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Narrativa

Notturno con amore

Pubblicato il 18/04/2017

L'amore riposa. La fiammella brucia nella notte.

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L’amore riposa. La fiammella brucia nella notte. La notte è calda e vuota. Lei accarezza la fronte all’amore e ne ascolta il respiro. Quando si affaccia, in mezzo alla strada riposa la vacca con il suo muso d’api, sotto il baffo lento della bava.

Abbiamo bisogno di respirare. Per quanto lavorative, forse due settimane in viaggio ci potrebbero fare bene.

“Ho preso anche un biglietto per Lavinia,” ho detto ad Anselmo. “Nessuno avrà da ridire, visto che ho pagato di tasca mia.”

Anselmo è buono e apatico, freddo come il marmo, molto intelligente e spiritoso, l’unico che non ha mai fatto apprezzamenti sulle forme di Lavinia e che sa tutto di noi.

Abbiamo bisogno di respirare.

Qualche sera fa, in un bar, un tizio le ha appoggiato una mano sulla spalla e hanno dovuto tenermi. Non ho paura degli uomini: ho solo paura che Lavinia non sia abbastanza forte. Lo diventerà.

“L’errore è credere di poter respirare lì,” mi ha rimbeccato bonariamente Anselmo.

Subito dopo i vaccini, dovuti a chissà quale epidemia nella zona, ho capito che aveva ragione.

Prima di partire ti scoli una porzione d’India (“Un bel sorso di colera!” ha riso Lavinia) e stai subito male. Esci dall’ambulatorio con un leggero cerchio alla testa. Per tutto il giorno in agenzia mi sono sentita strana. Quella sera siamo andate a prendere un aperitivo con alcuni clienti e mi è venuto il mal di stomaco. Di corsa a casa: Lavinia piegata dalle risate, io dagli spasmi.

È così: cominci a partire con il corpo, ingerendo sostanze aliene. Ti inoculi un po’ di Asia in Occidente. Di notte mi è venuta qualche linea di febbre. Lavinia mi ha accarezzato la fronte piano e mi ha baciata non so quante volte, devota.

Non siamo ancora arrivate, ma non siamo più qua.

Chiamano tutti per salutarci.

“Guarda che dobbiamo solo conoscere i referenti locali e visitare la location. Ci resterà una settimana di tempo per correre qui e là.”

Ma tutti parlano di questo viaggio come di una cosa che dovrebbe cambiarti la vita. Forse è per tutta la distanza che abbiamo frammesso grazie alla rete. Tutti questi discorsi sull’epoca della narrazione, della persuasione. Le immagini non hanno mai detto la verità. Vedi un tramonto in un’agenzia di viaggi, arrivi sul posto e non c’è niente: sfido io che non sei più lo stesso.

Nessuno dice: “Caltagirone ti cambierà la vita”.

E invece è così, perché io da lì me ne sono dovuta andare.

Ogni due martedì il capo dell’agenzia organizza una specie di piccolo cineforum a casa sua. Trova un capolavoro difficile da reperire e lo proietta per un gruppetto di pubblicitari. Cinema orientale, soprattutto.

“Abbiamo perso il gusto dell’immagine.” Il mantra del capo.

Non avrei mai pensato che il cinema asiatico degli anni 50 potesse aiutare il consumismo occidentale, ma è uno dei tanti paradossi a cui ho fatto il callo. D’altra parte sono figlia di un ferroviere, faccio la copy e mantengo una ragazza ricca, che è stata rinnegata dalla famiglia.

Quand’ero piccola mio fratello stendeva un lenzuolo alla parete e proiettava vecchi film presi in prestito dall’archivio comunale. Quello non era il “gusto dell’immagine”, quello era il sogno.

Prima del viaggio, in omaggio a me, Lavinia e Anselmo, il capo ha trovato il dvd (coreano) della Trilogia di Apu e organizzato una proiezione del primo film. Quando è finito e gli altri hanno cominciato a parlarne, ero così commossa che sono solo riuscita a dire: “Questo film è così bello che non avrebbe bisogno di un titolo”.

