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Narrativa

Non è mai per sempre

Pubblicato il 31/05/2020

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Se passi tutta la tua infanzia e l'adolescenza dentro a un istituto per orfani, anche quando te ne vai non è mai per sempre.

Per questo quando don Salvo lo mandò a chiamare Pago non si sorprese.

Forse il buon parroco era già venuto a conoscenza che aveva fatto a cazzotti con un superiore, e per questo era stato sospeso per un mese dal servizio.

"Ti ho chiamato perché è scomparso Baroe Caruano. Lui è uno fragile e sono molto preoccupato." disse don Salvo, fissando oltre la finestra, in direzione dello stagno.

"E non è l'unico. Sono decine ormai i senzatetto scomparsi in questa città e nessuno fa nulla."

Pago si adombrò, era affezionato a Baroe, come a tutti gli ospiti dell'istituto.

"Già, ma a parte lei don, nessuno se ne dà troppa pena."

"Esatto! E tu sai che non credo a allontanamenti volontari.

"Va bene don, ho capito. Darò un'occhiata in giro, ma lei intanto non creda a tutte le maldicenze sul mio conto; l'ispettore che ho pestato si meritava una lezione."

Dopo avergli lanciato un duro sguardo di rimprovero il prete annuì, congedandolo con un gesto della mano.

Mentre usciva dall'oratorio Pago cercò di immaginare dove poteva essersi cacciato Baroe.

Afflitto da un pesante ritardo mentale, per anni aveva vissuto da solitario in una capanna dismessa ai margini della città. Passava le giornate a vagabondare senza una meta precisa, fermandosi a raccogliere margherite a bordo strada, a osservare il lavoro frenetico degli insetti lungo i canali adiacenti le saline, e seguire con la testa rivolta all'insù il volo degli uccelli che popolano lo stagno di Molentargius.

Poi nella sua vita erano arrivati quelli della parrocchia di don Salvo, e da quel momento in avanti erano stati loro a occuparsi di lui; a lavargli i panni, sfamarlo e curarlo. Ogni tanto Baroe fuggiva dall'istituto, per poi farvi ritorno con un pulcino caduto dal nido o qualche volatile ferito dai cacciatori, raccolti in una delle sue solitarie escursioni allo stagno.

Dopo una infruttuosa perlustrazione nel dintorni delle saline, quella sera Pago tornò alla sua casa alla periferia di Cagliari, e si mise a cucinare mentre pensava a cosa fare.

Alla fine decise che quella notte sarebbe andato in giro a fare domande ai barboni rimasti e ai drogati sotto ai portici in cambio di qualche sigaretta. Forse qualcuno poteva dargli notizie su Baroe, e magari anche sugli altri invisibili scomparsi.

Alla terza notte di indagini fu aggredito da tre uomini incappucciati.

Pago fece appena in tempo a sentire un forte dolore alla tempia prima di perdere i sensi.

Si svegliò dentro a un capanno in legno, legato a un anello di ferro ancorato a terra. C'era puzzo di piscio lì dentro, e di sangue rappreso.

"È il tuo turno, muoviti!”

Un uomo che teneva in mano una pistola, gli intimò di seguirlo. Fuori era buio, e la notte sfoggiava un cielo terso e luminoso. Passando tra due ali di folla eccitata, Pago fu condotto al centro di uno spiazzo illuminato dai fari di una decina di macchine disposte in circolo. Da qualche tempo la malavita aveva sostituito i combattimenti dei cani con quelli tra uomini. Gli incontri si svolgevano di notte in un luogo sempre diverso. Una serie di incontri preliminari precedeva lo scontro clou della serata. Ogni campione si scaldava e divertiva il pubblico incontrando, uno dopo l'altro, due o tre sparring raccattati dai clan in giro per la città.

Gente che non poteva rifiutarsi, perché doveva soldi a qualche boss, oppure qualcuno senza legami, che nessuno avrebbe cercato in caso di scomparsa. Carne da macello, per intrattenere il pubblico e far lievitare i soldi delle scommesse.

All'interno di quell'arena improvvisata Pago si ritrovò di fronte un energumeno dal volto dipinto, che lo fissava con gli occhi iniettati di sangue.

Aveva già visto quello sguardo in altri uomini, feriti dalla vita, resi ciechi dalla rabbia e da qualche mix di droghe nelle vene.

L’uomo sfoggiava un collo taurino, spalle larghe, braccia e cosce possenti come tronchi di quercia. Il suo pensiero fu che quella poteva essere l'ultima notte della sua incasinatissima vita.

Quella mattina Baroe si svegliò dentro alla sua vecchia baracca, dove era andato a rintanarsi per non perdersi lo spettacolo della schiusa delle uova di fenicottero. La notte prima aveva visto danzare delle luci oltre l’impervio sentiero che conduceva alle dune fangose, dove nidificavano gli alti uccelli rosa. Una volta lì, vide spuntare dalla sabbia una mano e parte di un braccio. Riconobbe subito il tatuaggio a forma di labbra di Pago. Si mise a scavare come una furia, e in breve dissotterrò il suo amico coperto di sangue, che sembrava respirare ancora.

La sua mente semplice realizzò che doveva portarlo dal dottore, perché di sicuro era malato, come molti dei pulcini dello stagno. Se lo caricò in spalla e lo trasportò fino all’ingresso dell’oratorio. Poi tornò indietro a prendere gli altri; in quella pozza di sabbia e fango di corpi ce n’erano a decine.

“Tutti pulcini malati”, pensò Baroe, che lui avrebbe provato a salvare.

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Sono gli uomini dalla mente semplice come Baroe che salvano i "pulcini malati". Molto bello e vero.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Una storia ai margini, tosta. personaggi credibili. BravoSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Ha ragione Etis, è un racconto Giusto.Segnala il commento

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LINA78 ha votato il racconto

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MargheMesi ha votato il racconto

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Un giro della mente tra Carlotto e la speranza.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Bello, giusto.Segnala il commento

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Federica Gasparini ha votato il racconto

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Gebel ha votato il racconto

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di Max Musa

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