Small cover.png?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccountZoom cover

Narrativa

Onde emotive

Pubblicato il 28/04/2020

Lasciarsi andare per ritrovarsi, in un costante ondeggiare tra passato e presente.

95 Visualizzazioni
29 Voti

Scendo verso il porto, attraversando i vicoli dell’isola. Da Piazza Posta, che una volta era semplicemente “il pozzo”, prendo per San Leonardo.

Me la ricordo ancora nonna quando mi diceva Marì, vai al pozzo da Vincè ‘o fruttaiolo e fatti dare… e partiva la lista della spesa.

Evito di farmi vincere dalla tentazione di andare ad affacciarmi al belvedere su Corricella e Terra Murata, e proseguo fino a Marina Grande, buttando l’occhio alle vetrine colorate delle botteghe.

Cammino rasente al muro, come sempre, perché lo spazio è minimo e il passaggio di auto e motorini è continuo. L’unico modo per non farsi investire a Procida è restare all’erta, fermarsi al sopraggiungere di un mezzo, ‘agguantarsi a o muro’, e poi riprendere. Questo è uno dei motivi per cui non ci venivo da tempo. Troppo diversa da come l’ho vissuta da ragazzina, anzi da bambina quando, tornando dalla spiaggia alle due del pomeriggio, sulle pietre roventi dei vicoli riecheggiava solo il rumore dei nostri zoccoli, di legno con fascetta di spugna colorata. E fino oltre le quattro, sfumata la canicola, non sentivi nessuno per le strade, se non a tratti il cloppete cloppete di un cavallo stanco, trainante una carrozzella desolatamente vuota.

L’unica cosa che è rimasta uguale ad allora è l’umidità che avvolge tutto appena il sole cala in mare, oltre Punta di Pioppeto. Ed è la prima cosa di cui mi sono accorta stasera, uscita di casa.

Dopo i primi giorni passati a sistemare, pulire e riordinare le carte per l’inizio dei lavori di ristrutturazione, stasera ho sentito il bisogno di uscire, respirare l’aria dell’isola, verificare se ancora si sente il profumo dei gelsomini e dei limoni.

Non certo nei vicoli, dove purtroppo ristagna l’acre odore dei carburanti bruciati e scaricati dalle marmitte.

È strano, vivo nell’aria inquinata e nel caos di una città metropolitana tutto l’anno, ma non riesco ad accettare che la mia isola dell’infanzia abbia tenuto il passo con i tempi. Avrei voluto restasse… “isolata”, per l’appunto. O forse perché qui, nello spazio ristretto di quattro chilometri quadrati e dei vicoli che rappresentano l’unico assetto viario, tutto risulta più caotico e concentrato rispetto alla dispersione che c’è in città.

Ma non sono questi i pensieri in cui stasera ho bisogno di perdermi. Sento c’è altro. Qualcosa di urgente, come da tempo non mi capitava di avvertire. Sarà questo strano ritorno all’isola, al passato, ai ricordi repressi per anni?

Sento che devo trovare uno spazio protetto, dove poter lasciare fluire l’ondata di emozioni che mi ha assalita sin da quando il profilo dell’isola si è delineato a prua del traghetto. Poi ecco il materializzarsi dei colori pastello delle case al porto. Infine e, soprattutto, il rientro nella casa di via Curato. Vent’anni dopo l’ultima volta. La casa costruita dal bisnonno Nicola e che nonna Lucia ha abitato fino a che, sposata, si è trasferita al nord. Poi è diventata la casa vacanza di tutte le nostre estati, trasformandosi negli anni, adeguandosi al cambio delle generazioni e al numeroso passaggio di amici e conoscenti.

Arrivata alla Marina, decido di incamminarmi sul molo. Lo percorro fino in fondo, raggiungendo all'estremità il faro che lampeggia con il suo raggio verde. Mi siedo alla base e appoggio la schiena alla struttura per ammirare le luci di case, botteghe e locali, riflesse sull’acqua.

Confuse, portate a sprazzi dal vento che gira, arrivano musiche e voci di persone; lo scoppiettare fastidioso di uno scooter; il cameriere di una pizzeria che richiama l’attenzione dei commensali gridando “Margherita? Quattro Stagioni?”. Non sento le risposte.

Più da presso, nei momenti di silenzio, percepisco anche i sospiri degli innamorati che qui, ancora oggi, vengono ad appartarsi.

Quanti ricordi.

Resto un po’ così, ad osservare ed ascoltare. Poi rivolgo lo sguardo verso il mare lasciando che attraversi il Canale per approdare alla terraferma di fronte, tra le fievoli luci di Monte di Procida.