“Si vede che il tuo talento è trovare slogan,” ha chiosato il capo, raggiante.

Nemmeno lui avrebbe bisogno di un titolo, ma solo perché è troppo scialbo.

La notte è così dolce. Lei va a mangiare un boccone da sola, lasciando l’amore al suo delirio per pochi minuti. Per caso capita su un terrazzino che dà sul disordine ai piedi della città: una vista vertiginosa, un incanto notturno perso nel passato o nella leggenda o nel sogno o nel desiderio o nel nulla. Quando torna, in mezzo alla strada riposa una vacca. L’amore è in preda ai brividi, una scossa elettrica l’attraversa ogni trenta secondi: le racconta di aver visto le stelle della notte che riposavano dolcemente e mortalmente a terra, ai piedi della città. L’amore sorride, la mano sulla fronte, il ventre che trema, i fazzoletti bagnati. La notte respira calma.

Lo scalo è la zona grigia. Se all’aeroporto di partenza siamo ancora a casa e a Vienna entriamo nel calderone delle nazionalità, al gate – con tutte quelle facce, quei turbanti, quegli occhi estranei – veniamo già risucchiati dall’India. Anselmo legge Pasolini, è molto rilassato. Lavinia gioca con il telefonino. Cerco di pensare ad altro. Ho davanti un sikh, molto bello e composto, ma con gli occhi di mio padre.

Il suo sguardo su di me.

Credi di arrivare in una grande città per conquistare il mondo e poi nessuno vuole che ti sposi con chi ami, nessuno vuole aiutarti ad adottare e amare un figlio, nessuno riesce a smettere di identificarti con la tua sessualità. Il sesso è la malattia del nostro tempo, tanto che comincio a credere nell’anima. In aereo, leggo sulla guida che ovviamente l’omosessualità in India non spopola. Anni fa ha suscitato grande scandalo la storia di due donne che hanno deciso di andare a convivere. Una parte dell’opinione pubblica le ha giustificate sostenendo che probabilmente in un’altra vita una delle due era stata un uomo e avevano avuto una storia d’amore tormentata. Il richiamo era stato più forte della reincarnazione.

Quella storia mi ha fatto tenerezza.

Ho guardato Lavinia che dormiva: le ho voluto bene.

Basta mettere il naso fuori dall’aeroporto per venire assaliti da un’aria pulviscolare e soffocante. E subito dopo capisci il perché di tutti quei corpi accasciati. Anche tu hai voglia di buttarti per terra come un sacco di patate, tale è l’afa.

Arrivati di notte, siamo già un lago di sudore. C’è venuto a prendere un ragazzo dell’albergo, che appena saliti in auto è partito sgommando a tutta velocità. Non è immaginabile la serpentina in cui s’è lanciato. Ognuno fa quello che gli pare. C’è un uso completamente diverso del clacson: non serve a protestare per una brutta manovra, ma a segnalare la propria presenza. Il risultato è un baccano infernale. Sul retro dei camion, l’implorazione esilarante: “Blow horn, please”.

Anselmo si è girato verso di noi, sedute dietro, e ha detto: “Se da noi scrivono: ‘Non parlate al conducente’, qui dovrebbero scrivere: ‘Parlate al conducente’”.

Abbiamo fatto il pelo a un camion e Lavinia ha urlato.

“E ditegli di frenare!”

Siamo tutti scoppiati a ridere, autista compreso. Che non capiva ma ci trovava divertenti.

Arrivati in albergo, siamo andati a dormire. Lavinia mi sembrava felice. Fuori la notte era calda: me l’immaginavo piena di voci, di odori, di vita.

