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Noir

Nuvole Rosse

Pubblicato il 10/10/2018

Questo racconto non parla di nuvole sfumate di rosso in un tramonto rutilante. L'unico tramonto è una vita che si spegne e un conto alla rovescia. Questo è il mio primo racconto, lo ammetto, ancora molto acerbo, ma spero che almeno qualche clichè me lo sia risparmiato. Chiedo scusa, umilmente.

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Ho da sempre calcolato tutto. Sottrazioni e addizioni per lo più. Raramente moltiplicavo o dividevo. Lo facevo a scuola per imparare, ma le mie operazioni erano sempre quelle. Matematicavo il tempo, le ore i giorni i secondi, gli anni. Molto spesso mi capitava di farlo con questi ultimi. Quanti anni avrei avuto tra dieci anni. Aggiungevo ai miei anni quelli di mio figlio che non esisteva ancora e che volevo. Quelli della mia ragazza di tre anni più piccola, quando era nata? Non la conoscevo, ma appena finita la guerra avrei voluto conoscerla. Ad esempio mio nonno nacque settanta anni prima di me, quindi nel 1901 ed era morto. Io nacqui 24 anni fa, quindi nel 1971 e mia madre aveva 31 anni quindi nacque nel 1940 e il bambino che ieri vidi saltare su una mina in una nuvola rossa - ci dissero - che aveva 11 anni, quindi era nato nel 1984. Io che oggi, nel 1995 sto morendo a 24 anni e queste sono le ultime mie operazioni matematiche, io che con la matematica non ho mai legato, mi trovo ad avere questi pensieri, ora che sto andando indietro, fino al numero zero.

Milo prese il mitra, lo imbracciò, tirò indietro il caricamento per far entrar il colpo in canna. Tenendolo con una mano sola lo abbassò lentamente, di acciaio e di legno, vecchio, tagliato e rigato, continuò il movimento, senza particolare sadismo fino a che la volata con la tacca di mira alta e forata posò il suo occhio di fronte l’anziana signora vestita di nero che tremava di fronte a lui.

Io entrai in casa appena Milo tirò indietro il dito. Un boato forte che non sembrava neanche uno sparo, improvviso, rimbalzò sui muri della casa frantumando pezzi di intonaco. La testa della donna disegnò una nuvola rossa sulla parete dietro di lei. Un tonfo, puzza di cordite e un sorriso sul volto di Milo.

Trenta colpi nel caricatore a forma di banana, con quelle scanalature orrende sulla lamiera stampata in cui entrava il fango. Un colpo esploso. Altri cinque stamattina nel cadavere di un cervo al bordo della strada. Due a pranzo che bucarono una campana. Tre prima di venire qui, addosso all’asino di un signore vecchio che rimase a piangere sull’asfalto.

Mi accorsi in poco meno di un istante che stavo facendo delle operazioni matematiche sui colpi che Milo aveva ancora nel suo kalashnikov.

Il conto rapido mi dava il risultato: diciassette colpi di cui uno nella camera da scoppio, pronto a partire alla velocità di duemila chilometri orari.

Mi chiesi perché stessi facendo questo. Contare i colpi. Fare la matematica ora. Il mio gesto mi fece capire che ero semplicemente stanco della guerra.

Mi tastai, infilai una mano nella tasca e toccai la superficie ruvida dell’unica bomba a mano che avevo e staccai la spoletta, senza far rumore. Avevo sei secondi per ucciderci.

Cinque.

Mi avvicinai a Milo fissandolo negli occhi con un sorriso che mi tremava e la granata innescata in tasca. Dissi qualcosa sulla vecchia. Mi sentii un mostro.

Quattro secondi.

Guardai quegli occhi celesti, quasi blu, come alcuni berretti che giravano per le strade quei giorni.

Tre secondi.

Addio Milo, non avrei voluto, non so che fare.

Due secondi.

Non so a chi pensare.

Un secondo.

Addio a chi non ho mai conosciuto.

La bomba non esplose.

Milo si girò con gli occhi di un azzurro che non potevo più vedere, stretti in una fessura di chi ha ricominciato ad odiare. La sua intelligenza rapace, selvaggia, mi ha sempre sorpreso.

Rivolse il kalashnikov verso di me, con la stessa lentezza di prima. Guardai la vecchia. Non volevo fare la sua fine, disegnare col mio sangue nuvole rosse su muri vecchi e puzzolenti. Gli saltai addosso, cademmo a terra, partirono i pugni. Mi sorpresi dei morsi. In un momento favorevole per me sfilai il coltello e glielo conficcai nella gola e tirai giù aprendogli il collo e facendo saltare il sangue fino al soffitto. Mi staccai dal suo corpo mettendomi in piedi e usando l’ultima adrenalina per prendere il suo mitra, puntarlo alla testa che ancora vibrava. Mi voltai e gli sparai un colpo in fronte. Un’altra nuvola rossa.

A quel punto lanciai tutto per terra e uscì dalla casa sputando e vomitando. Mentre camminavo sentì un boato e caddi a terra. Quando il fumo si dissolse mi guardai di fianco e vidi l’altra metà del mio corpo. Un’ altra nuvola rossa galleggiava per aria.

La granata mi era esplosa in tasca. Ora io ero una frazione, un numero decimale. Ero uno zero virgola cinque Pensai alla mia massima, al mio aforisma, quando ti lasci le cose del passato aperte alle volte ritornano. Niente di speciale.

Ora aspetto.

Chissà in quale secondo di quale minuto di quella ora di quel giorno sarei morto. Ora potevo fare tutti i calcoli che volevo.

Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

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Etis ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Un bel ritmo e potente nello sviluppo della storia.Segnala il commento

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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Bello.Segnala il commento

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Mela Golden ha votato il racconto

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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il fatto che chiedi scusa, umilmente, di aver scritto un gran bel racconto, il primo, per di più ,insospettisce; e sa di cliché....o no ?!Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Raffocinematic ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Simonetta 63 ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Bello. Molto ben scritto e davvero avvincente. Reso molto bene il meccanismo paranoico legato ai numeri che ben si accompagna alla trama.Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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di Giata

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