Forse non è stata una grande idea, quella di venirci da sola sull’isola, dopo tanto tempo. Soprattutto dopo questo periodo difficile che ci ha costretti tutti a casa. Ma cosa sto dicendo? Non è quello il motivo. Il fatto è che sono sola, per la prima volta sull’isola sono qui da sola. Spariti parenti e amici che hanno affollato casa fino alla fine dell’adolescenza. Poi per un periodo ci sono venuta con Sandro, mio marito, e i bambini. Alla fine non ce l’ho più fatta. Non c’era più la mia isola, non c’era più la mia giovinezza.

E oggi, dato che i miei fratelli non potevano liberarsi dagli impegni del lavoro appena ripartito, ecco che ci sono dovuta venire io per organizzare le maestranze. Domani cominceranno a rompere, a portare via, a trasformare. E quella che è stata la nostra casa, verrà stravolta definitivamente per ottenere due micro appartamenti da affittare ai turisti.

Mamma mia quanto malessere mi dà tutto questo. Tutto questo confermare e sancire che quello che siamo stati non c’è più e non potrà mai tornare.

Ma questa tristezza da dove arriva? Dall’insoddisfazione per quello che è stata la mia vita sino a qui? La vita dopo i sogni dell’infanzia, intendo. Quella vita che immaginavo semplice come andare in cerca di farfalle in fondo al vicolo. O luminosa, come quel sole che ci bruciava risalendo i centottanta gradini della Chiaia. O splendente, come la luce abbacinante quando mi voltavo a metà scalinata per guardare l’incredibile blu del mare. Immagini che mi procurano un rigurgito di nostalgia, una fitta al cuore, un’imbarazzante voglia di lasciarmi andare al pianto.

Porca miseria. Perché tutte le volte che sto male mi viene da pensare “che ci faccio qui?”. Come se nessun posto sia mai il luogo dove devo essere o dove sento di dover essere. O forse è solo perché mi manca sempre qualcosa e qualcuno ovunque sono?

Non starò mai bene con me stessa, nonostante ormai sono anni che vivo sola: io e Sandro ci siamo separati e i ragazzi sono cresciuti e hanno preso le loro strade. Dovrei essere abituata a starmene per conto mio. Eppure, ecco, come questa sera, seduta qui in fondo al molo, schiena appoggiata alla struttura del faro, sento di avere un unico bisogno. Risolvendo quello, ho l’illusione di trovare la pace.

Un abbraccio. Ecco quello di cui sento la necessità. Un abbraccio sincero, non comune.

Non per forza di un innamorato o di un amico, come ne ho ricevuti proprio qui. Me lo ricordo quando appena sedicenne con Domenico, prima cotta da ragazzina, ci appartammo dalla compagnia per superare le nostre timidezze e lasciarci andare, tra cuori che battevano all’impazzata per i primi baci impacciati e mani che cercavano i nostri corpi da toccare. Ma prima di trovare il coraggio per tutto questo lui, seduto accanto a me, entrambi con una sigaretta in mano per sentirci grandi, mi mise un braccio intorno alle spalle. Sembrava buttato lì così, tipo “cominciamo a vedere come va”. Poi la sua mano mi strinse la spalla e mi attirò a sé. Mi lasciai sospingere e appoggiai la testa al suo petto poi, voltandola verso di lui, i nostri visi furono così vicini che il bacio fu logica conseguenza.

E anni dopo, ancora qui, ci fu un abbraccio diverso. Lorenza, la migliore amica di quei tempi, mi raggiunse per consolarmi. Se ne stava andando. Finite le superiori, dopo tanti anni di scuola, vacanze trascorse insieme e racconti di amori, se ne andava a vivere in un’altra città. In un altro Paese. Il padre, dirigente di una multinazionale tedesca, era stato chiamato a collaborare direttamente presso la casa madre a Francoforte. Quella era l’ultima vacanza insieme. Quello era l’ultimo giorno di vacanza insieme poi, tornate a Milano, sarebbe partita dopo una settimana e chissà se ci saremmo più riviste.

Non ci siamo più riviste, nonostante le mille promesse. Nonostante le prime settimane di lettere quotidiane. Dopo pochi mesi si erano già diradate, qualche lettera ogni quindici giorni. Poi una al mese, giusto per aggiornarsi sugli ultimi sviluppi: esami d’Università; amori; cosa fa questo e cosa fa quell’altro; hai più sentito Tizio, hai più visto Caio.