Chi sei tu che vieni generato nella stanza accanto, amore, sconosciuto al suono e al tempo, dove cantano le levatrici del miracolo e dove la prima alba si spande sul regno a venire. La polvere alta vola con la sua fiamma dentro ogni granello, amore, e tutto il dolore fluisce e io muoio.

La mattina dopo ci siamo affacciati al mondo. Non capivamo se ci trovavamo in una periferia o in un centro. In questo strano andirivieni che è passare di continuo dal Primo al Terzo Mondo, dalla Genesi al Postumano, Delhi sembra una città moderna bombardata o una metropoli transtemporale, dove coesiste ogni epoca. Da una parte lo sterrato polveroso con qualche brandello di muro (stalla a cielo aperto compresa), dall’altra il palazzo tirato a lucido. Prima di partire un vicino di casa, saputo del viaggio, mi ha detto: “Meglio andarci adesso, prima che cambi”, come se il subcontinente fosse Panarea. Ma buttando un occhio al libro di Anselmo, mentre facevamo colazione, ho capito che Pasolini avrebbe tranquillamente potuto scriverlo oggi. L’India contiene il tempo e lo spazio.

L’incontro è andato bene. Tutti molto gentili e disponibili, com’era prevedibile. Solo un uomo mi guardava male, non capivo se per diffidenza nei confronti dei creativi o delle lesbiche. In ogni caso, non ha tutti i torti (o forse era una paranoia mia). Lo spot sarà una cosa semplice: verrà girato in autunno, sulla falsariga del film pluripremiato agli Oscar. Anselmo, come al solito, li ha conquistati tutti.

Il pomeriggio era libero e abbiamo gironzolato per la città. Siamo passati a prendere Lavinia che, senza pensarci, s’era messa una canottiera e l’effetto è stato snervante. Gli indiani erano allibiti. Guardavano anche me, ma lei li lasciava semplicemente attoniti. E pensare che siamo scappate per prendere respiro da tutto questo, dalla sua bellezza e dalla mia gelosia. Invece questi non riuscivano letteralmente a staccarle gli occhi di dosso, come se negli anni ’30 una ragazza avesse osato girare nuda per il centro di Caltagirone. Mi sono dovuta allontanare per non perdere le staffe, ma appena fuori dal tempio mi sono ripresa, incantata dal verde elettrico – quasi virtuale – del prato dopo la pioggia monsonica. Siamo schiacciati dal clima, dalla vegetazione, dagli animali. Qui l’uomo non conta niente ed è dolce sentirsi una specie fra le tante. La vita formicola intorno a noi. È pieno di scoiattoli e scimmiette. Piccole cornacchie e qualche falco. Sui tetti anche un sacco di aquiloni, che si confondono con i pennuti, scambiandoli forse per una forma più evoluta di vita.

La notte è calda e vuota. Il respiro della notte si accompagna al suo. L’amore sussulta, trema. Sopra una fortezza di sogno, soffia un vento che sembra venire dal passato. In uno stanzino, lassù in cima, l’amore vede una donna chiusa a chiave, attraversata dagli spifferi. Il sibilo dell’aria sale dal verde tutto intorno. Più sotto tutto si quieta, la notte è nuovamente vuota. L’amore riposa.

Più tardi, seduti al riparo di un caffè, su una terrazza isolata, abbiamo ripreso fiato. Lavinia si è messa a smanettare sul cellulare.

“Tutto bene?”

“Sì, è solo mio fratello.”

Quando un tempo frugavo negli sms e nelle mail di Lavinia, mi sembrava di entrare in un paese straniero. Anche un semplice “ti abbraccio” aveva delle risonanze che non riuscivo a controllare. Un diapason che s’irradiava toccandomi i sensi uno ad uno. Collera e ira, soprattutto. Venivo presa da tremore, come se aspettassi un’epifania risolutrice e tutta la complessità del nostro rapporto potesse sbriciolarsi, annichilire, con un semplice “bacio” di saluto a un amico. Dopo anni e anni di tangibilità, pensavo allora, il tempo che viviamo ha scoperto la forza delle parole, questi aggeggi irreali. Perfino un messaggio neutro, senza traccia di ambiguità, mi metteva tristezza. Non è che mi sentissi esclusa, più che altro sola. Il paradosso era che perfino le mie mail, i miei messaggi a Lavinia, una volta riletti, mi suonavano falsi.

