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Narrativa

Non ti fare convincere

Di Dom
Pubblicato il 23/07/2018

Una storia di mafia e sopravvivenza

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“Non succede mai niente di nuovo in questo paesino del cazzo” disse Annamaria, annoiata, muovendo compulsivamente il pollice sul suo smartphone. 

“Tanto segui gli influencer americani, prendi le novità da lì” rise Federico. 

“Sì, ma è un mondo virtuale, ho bisogno di novità tangibili, qualcosa che muova la routine di questo posto di merda”. 

“Tipo una bomba in un negozio?”. 

Margherita si era alzata in piedi, mettendosi di fronte all’amica, guardandola con gli occhi fuori dalle orbite, in un segno evidente di incredulità che in lettere e spazi e suoni, orchestrati da un punto interrogativo e uno esclamativo, si potrebbe tradurre più o meno come: “Ma lo hai detto davvero?!”. Sì, ci sarebbe anche una tonalità corsiva, più che accentuata dalle mani sui fianchi di Margherita, che non sapeva se piangere, ridere, scappare o insultare. Quindi, usò solo quella punta di orgoglio che le sembrava necessaria. 

“Oddio, scusa” alitò Annamaria sulla sua stessa mano.

Federico guardò in basso e non disse niente. La sua mente andava e veniva. C’era il pallone dei ragazzi che giocavano davanti a loro, al centro della piazza, che minacciava spesso di rimbalzargli in testa, e c’erano i ricordi della sera prima, quando era esplosa la bomba. C'erano le parole di Antonio: “Qualcosa avranno fatto”. La bomba, allora, era scoppiata nel cervello di Federico. Perché sì, a sentirla dire da Antonio, che con Margherita aveva avuto una storia, sembrava una frase agghiacciante. Eppure, lui stesso aveva chiesto ai suoi: “Hanno fatto qualcosa?”. Con tutta la naturalezza del mondo, l’aveva chiesto. Come se la violenza avesse sempre una giustificazione, come se potesse essere legittima difesa e non mafia, non ritorsione, non vendetta, non la rovina di una famiglia.

Federico smise di guardare il pallone e la sua attenzione tornò alle mani sui fianchi con cui la sua amica si teneva incollata al pavimento. “Andiamo a fare un aperitivo al bar, ok? Fate pace” disse per troncare quel momento che nessuno voleva. “L’alcol aiuta a non pensare” aggiunse Annamaria, sfiorando la spalla dell’amica, in segno di pentimento e voglia di recuperare. Margherita annuì, abbozzando un sorriso.

I tre ragazzi si consegnarono ai brindisi e all’allegria del ritrovarsi in gruppo, del non sentirsi soli. Le birre facevano il loro lavoro e Margherita si convinceva piano piano che la vita sarebbe andata avanti, che i suoi genitori avrebbero trovato la forza e i soldi per ricominciare. Magari lontano da quel posto, lontano dalla schiavitù alle regole della mafia. Magari nel più breve tempo possibile. O forse avrebbero scelto di non andare via, di sfidare quel potere che in un attimo aveva spazzato via anni di sacrifici fatti e di benefici futuri attesi da una vita. Pensarci, in ogni caso, le faceva male. Perferì non farlo. Si giustificò dicendosi che diciassette anni erano troppo pochi per avere quei corvi gracchianti tra le tempie: continuò a bere e ridere e far finta di nulla.

Ma alla fine arrivò Antonio. “Smettila, ti stanno guardando tutti”. “Cosa sta facendo di male?” ringhiò Annamaria. “Sta bevendo come una camionista, ecco cosa”. “E non può?” si intromise Federico. Antonio rise. “Dico solo che sapete benissimo che, in questo paese, se fa così, la sua reputazione è rovinata”. Margherita lo guardò in cagnesco, mentre portava il bicchiere alla bocca in segno di sfida. Antonio rise di nuovo. “I tuoi genitori mi fanno pena – colpì – si ritrovano senza negozio e con una figlia che va in giro a bere in un momento in cui dovrebbe pensare al suicidio”. Una lastra di ghiaccio cadde sul tavolo, schiacciando brindisi, snack e sorrisi. Non parlò più nessuno, ma tutti guardavano Margherita.

Ci mise qualche secondo a realizzare che stava piangendo. L'esplosione, lo shock, la voglia di non pensare, il senso di colpa. Tutti insieme si misero in fila indiana e bussarono agli occhi della ragazza. Adesso, non voleva più tornare a casa, si vergognava di aver ceduto alla paura, all’istinto di sopravvivenza. Si vergognava e voleva bere ancora per provare a dimenticare la vergogna.

Il ricordo di una notte di lacrime, passata abbracciata alla madre, le riportò alla memoria anche le parole che si era detta quella stessa mattina: “Sono cose che possono succedere a tutti, qui le cose vanno così”.

 A pranzo non si era parlato tanto. Ogni tanto la madre sospirava e il padre bestemmiava, poi la accarezzavano, con gli sguardi svuotati dalla notte precedente e le mani che pulsavano di rabbia e disperazione. “La mafia uccide in tanti modi – le aveva detto infine papà, mentre mamma portava il caffè in tavola – ma lo fa soprattutto quando per te diventa un fatto normale, da accettare. Non ti fare convincere, Margherita”.

Bevve l'ultimo sorso e nascose tra le ciglia tutta la sua tristezza adolescente. Ora voleva andare a casa ad alimentare la speranza della sua famiglia. E ad abbracciare il suo cuscino.

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