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Narrativa

Ora ricordo perché gli stupri

Pubblicato il 06/06/2021

Le mie serate le passo così, svuotando palle e conto in banca. Le chiamo familiarmente, serate alla pornocaina

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Ci sono giornate come questa. E non è una giornata particolare né una ricorrenza, è una giornata come tante. Però pesa. L’assenza ha acquisito una presenza fisica ma si mostra solo di spalle. Anche quando viene a letto.

È silente, sempre, ossessivamente muta. Per questo ho rinunciato a farle domande ma ogni tanto le parlo, anche se non sono sicuro che possa o voglia sentirmi. Eppure so per certo che una volta mi ha ascoltato con partecipazione, perché le mie parole che fino a poco prima sembravano morire contro una parete di roccia, all'improvviso riecheggiarono - come se avessero trovato una profonda insenatura in cui incanalarsi per sfogare chissà dove - e la chioma che mi stava davanti prese a ondeggiare, facendomi ancora illudere che finalmente sarei riuscito a guardarla negli occhi.

Li cerco dietro ogni paio di occhiali portati da donne dai capelli lisci. Qualcuno potrebbe anche confortarmi dicendo che prima o poi riuscirò a liberarmi da questo riflesso condizionato, ma non succederà perché non mi sto più confidando con nessuno. A parte quella chiacchierata con Boris l’altra sera, resto in superficie. Resto a galla. Però pesa. E quando si fa insostenibile, se qualcuno o qualcosa non ti aiuta, sono cazzi. Io ho preferito affidarmi a qualcosa, e ho scelto due travi ben collaudate per puntellare la distanza tra me e l’assenza: si chiamano pornografia e cocaina.

All’inizio bastava il porno, ma da due o tre mesi - non di più - mi piace l’idea di farmi due strisce e poi uscire per andare a puttane. Peccato però che poi non esco mai, mi fermo dopo le due strisce, anzi no su quelle sono già oltre, devo ammetterlo. Le mie serate le passo così, svuotando palle e conto in banca. Le chiamo familiarmente, serate alla pornocaina. Ma in giornate come questa, quando ti alzi e realizzi che sei rimasto a secco, non puoi far altro che decidere che è meglio andare a prendere un caffè al bar di Lilli.

Rincontrare Lilli per caso, mentre vagabondavo in una birreria in cerca di un amico, è stato emozionante perché non la vedevo da dieci anni ed era cambiata parecchio, tanto che non la riconobbi nemmeno quando mi chiamò mentre passavo per la seconda volta accanto al suo tavolo. Sulla mia faccia doveva esserci un’espressione molto eloquente perché lei dovette dirmi “Sono Lilli” per togliermi dall’imbarazzo. Aveva i capelli cortissimi e almeno quaranta chili in più ma quel sinistro luccichio in fondo alle sue pupille era sempre lì. Ci fumammo assieme una sigaretta, poi ognuno ritornò alla propria compagnia. L’indomani, digitando su internet l’indirizzo preso dal biglietto da visita che Lilli mi aveva lasciato, vidi che il bar che gestiva insieme al suo nuovo compagno stava poco distante dal mio studio. Potevo arrivarci a piedi, e quella sera non avevo altri appuntamenti, così chiusi prima e andai a farmi un aperitivo. Ma in giornate come questa ho bisogno di un caffè, doppio, e con doppio zucchero. Rigorosamente bianco.

Come metto piede nel bar l’aroma del caffè mi abbraccia e mi conduce al bancone.

- Ma buongiorno, - mi fa Lilli quando ha terminato di preparare il cappuccio che una ragazza mai vista prende e porta a un tavolo.

- Ciao Lilli, come stai?

- Direi bene, e tu?

- Me la cavo, - rispondo io. – Massimo non c’è?

- No, per fortuna oggi e domani starà tutto il giorno fuori dai piedi, - fa lei senza nascondere quel sorrisino di finta soddisfazione che conosco bene. - Grazie a dio anche quest’anno è arrivato il Comics, e lui ci va con i suoi amici cosplayer.