Le immagini mentono, il linguaggio è infido.

Oggi, dopo cinque anni di convivenza, la verità del corpo ha avuto il sopravvento.

Oltre che donna florida e occidentale, Lavinia li attrae per la pelle nivea.

Anselmo ci ha spiegato che molti indiani hanno una relazione ambivalente con gli occidentali. Da una parte li considerano impuri, perché mangiano carne di manzo. Dall’altra sono estremamente affascinati dalla nostra pelle, perché il bianco è simbolo di purezza. Dalle preview prima della partenza, mi sono resa conto che nella pubblicità delle creme parlano solo di pomate sbiancanti e scelgono attrici chiarissime, abbagliate da uno spotlight in pieno viso.

“Noi detestiamo le rughe, loro la pelle scura…” ha commentato Anselmo. “Anche se in fondo, la paura di base è la stessa.”

“Cioè?”

“Qui sono discriminati i lavori che mettono a contatto con le sostanze corporee, li sbrigano soprattutto gli intoccabili, che spesso sono di pelle scura, quasi neri.”

“…”

“Parliamo della morte,” ha detto con un sorriso. “Come sempre in pubblicità.”

E così Lavinia, con i suoi tratti aristocratici, le sue magliettine leggere, la sua pelle candida diventa un’attrazione irresistibile. Come posso biasimarli? Per me è stata esattamente la stessa cosa.

E domani, il candore straziante del Taj Mahal.

Appena fuori, mentre Anselmo rimproverava a Michaux di avere scritto che è una mollica di pane bianco (“È torrone, altroché, uno splendido tocco di torrone”), ho fatto il classico errore. Il bambino aveva un visino così dolce che mi sono fatta commuovere. Era circondato da un nugolo di pidocchietti che imploravano come lui, tutti sporchi e arruffati. Volevo dargli una confezione di biscotti da spartire con loro, ma non appena mi sono avvicinata alla bancarella e ne ho indicata una, quello l’ha presa ed è scappato a tutta birra, lasciando me a saldare il conto come una scema e gli altri pidocchietti a bocca asciutta.

Il sopralluogo è andato bene, anche se non riuscivo a togliermi dalla testa quel ragazzino in fuga.

Quando bacia l’amore, la bacia così bene che irrazionalmente si aspetta quasi un ritardo, l’immacolata concezione, l’inseminazione artificiale. Labbra, lingua: l’amore in bocca, la bocca in amore, in calore, ingravidata. Quando bacia l’amore, è come se la esplorasse piano, apre le labbra delicatamente e poi con più decisione, la lingua aperta, dal basso in alto, dall’alto in basso, poi sulle grandi labbra e infine intorno al punto più sensibile, a volte si ferma lì subito, trepidante, altre ancora ci gira intorno. Sente che l’amore si muove, sospira, espira dal naso, sono sbuffi incontrollati che la fanno bagnare: l’amore è in suo potere. L’amore è caldo e vuoto. Intanto chiude gli occhi: baciare l’amore diventa una visione aerea del suo corpo, solo più morbida. È come se nuotasse nell’amore, esplorando il fondale, è un viaggio dentro il suo piacere attraverso la bocca. Bocca, lingua, labbra: le parole liquide e lente del loro amore. L’amore viene, è scossa dalla bufera, lei è felice e triste al tempo stesso, l’amore che viene la estromette, sembra uno starnuto di piacere che la respinge, anche se poi l’amore l’abbraccia di nuovo.

“Ho nuotato dentro di te” dice all’amore.

