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Narrativa

Oltre il confine

Pubblicato il 23/09/2020

I confini, prima o poi vanno superati. Proprio perché non sappiamo cosa nascondono.

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Giovanni stava finendo di riparare l’ultimo paio di scarpe della giornata. Le rifiniture preferiva farle a mano, misurando con le dita il punto esatto in cui infilare l’ago e tirare il filo. La macchina per cucire non riusciva a eguagliare la sua precisione, sebbene questa gli costasse qualche graffio di troppo che invecchiavano le sue mani più dei suoi sessant’anni. In un angolo del suo studio giacevano impilate molte altre scatole. Ottobre era un periodo di lavoro molto denso: erano parecchie le persone che volevano riparare le proprie scarpe prima dell’inverno, ma c’era anche qualche vecchio pallone che qualcuno non si rassegnava a buttare.

Mentre riponeva i mocassini appena ricuciti nella scatola, Giovanni guardò il calendario, pieno di scadenze. Il riquadro del lunedì successivo recitava “medicine”.

Andò in camera da letto. Sembrava che Margaret si fosse già addormentata, così Giovanni le appoggiò delicatamente le labbra sulla fronte. Lei aprì gli occhi e sorrise, cercando di mettersi a sedere.

«Dormi» disse Giovanni.

«Non dovresti fare così tardi».

Giovanni sorrise. Prese il portafogli dal comodino e ci guardò dentro: poco più di dieci dollari. Non accettava mai anticipi dai suoi clienti.

La mattina dopo, Giovanni preparò il vassoio della colazione per Margaret, così velocemente che quando aveva finito il suo caffè non era ancora salito. Quando tornò in camera, lei era seduta sul bordo del letto, cercava di infilarsi le pantofole.

«Per favore, lasciami andare in cucina... » disse Margaret, fingendosi imbronciata.

«Non ce n’è bisogno» rispose Giovanni mentre le zuccherava il caffè. «Finisci tutto quello che c’è qui, forza».

Margaret guardò sconsolata la tazza di latte, la mela e le due fette di pane imburrate.

«Vado in farmacia e torno» disse Giovanni.

«Lascia stare lo sciroppo, bastano le pillole» gli disse dalla sua stanza Margaret, che un attimo dopo sentì chiudersi la porta di casa.

Poco dopo aver acceso la macchina, si accese anche la spia della riserva. Accostò e si fermò, fissando supplichevole la spia luminosa, poi appoggiò la fronte sul volante e si passò la mano tra i folti capelli bianchi. Tornò indietro finché raggiunse l’unico benzinaio del villaggio. Tirò fuori i dieci dollari dal portafogli e se li rigirò tra le dita, aspettando che la pompa si liberasse. Poi compì ogni gesto velocemente, con decisione: scelse l’importo, infilò la banconota e ficcò la pistola nel serbatoio, e solo allora si fermò un attimo a riflettere. Pensava a Margaret, se avesse finito la colazione, se si era riaddormentata o se aveva provato ad alzarsi da sola un’altra volta... Mise a posto la pistola e ripartì.

Un quarto d’ora dopo arrivò alla frontiera. Non aveva niente da dichiarare ma i due agenti controllarono comunque la sua macchina.

«Perché viene in Canada?» gli chiese uno dei due.

«Vado a trovare mio figlio» rispose Giovanni, che ripeteva questa formula ogni volta. Non capiva come gli agenti non si ricordassero di lui.

Poco dopo arrivò in farmacia, alle porte della città. Entrò timidamente: non c’era nessuno, nemmeno al banco, ma non appena suonarono i campanelli legati alla porta, il farmacista sbucò dal corridoio dietro il banco.

«Come sta sua moglie?»

«Sembra vada un po’ meglio» mentì Giovanni. Si tolse il cappello e lo posò sul balcone.

«Le pillole?» chiese il farmacista.

«Anche lo sciroppo. Me l’ha tenuto da parte?» rispose Giovanni,dopo essersi rapidamente guardato intorno.