Ma quell’abbraccio lo sento ancora, caldo e sincero, capace di sciogliere il nodo in gola che premeva e non mi faceva respirare. Cominciai a piangere, la testa nascosta tra le ginocchia. Capii che lei faceva lo stesso dalla voce incrinata mentre mi diceva di stare tranquilla. E il suo braccio rimaneva lì, sulle mie spalle, ma per me lei era già lontana.

Il mare si sta increspando. La brezza di terra ha cominciato a soffiare al cambio di temperatura. Fortunatamente ho con me il solito maglioncino provvidenziale. Come raccomandava sempre mamma: “Portatevelo dietro che poi s'alza l'aria”. Nonostante la prendessero tutti in giro, pensando che ad agosto non era possibile avere freddo, lei ci equipaggiava con i nostri maglioncini blu alla marinara legati in vita. E immancabile, tutte le sere, il vento cominciava a soffiare scompigliando l’isola. Noi ci si copriva ringraziando la testardaggine della mamma.

Così, ora, posso resistere ancora un po’ e accettare che l’unico abbraccio che davvero mi manca e potrebbe risolvere tutto è il tuo, papà.

Ma non ci potrà più essere. Non solo perché te ne sei andato da poco insieme ad altre migliaia di vittime di uno stupido virus. No, ma perché da anni avevi smesso di darmene, di abbracci. Da quando nell’adolescenza avevo cominciato a discutere con te per ogni stupidata: io, testarda, a voler dimostrare che potevo essere indipendente, ce la potevo fare senza il tuo aiuto; e tu, per contro, sempre più rassegnato a lasciarmi andare. Forse per quello diventavo sempre più ostile nei tuoi confronti: rinunciavi a tenermi con te, non lottavi per farmi restare la tua bambina.

“Ma sì, lasciala fare, sta crescendo…” ti sentivo dire poi alla mamma dalla mia cameretta. E da allora i nostri abbracci e i baci diventarono semplici formalità.

Io invece pagherei per sentirti ancora avvicinare col tuo fare silenzioso e discreto. Capendo che qualcosa mi preoccupava, come facevi non lo so, ti sedevi accanto a me nel letto e chiedevi: “Cosa c’è che non va?” E nel mio rispondere “Niente”, ti era chiara la verità. Non avevi fretta. Restavi ad aspettare e poi, senza tenere conto della mia falsa risposta, riprendevi: “Quando vuoi, ti ascolto”. Passavano dei minuti, tu non ti muovevi, aspettavi, magari una carezza sulla testa. Fino a quando arrivava l’abbraccio, quell’abbraccio, unico, inimitabile, avvolgente, nel quale mi sentivo protetta e potevo lasciarmi andare. La lingua mi si scioglieva insieme al pianto e ti raccontavo tutto.

Alla fine di ogni sfogo la tua voce: “La mia bambina.”

Ecco, sì, ora so cosa ci faccio qui. Dovevo arrivare a capire questo: tutto prenderebbe la giusta collocazione se solo potessi avere di nuovo un tuo abbraccio. Un abbraccio che saprebbe ricongiungere il passato al presente, rimarginare questa ferita di anni in cui mi sei mancato, riempire quel vuoto che si è creato tra noi in quel tempo lontano e che mi ha fatto vivere male sino ad ora. Un tuo abbraccio avvolgente nel quale nulla può andare storto e nulla mi può fare del male.

Logo
11063 battute
Condividi

Ti è piaciuto questo racconto? Registrati e votalo!

Vota il racconto
Totale dei voti dei lettori (29 voti)
Esordiente
23
Scrittore
6
Autore
0
Scuola
0
Belleville
0

Commenti degli utenti

Aatxajxbmwx0t vape40mgr7hl yzley y2gc2xcsl2a=s96 c?sz=200

Isabella Ross ha votato il racconto

Esordiente
Large marghe img 5466.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Come fare dell'abbraccio un correlativo oggettivo dell'esistenza in un racconto che sgrana una preghiera, emozione dopo emozione.Segnala il commento

Large whatsapp image 2020 06 15 at 11.57.46.jpeg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

La nostalgia è uno tsunami che turbina e mescola i ricordi, l'incertezza, l'inquietudine, la cognizione della nostra fallibilità, i rimpianti, i rimorsi, le speranze, le paure, le emozioni passate e il dolore presente. Hai rappresentato tutto questo in quell'abbraccio impossibile, perché la nostalgia nasce solo quando siamo consapevoli dell'irreversibilità del tempo.Segnala il commento

Large default

Viola ha votato il racconto

Esordiente
Large altro mondo.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente
Large 7b46ed85 4004 4f09 b544 86323d274390.jpeg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Delicato e vero. Sembra di seguire i suoi passi lungo la strada, mentre lo sguardo si posa su case e cose e affiorano i ricordi.Segnala il commento