Rifiutando l’autista dell’albergo, siamo saliti su un autobus comune per cominciare questo giretto nella minima porzione di paese che potevamo vedere. A bordo eravamo gli unici occidentali, con qualcosa come trecento occhi puntati addosso e una trentina di corpi sul tetto dell’autobus. Lavinia si è seppellita nel suo libro, ma io e Anselmo ridevamo molto.

Con tono alla James Bond, Anselmo ha detto: “Ho come la sensazione che qualcuno ci osservi”.

Nella città successiva abbiamo preso un autista, ma anche con lui non c’era da stare tranquilli. Ogni volta, prima di ingranare la prima, giungeva le mani in preghiera.

Dopo il primo tragitto, Anselmo è sbottato: “Viene voglia di farlo anche a me. Ecco perché dicono che qui trovi il sacro”.

Il mondo dove viviamo non perdona: siamo farciti di motti, paure, barriere. E questo ci piace, inutile nasconderlo.

“I’m a driver ok?” dice Abe Singh dopo una centrifuga grazie alla quale siamo arrivati in tempo prima che chiudesse un tempio jain.

Appena smontati abbiamo fantasticato sui rapporti con la moglie. “Chissà se le fa la stessa domanda…” ho detto incautamente.

Anselmo mi ha guardata. “I’m a lover ok?”

Ma dietro quella risata, c’era qualcos’altro.

Finalmente, dopo una serie estenuante di fortezze e templi, siamo arrivati al lago, approdati a questa cittadina come ultima tappa, per tirare il fiato. Qui eravamo proprio fuori dal mondo, non avevo mai visto un posto così atrocemente pacifico. C’era un silenzio antico. Ma era anche uno di quei luoghi che piacevano ai fricchettoni, dove si può fumare ma l’alcol è vietato, dove l’acqua lacustre calma gli animi, dove le strade sono ancora sterrate.

Abbiamo trovato un posto decente e modesto, proprio sul lago, dove c’era solo una camera a tre. Il proprietario, Sudhir, era un gaglioffo simpatico che ci ha venduto della marijuana. Al centro del lago c’era un fatiscente tempio indù che copriva quasi tutta la superficie di un isolotto, dove pregavano giorno e notte, a orari specifici. Restavano isolati lì in mezzo al lago e mormoravano, biascicavano, tremavano. Il paesino ha poche botteghe e qualche bambino schiamazzante. Sotto l’albergo c’erano i ghat, dove alla mattina venivano a fare le abluzioni.

“Il Dio che immagina l’Occidente è inutile perché sproporzionato,” concionava Anselmo. “Qui tiene insieme le cose, ma non lo vivono in modo così pervasivo. Le abluzioni mattutine, la purificazione dell’anima… Non sono altro che una doccia. Per pulire il corpo e andare incontro al giorno, no?”

“Lo yoga è ginnastica, Dio è uno shampoo.” E un copy è un copy.

“Qui tutto è così semplice,” ha concluso Lavinia, con la sua ingenuità. E tutti e tre ci siamo guardati, disarmati.

Chissà se è poi davvero così semplice. Di sicuro qui non esiste quella pace sciocca che vorrebbe una certa idea new age. O meglio: si trova nei templi, come all’interno delle nostre chiese. Tanti anni fa, un professore di liceo mi aveva spinto a immaginare il potere della chiesa in una città medievale. Fogne a cielo aperto, miasmi dappertutto, mendicanti con i denti marci, tisici o storpi o moribondi, e poi all’improvviso, varcata quella soglia, l’odore dell’incenso, il fruscio dei paramenti e i lumini delle candele. Quando l’India eravamo noi.

