di significativo o tantomeno interressante in quello che vorrebbe dirle. E così, mentre si culla malinconico nella sua inerzia, Lei si alza e si guarda attorno un’ultima volta con quei suoi piccoli occhi, mai sazi dei colori della vita. Saluta le amiche ed inforca quello zaino blu che le piega la schiena, ricordandomi che anche Lei, come Lui, ha un bel fardello da nascondere, dietro quel piacevole e leggero sorriso.


Si allontana, sfumando nella notte, ancora una volta ignara di Lui.

E Lui, vista svanire ancora la possibilità di sfuggire all’ordinario, si abbandona sulla sedia scomoda, coccolato dal grigio chiacchiericcio che lo avvolge, come una nuvola materna e protettiva.

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