Large eric delerue foto paolo galletta.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Eric Delerue ha votato il racconto

Esordiente

Bella scrittura, racconto delicato.Segnala il commento

Large 195c7c5a e533 438e 9500 78317f6489ab.jpeg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

blu ha votato il racconto

Esordiente
Large default

esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
Editor
Large default

Anonimo Piacentino ha votato il racconto

Esordiente

Malinconico e commovente. Segnala il commento

Large 1556961005612516394346.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

ANNA STASIA ha votato il racconto

Esordiente

Commovente, come tutto ciò che è stato e che non è più Segnala il commento

Large default

Leda ha votato il racconto

Esordiente

bellissimo e travolgente.Segnala il commento

Aoh14gjrmag78hkjcqoaqnabg2burrwlxqbfnbsubad36q=s96 c?sz=200

Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Mi è piaciuto come sei riuscito a prendere il punto di vista di lei, immergerti nel personaggio e nell'atmosfera malinconica .Segnala il commento

Large default

Primavera ha votato il racconto

Esordiente

Tutto scorre i ricordi, le emozioni e la vita. Una ristrutturazione che stravolge in primis l'anima. Il senso di un abbraccio avvolgente nel quale nulla può andare storto e nulla ci può fare del male. Molto bello, molto vero, empatico. Bravo!Segnala il commento

Large 20121231 114226.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

LoSteNo ha votato il racconto

Scrittore

Cloppete Cloppete, galoppa il tempo, i ricordi, il padre, il figlio, la figlia, l'amore. L 'isola la sola che resta, seppur cambiando.Segnala il commento

Large dscn0571.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Otorongo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Mah , io non ti riconosco più : i tuoi primi racconti erano originali , forti , si ricordavano , i tuoi ultimi invece ricalcano lo standard che va di moda qui , dei pipponi , scusa la parola , formalmente validi ma che non mi coinvolgono .Segnala il commento

Large 20210427 021713.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Violeta ha votato il racconto

Esordiente
Large img 1431.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Descrivi, con perfetto stile, il ritorno nei luoghi dell'infanzia, nell'isola di Arturo, con tutto il carico di sentimenti, nostalgia, rimorsi e rimpianti che quel ritorno si porta dietro. Complimenti, molto bello Segnala il commento

Large dada.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
Large img 20191110 005622 627.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

RoCarver ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Hai descritto in maniera commovente il rapporto di tanti padri con le loro figlie. L'imbarazzo nel notare che stanno crescendo e non sapere se è ancora opportuno abbracciarle, la nostalgia di quando erano bambine, l'incapacità di arginare la loro ribellione. E le figlie, che hanno ancora disperatamente bisogno di quell'abbraccio ma non vogliono ammetterlo. Purtroppo te ne accorgi solo quando lo perdi, il tuo papà. Hai scritto un racconto struggente e bellissimo. Segnala il commento

Large img 20211006 081248 654.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Roberta ha votato il racconto

Scrittore
Large img 20210226 wa0003.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Howl ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Mi hai fatto commuovere. Segnala il commento

Large 6e508332 9f32 4969 8a51 ea7be91f3fba.jpeg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Quella vita che immaginavo semplice come andare in cerca di farfalle in fondo al vicolo. È una frase che racchiude una grande malinconia ma anche le nostre speranze i nostri sogni che spesso la vita si porta via come il vento di Procida. Allora andiamo a ritrovare i ricordi più belli più quelli che forse ancora non riconoscevamo.E il passato che ritorna per vedere cosa ne abbiamo fatto o cosa ne stiamo facendo. E la voglia di quell’abbraccio. Molto belloSegnala il commento

Large img 20210609 134726.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Tella ha votato il racconto

Scrittore

Quanto amoreSegnala il commento

Large img 20200226 075137 754.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

paroleemusica ha votato il racconto

Esordiente

Ho sempre amato Procida. Mi è piaciuto il tuo modo di tessere passato e presente cocendoli insieme con un'attualità che sarà passato. Gli abbracci quelli che ci mancano e che ci mancheranno ancora per moltoSegnala il commento

Large 20201204 181343.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
Large 153342377 197830348512629 4826612411029001494 n.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

. ha votato il racconto

Esordiente
Large 20200316 014434.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
Large img 20200326 wa0003.jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

Helena ha votato il racconto

Esordiente
Large t  2  31 .jpg?googleaccessid=application bucket access@typee 222610.iam.gserviceaccount

di SteCo15

Scrittore
Underfooter typee
Underfooter lascuola
Underfooter news
Underfooter work