Nel tardo pomeriggio, mentre Anselmo e Lavinia facevano quattro passi dall’altra parte del lago, mi sono messa a riposare in terrazzo e ho osservato una donna che faceva il bagno. Entravano in acqua tutte vestite, con il velo in testa. Non c’era quasi nessuno e il suo viso non mi piaceva, ma pensavo che fosse da addebitare alla vecchiaia. Era vizza, rugosa. Vedevo solo la testa scivolare a pelo d’acqua: non stava nuotando, si stava muovendo accovacciata sul fondale basso. Non c’era nessuno a vederla. Solo io, dalla tettoia della pensione, ma lei non poteva vedermi. Ero incuriosita da quel modo di girare sott’acqua, di fluttuare lasciando fuori quella faccetta arcigna. Poi è uscita. Non l’avevo vista immergersi e non m’ero accorta che in mano aveva una bacinella. Dal modo in cui la reggeva, si capiva che pesava e a quel punto ho realizzato: le offerte. Con quegli artigli, sondava il fondale in cerca di monete.

Stava rubando.

Il ragazzo che gestiva l’albergo è uscito in terrazza e mi ha sorriso.

Quella sera siamo andati al punto di ritrovo, dove c’era l’unico baretto. Il sole tramontava sull’acqua e tutti venivano a danzare e a suonare. Quei pochi turisti fumacchiavano tranquilli. Tutti si ignoravano e tutti erano in comunione, per quanto sembrasse assurdo. In due ore non abbiamo aperto bocca, guardando l’aria che si tingeva di arancione.

Abbiamo fumato qualcosa, ma senza esagerare. Anselmo era gentile, guardava Lavinia con certi occhi e al momento, in quella serena mescolanza, piaceva un po’ anche a me. Al ristorante abbiamo preso un piatto molto piccante e ridacchiato sulle implicazioni afrodisiache. L’atmosfera era tranquilla, ma allo stesso tempo elettrica. Non c’era bisogno di parlare. Anselmo sapeva già tutto.

Al ritorno, abbiamo attraversato la stretta via centrale. C’era ancora qualche bottega aperta, dove un paio di uomini chiacchieravano senza impegno. Ai lati della strada si intravedevano le famiglie dormire per terra, padre e madre e figlio, uno accanto all’altro, coperti da un lenzuolo come cadaveri. Nella piazzetta centrale il bestiame si era sdraiato e riposava placido. Era una scena agreste che non vedevo dai tempi della campagna, qui ancora più intensa. Fin dall’arrivo in India, la presenza molesta di tutte quelle vacche in giro mi ha rilassata: c’era qualcosa di estremamente dolce nella loro libertà.

È sempre bella in una creatura l’assenza di paura.

Arrivati in albergo ho detto che volevo starmene un po’ fuori, tirava un vento caldo, volevo lasciarmi prendere dalla nevrosi mistica, farmi portare via dal pensiero. Il tempio sull’isolotto era illuminato e lì si continuava a pregare, con il ronzio degli strumenti e il lamento dei fedeli. Il suono del mantra era limpido, pieno di energia. Avevo letto sulla guida che nella teoria tantrica le vibrazioni che formano l’universo si manifestano come “sillabe seme”. Quello è stato l’unico momento in cui mi sono sentita davvero dall’altra parte del mondo, mentre l’Asia mi soffiava quella corrente in faccia. Felice, mentre Lavinia faceva l’amore.

La notte è lunga e l’amore soffre, la strada è quasi deserta, qualcuno borbotta ancora, si desta dal suo giaciglio miserabile e poi ritorna al sonno, qui la strada è ancora di tutti, dei venditori ambulanti, la dolcezza con cui preparano un intingolo, ogni mattina lo stesso gesto, l’hanno visto in tutte le città, ma soprattutto in una piazzetta, quel signore pingue e baffuto, che preparava lentamente le polpette, prima l’impasto, poi il ripieno, intanto un sorso di tè, con quella gamba appoggiata morbidamente al bordo del tavolo, dal ginocchio alla caviglia, in una posizione impossibile, quattro parole con un amico, un altro sorso di tè, poi altro lavoro, tutto sempre alla stessa ora nello stesso posto ombreggiato, con gli stessi gesti placidi e semplici. La strada è di tutti, dei bambini e degli animali, delle moto impazzite e dei terroristi, del pazzo che davanti a una moschea lei e l’amore hanno visto sbattere contro la fronte una sbarra di ferro: un pazzo di dio, un pazzo d’amore, che lei e l’amore hanno visto in una città senza requie, fradicia di pioggia, impazzita d’amore. La notte è lunga e la strada è di tutti e l’amore soffre e qui il silenzio è immenso. La mano è morbida sulla sua fronte.