- E lei ti da una mano col bar, - dico riferendomi alla ragazza, che dopo aver portato il cappuccino al cliente ritorna al bancone con un paio di tazzine sporche.

- Già, almeno per questi due giorni io e Mada faremo coppia fissa, poi chissà, gli affari girano bene, un aiuto fisso non mi dispiacerebbe.

- Mada? Ho capito bene, ma che nome è? – butto lì.

- È rumeno, - interviene la diretta interessata. – Mada è il diminutivo di Madalina, mi chiamano tutti così.

- Be’, almeno non ti chiamano Lina, - commento io, cercando di tirare fuori un minimo di socialità, qualità che invece sembra non mancare alla ragazza.

- Belli questi piercing dietro il collo, - mi dice, sfiorandone le punte d’acciaio con le dita. – Ne ho uno anch’io.

- Non voglio sapere dove, - dico, sorridendole, e notando per la prima volta una cosa alla quale stento a credere.

- Tanto non te l’avrei detto, - replica lei scuotendo la testa in enne dinieghi.

Davvero non riesco a credere a quel che vedo.

- Cosa ti portiamo? – chiede la ragazza.

- Un caffè, doppio, e con doppio zucchero rigorosamente bianco.

Mada risponde accigliando un punto interrogativo, Lilli no.

- Lucio lo servo io, è un vecchio amico. Piuttosto, per favore, inforna giusto un paio di cornetti vuoti… eppoi ci sono quei pomodori che ho lavato che vanno affettati. Non sottili, mi raccomando, così il sandwich una volta chiuso nella pellicola sembrerà pieno all’inverosimile.

- Psicologia di mercato, - commento con ironia.

- Tu ci scherzi ma è così: il cliente sceglie l’immagine, e l’immagine che un sandwich pieno restituisce è quella di uno stomaco pieno e sazio.

- Io un sandwich io lo finisco in quattro morsi, - fa Mada.

- E io in tre, - dico con l’enfasi di chi rilancia a un’asta al ribasso, facendola ridere. Le ridono anche gli occhi, e ora ne sono certo, non era una mia svista, sono proprio di due colori. A meno che non stia portando lenti colorate? Mi viene questo dubbio.

- Ma hai gli occhi di due colori?

- Sì, dalla nascita, e in pratica da questo non ci vedo per niente, - dice indicandosi l’occhio destro, nero e lucente come tormalina, mentre il colore del sinistro mi ricorda quello dell’ambra.

- Allora caffè! – taglia corto Lilli, piazzando una manata sul banco e subito dopo un piattino in attesa della sua tazzina.

Butto uno sguardo a Madalina mentre si china a prendere i cornetti dal congelatore prima di sparire in cucina.

- Caruccia, - faccio io all’indirizzo di Lilli. – E sembra simpatica.

- Sì, lo è. Sia caruccia che simpatica. È la figlia più piccola della mia vicina di casa. Ha mollato la scuola e le serviva un lavoretto, e a me un aiuto, quindi mi sono detta perché no, proviamo. Ha iniziato oggi, ma sembra sveglia.

- Sembra anche a me.

- Il signore è servito, - dice Lilli posando sul piattino una tazzina fumante di caffè.

- Lo sai che non lo bevo amaro.

- Oh, scusami tanto, ho dimenticato il cucchiaino, - e così dicendo ne sistema uno sulla tazzina, insieme a due piccole palline che un occhio distratto avrebbe identificato solo come due scontrini appallottolati.

La ringrazio, e faccio quel che devo: prendo e serro le due palline in mano, poi mi bevo il caffè.

- Buono, - dico io. – Già che ci sono ne approfitto per pagarti il sospeso.

- Ok, - fa Lilli, prendendo un piccolo quaderno rosso e fingendo di addizionare consumazioni mai pagate. – Sono trecento euro, giusti giusti.

