In effetti l'open space sarà pure cinematografo, ma psicologicamente è una violenza bella e buona. Voglio dire, nelle inquadrature da soffitto della redazione di un Washington Post qualsiasi farà pure effetto, con quel brulicare di capoccette pensanti e quel mescolarsi di voci febbrili, ma nella realtà ti paralizza. Sei ingabbiato e origliato, chiuso nel tuo loculo ma anche aperto, senza neppure l'agio di essere morto, disteso e impermeabile allo stress. No, sei lì, bello vitale, reattivo, rispondi alla dolce mogliettina sulla pasta che sogni per cena, e il collega del loculo accanto ascolta tutto. Il solo pensiero è più indecente di un cobra. Eppure il futuro è dell'open space, siamo spacciati, nonostante la mania di abbattere degli architettucci apribili rischi di far venir giù i piani superiori e, nei casi più gravi, di sbriciolare l'intero palazzo. Per non dire degli open space nei bagni pubblici, diffusi ormai da decenni, con il pertugio anche in basso, verso il pavimento, oltre che verso la volta celeste. Così, tanto per non farci mancare niente. Quelle braghe calate, quelle fibbie che ciondolano sul linoleum, visibili e udibili dal fruitore adiacente. Siamo oltre l'immaginabile, oltre il cobra. Poi per forza uno chiede il sussidio di disoccupazione, la dignità è dignità.