Poi Anselmo ha deciso di tornare a Delhi con un giorno di anticipo, forse proprio per lasciarci da sole a concepire il resto.

“Voglio chiarire alcuni punti con i clienti. Ci vediamo in aeroporto, mi raccomando.”

Ci ha lasciate l’autista, che di giorno diventava invisibile, e ha preso un treno.

Sembrava il paradiso e invece Lavinia si è sentita male.

Quello che è successo a me, ancora prima di iniziare il viaggio, a lei è accaduto adesso, quando siamo agli sgoccioli. È cominciato lentamente, con la solita diarrea. Poi è arrivato il vomito. È impallidita, per quanto impossibile. Ho provato a prendere del tè per idratarla. Me l’ha portato quel gaglioffo di Sudhir, che ci ha rassicurate: “Evrytime appens, you com frm yr laptop an’ life vry diffrent, no problem”. Fa ridere, ma Lavinia non ha tenuto nemmeno il tè. È scesa la sera. Io ho acceso una candela fuori, provando a leggere, ma la sentivo correre nel bagnetto ogni due per tre. Cominciavo ad avere paura. Sono andata a letto e, con la mano sulla fronte, ho scoperto che era bollente.

“Hai la febbre, amore mio.”

“Sto male.”

Una lunga veglia notturna, fatta di parole e di pensieri, di tremori e brividi. Ho provato a darle un antipiretico ma lo vomitava, ci voleva un antiemetico ma fuori era il nulla. Lentamente, mi sono abbandonata al suono delle preghiere e l’ho vegliata nei deliri. Anche io in quel buio ho perso le coordinate, entrando e uscendo dal sonno e dal sogno. La vibrazione del corpo di Lavinia era irresistibile, come se nelle viscere si consumasse una battaglia con un elemento estraneo. Alle prime luci dell’alba, mi sono svegliata di soprassalto e ho visto che dormiva. Le ho pulito la fronte e sono uscita in cerca di qualcosa da darle. In un piccolo bar ho trovato due americani che avevano un antiemetico. Quando sono entrata in camera, mi è venuto da piangere.

Era così bella.

Pensieri, silenziosi pensieri, di Tempo e di Spazio e di Morte, come acque fluenti. Illumina i miti, le favole. Non solo voi orgogliose verità del mondo, non solo voi dati della scienza moderna, ma miti e favole del tempo passato. Non possiamo aspettare più a lungo, anche noi ci imbarchiamo amore, gioiose anche noi ci lanciamo sui mari mai solcati, per far vela senza paura verso rive sconosciute, tra i venti che ci spingono (tu che stringi me, io che stringo te, amore) cantando il nostro canto dell’esplorazione felice. Tra risate e baci (che gli altri deprechino, che piangano per il peccato, il rimorso e l’umiliazione), amore, tu piaci a me, io a te. Più di ogni prete amore noi due crediamo in Dio, ma con il mistero di Dio non osiamo scherzare. Pensieri, silenziosi pensieri, di Tempo e di Spazio e di Morte, come acque fluenti.

Malessere, dimagrimento, stress. Comunque ha saltato il ciclo.

Qui in aeroporto, mentre percepiamo i primi strattoni di Occidente, mi domando quanto poi sia importante che Lavinia sia incinta di Anselmo o di un fantasma o perché no di me. O che sia incinta in generale.

Anche quello della mente è un figlio dell’amore.

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di Marco Rossari

Ospite Belleville