Do quel che le devo, poi la ringrazio e la saluto.

- Salutami Massimo, - dico sull’uscio, mentre mi accendo una sigaretta e dalla cucina esce Madalina, che alza la mano in un arrivederci.

Torno verso casa mentre la mia mano va spesso a soppesare i due grammi di coca che stanno in tasca. Un gesto inutile, forse solo scaramantico. Infatti una volta a casa prendo il mio vecchio bilancino - uno di quelli a bracci, non di quelli digitali che ormai vanno per la maggiore – e scartatele dagli scontrini che le avvolgono, metto sul piatto quelle due perle custodite in un doppio strato di pellicola; poco meno di due grammi, ma va bene così, la coca di Lilli non è la solita merda che trovi in giro, tagliata con l’anfe se va bene, no, questa è roba che i suoi parenti venezuelani le spediscono dal Sudamerica. La spesa la vale tutta.

Mi squilla il telefono. È Boris. Non ho voglia di rispondere. Che pensi pure che dormo ancora, tanto lo sa anche lui che oggi lo studio è chiuso. Poi lo richiamerò, mi dico, e mi accorgo che c’è una notifica. Una richiesta di amicizia. Con sorpresa leggo il nome Mada Lyn. Mi domando se Lilli l’abbia aiutata a trovarmi sui social. Mi domando anche se voglio accettare, e dopo aver ripensato ai suoi occhi, la mia memoria fotografica torna sul suo bel culo. Piccolo ma ben disegnato, e invitante, nel suo solco valorizzato dai jeans stretchati.

Accendo il laptop. Accedo al mio profilo. Accendo il fornello della cucina. Lo metto al minimo. Prendo un piatto pulito e ve lo adagio sopra per pochi secondi, poi con una presina lo tiro via, chiudo il gas e lo porto sul tavolo. Lì, una di quelle palline depone il suo ovetto di coca sul piatto, e io comincio a polverizzarlo con la mia tessera sanitaria.

Il beep di una notifica in chat prova a distrarmi ma non lo sa che sono impegnato a farmi una bella striscia. È Mada, che mi ringrazia per aver accettato la sua richiesta di amicizia e chiude con un “Wow non sapevo che facessi tatuaggi!” seguito da un cuore, nero come il suo occhio destro, o come il mio inchiostro. Le mando un pollice su, poi chiudo la chat e apro PopPorn. Scorro la home e le anteprime dei video, selezionati e proposti in base alle preferenze determinate dalle mie ultime visualizzazioni. Il cliente, ogni cliente, si deve fidelizzare. Però oggi non mi va di buttarmi sul sesso di gruppo né di vedere stupri, anche se simulati. Scorro ancora e ancora, passo anche alla pagina successiva, ma niente cattura la mia attenzione. Decido di affidarmi al menu, che con un click si espande in tutte le sue categorie. Come accade sempre, quando mi trovo davanti a un qualsiasi menu, mi prendo del tempo, anche se ne conosco le voci a memoria, anche se stavolta ho le idee molto chiare. Mi accendo una sigaretta, poi clicco su Teen.

Dietro il fumo del tabacco compare lei, muta e di spalle come sempre.

- Hai qualche preferenza? – decido di salutare la sua apparizione così, e con lo sparo non a salve di una seconda striscia.

- Nessuna in particolare, ok, scelgo io, - dico spostando la testa dal piatto allo schermo del PC.

Dopo averlo detto ripenso con nostalgia alle sere in cui nessuno dei due aveva idea di cosa guardare, e passava anche un’ora prima di scegliere che film avremo visto.

- Ero felice quando mi dicevi che ti era piaciuto il film che avevo scelto, - dico all’assenza. – Ovviamente, mi dispiaceva se non t’era piaciuto. Ma non per motivi di ego personale…

Mi interrompo, sento che devo scegliere bene le parole.