«Si, glielo porto subito. Intanto le lascio queste» disse il farmacista, posando le pillole sul banco.

Quei pochi secondi che passarono sembrarono ore. Quando il dottore tornò con lo sciroppo, trovò solo il cappello di Giovanni sul bancone. I campanelli legati alla porta si muovevano ancora.

Giovanni filò in macchina e partì. Rallentò, essendo arrivato alla frontiera. Si guardò nello specchietto e provò qualche sorriso di circostanza, ma riusciva a vedere solo i suoi occhi gonfi di rimorso. Prese lo sciroppo e le pillole e li nascose sotto il suo sedile. Li riprese e li mise nel cruscotto, ma cambiò idea ancor prima di averlo chiuso. Li infilò nella tasca interna del giubbotto. Uno dei due agenti alzò la mano per indicargli di fermarsi. Giovanni sterzò improvvisamente cercando di aggirare il poliziotto, che lo rincorse per un pezzo e poi sparò a una gomma. Giovanni sbandò e finì sul marciapiede opposto. Aveva picchiato la testa sul volante ma si affrettò a uscire dalla macchina. Mentre si avvicinava, l’agente gli ordinò da lontano di restare immobile e alzare le mani.

«Guardi...» disse Giovanni, alzando lentamente e indeciso le mani.

«Si avvicini lentamente!» disse ancora il poliziotto.

«Mi scusi, le faccio vedere--» rispose Giovanni, mentre infilò la mano nella tasca interna del giubbotto. Stava per tirarla fuori quando il proiettile lo colpì. Si accasciò sull’asfalto e i due agenti corsero verso di lui. Quello che aveva sparato frugò nel suo giubbotto e trovò, nella sua mano, quello che credeva fosse una pistola.

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Racconti Edizioni ha votato il racconto

Scuola

Ho l’impressione che l’intento dell’autore sia stato più quello di criticare e denunciare il sistema sanitario americano piuttosto che di raccontarlo, in tutte le sue storture, attraverso la storia e il vissuto dei personaggi. Di loro sappiamo poco, e poco della loro reale difficoltà. Della malattia sappiamo solo che ha bisogno di “pillole” e di “sciroppo”, ma di quello che ha comportato nelle loro vite davvero niente. Sappiamo che le medicine sono tanto costose da andarle a prendere in Canada e il reato di importazione tanto grave da indurre il protagonista a scappare dalla polizia. Quest’ultima, a sua volta, è così allarmata di fronte a un vecchietto bianco (italo-americano?) che scappa con la macchina appena dentro il confine del Canada da decidere di sparare senza pietà. Dell’America sappiamo che esistono ancora i calzolai e i “villaggi”, e che le donne si chiamano Margaret. Ma perché poi Giovanni picchia la testa sul volante ma si affretta a uscire dalla macchina?Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Barbara ha votato il racconto

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gordon comstock ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Sì, c'è quella svista dello sciroppo che dà fastidio. Soprattutto perché te la porti dietro fino alla fine, facendoci pensare (sbaglio?) che i poliziotti interpretino male il gonfiore della tasca interna del giubbotto: Potresti semplicemente far chiedere al farmacista lo sciroppo e scappare prima delle pillole.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Stefania Matarese ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Valentinacomesai ha votato il racconto

Esordiente

Ho riletto il racconto due volte perché purtroppo mi sono incagliata in un particolare che non mi ha fatto più partecipare alla storia: lo sciroppo lo prende oppure no? Non c'erano solo le pillole sul bancone? E perché allora Giovanni se lo ritrova in mano? Scrivere vuol dire creare un piccolo mondo, ma se qualcosa non torna si interrompe quel patto di finzione fra te che scrivi e me che leggo e l'attenzione svanisce, ma nulla che non si possa recuperare con una attenta revisione.Segnala il commento

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di Paolo_Ottomano

Esordiente
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