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Narrativa

Occhi Blu

Pubblicato il 18/09/2018

Le inezie che sfogano nell'insicurezza totalizzante.

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Cassandra si svegliò tra le lenzuola madide di sudore, retaggio dell’ennesima notte passata a lottare contro l’afosa estate romana. Supina, con gli occhi sbarrati e fissi sul soffitto della camera, un unico pensiero le affollava la testa: - Che cosa mi sta succedendo?


Alla sua destra, anch’egli estremamente provato dal caldo stagionale, Celeste dormiva profondamente, scosso di tanto in tanto da un leggero tremito che smuoveva i riccioli neri sparsi sulla testa. Cassandra, temendo che il compagno si potesse accorgere di lei, faceva attenzione a non compiere il minimo rumore. Come paralizzata in quella posizione, avvertì d’improvviso un panico familiare: dopo mesi allietati dalla serenità, quando credeva di essersi finalmente riappacificata con il mondo, ecco che un malessere, un vuoto esistenziale già conosciuto tornò a tormentarla. E dire che ciò che la trascinò nuovamente in quel vorticoso turbinio di sensazioni fu soltanto l’entrare nella testa di un’altra persona; fu in questo modo che si rese conto di quanto poco originale fosse la sua.

A onor del vero, Cassandra non ha mai avuto una gran stima di sé. Da anni aveva costruito per il mondo un vero e proprio personaggio: voleva apparire orgogliosa e pacatamente sicura di sé, sempre consapevole di ciò che le accadeva intorno. Era pronta a donare il proprio tempo, rivelando in cambio poco o niente e innalzando a motivo di orgoglio la sua poca autoreferenzialità. Credeva di essere compassionevole verso tutti, ma in realtà aveva creato una barriera tramite la sua sedicente gentilezza. Più il tempo passava e più le era difficile entrare in contatto con qualcuno. Quelle poche volte in cui accadeva, si sentiva così minacciata dall’altro che era portata subito ad allontanarlo. Si era dunque rassegnata a vivere in maniera placida, cercando di passare inosservata per quanto le era possibile. Tuttavia, nonostante il logos tentasse di tenere a bada il suo galoppante, seppur quiescente ego, una convinzione era radicata in lei. Cassandra credeva di possedere qualcosa di speciale, qualcosa di così unico e raro che nessun altro su questa Terra era degno di detenere: riteneva di essere la custode di un prezioso mondo interiore di cui, prima o poi, sarebbe finalmente riuscita a parlare. Le modalità con cui questo universo di pensieri si sarebbe espresso non erano ben chiare neanche a lei.

Distesa ancora nella stessa posizione, terribilia meditans. Ripercorse la serata precedente alla funesta mattina, quella passata in compagnia di Celeste. I suoi ragionamenti erano fini ed originali; aveva dominato la conversazione sin dal principio. Cassandra fu travolta da teorie assurde, ma stranamente logiche e sensate: per tutto il tempo era riuscita soltanto ad annuire o a commentare sgraziatamente una parola o due. Faticava a seguire il corso dei suoi pensieri e tentava di persuaderlo nel tornare a casa per mettere fine a quel supplizio psicologico. Nonostante fosse riuscita nell’impresa, le ore successive non furono piacevoli: era ormai tormentata dal pensiero della vacuità della sua anima. Il logos intervenne anche in questo caso per mitigare; le suggerì che fare paragoni del genere è insensato. Cassandra convenne, ma Celeste era sempre in cerca di un confronto: vista la sua impossibilità ad esprimere verbalmente quel famoso mondo interiore, ella intuì che il ragazzo si sarebbe presto stancato di lei.

- Non mi sono mai sentita così inadeguata – mormorò quasi senza rendersene conto. D’improvviso voltò la testa in direzione di Celeste, temendo d’aver formulato un pensiero così intenso da poter essere udito. Ma egli continuava a dormire beatamente, celando i vispi occhi blu, e ignaro del fatto che i sentimenti della ragazza cominciavano a diventare man mano più ostili. Lentamente scivolò sul fianco destro, allineando corpo e testa sullo stesso asse. Posò lo sguardo sul petto di lui che ondeggiava seguendo il flusso dei suoi respiri. Aggrottò poi la fronte, contraendo il volto in un’espressione di profonda inquietudine: - Ti odio. Odio la tua retorica impeccabile e il pathos che metti in ogni ragionamento. Odio la tua voglia di vivere, il tuo essere ancora un po’ bambino e la capacità che hai di contagiarmi. Odio il modo in cui mi fai sentire, i silenzi che non riesco a colmare e la profondità dei nostri sguardi. Odio te e odio me stessa perché ti odio, perché cerco giustificazioni al mio vuoto esistenziale nella tua pienezza e perché accuso un paio d’occhi d’aver provocato tutto questo.

L’ennesimo tremito scosse Celeste, accompagnato questa volta da un lieve mugolio, quasi un lamento soffocato si sarebbe detto. Cassandra trasalì, chiedendosi se non fossero state quelle sferzate virtuali a smuovere il suo corpo. Ma se lo chiese solo per un secondo. Chiuse infine gli occhi anche lei e, accoccolatasi vicino a Celeste, dimenticò tutto: il mondo, l’odio, l’amore.

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di Drapetti

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