- Volevo che i nostri occhi vedessero solo il bello.

Soffio il fumo della mia sigaretta sull’assenza e alcune sue ciocche si spostano, lasciando intravedere una piccola porzione di collo, là dove declina lieve sulla spalla destra.

Scrollo la pagina finché tra le anteprime che la popolano non avvisto una rossa con gli occhiali e i capelli lisci. Parte il video e non sembra un granché. Così do una sbirciatina ai video correlati, ché di solito l’algoritmo funziona bene e fa proposte interessanti. E infatti ne trovo più d’una. Bastano pochi secondi di anteprima che sto già ad accarezzarmelo. Lancio il video.

La tipa ha un culo piccolo ma ben disegnato, che mi ricorda quello di Mada. Ho un fremito. Rallento il ritmo. Per un po’ chiudo gli occhi.

Quando li riapro la faccia della rossa in video è in primo piano. È davvero brava. Mi ricorda qualcuno.

- Usa la lingua proprio come la usavo io.

L’assenza mi bisbiglia queste parole all’orecchio quando l’erezione già stava sfumando in un nulla di fatto. Mi è accanto, di spalle come sempre, ma non mi ero reso conto che si fosse avvicinata così.

- Ora ricordo perché gli stupri, - commento io chiudendomi i pantaloni.

Mi preparo una striscia, piccola piccola, di consolazione. Tiro e quando torno su l’assenza mi sta nuovamente di fronte, dall’altra parte del tavolo.

Apro la cronologia e la scorro fino a che non leggo stupro di gruppo tra i titoli delle pagine visitate. Richiamandola, potrei dare un’occhiata ai video correlati - questa è la mia idea.

Ma un’idea ne evoca un’altra, perché il pensiero non lo fermi. Forse coca e porno non li ho scelti per puntellare la distanza tra me e l’assenza, ma perché sono una brutta persona. In fondo lo so che da quando ho lasciato Yuko non ci tengo più a essere un uomo migliore.

Penso questo, con lucidità e convinzione, quando da qualche cortile di un condominio vicino mi arriva il suono di un pallone che rimbalza e le voci di tre o quattro ragazzini; qualcuno di loro urla “facciamo una tedesca!”, e nel sentirlo ne gusto il sapore amaro di scena d’altri tempi. Non mi ricordo dove, ma recentemente ho letto che il tempo devi fartelo amico, o qualcosa del genere.

Cambio idea. Spengo il pc.

Ed esco.

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omALE ha votato il racconto

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Un vero cocainomane non aavrebbe mai mollato la sua amante l'ossessione come la gelosia sono brutte bestie difficili da controllare. La curiositá un arma contro la noia e solitudine.Complimenti notevole scrittura scivola come l'olio non ti lascia andar via fino al punto finale ESegnala il commento

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Alessandro Massa ha votato il racconto

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Mi sono fermato a culetto ben disegnato, no dai, scherzo, ero fatto dopo la prima striscia, fuck! volevo dire mi hai colpito e mi è piaciuto. Grande suspense e tutti i personaggi hanno una loro dimensione e non esistono solo in funzione di Lucio. Esco, ciao Segnala il commento

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Elym Garak ha votato il racconto

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"rigorosamente bianco." Molto bello. GrazieSegnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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L’idea dell’ assenza è meravigliosa. Madalin dovevi trovarla nel porno ( secondo me).Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Sei bravo in questo genere, anche se non è tra i miei preferiti apprezzo il linguaggio diretto e senza fronzoli. Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Amid Solo ha votato il racconto

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giumer1972 ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

D'accordo con Franco, potevi forse osare di più Bella l'idea dell'assenzaSegnala il commento

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Silvio Esposito ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente

(ma è di nuovo la ragazza dal cuore atomico!) che stile ottimo, lasci cose in sospeso e poi dopo un po' torni a recuperarle, sembra che intrecci braccialetti. spero che al tipo alla fine gli sia venuta una bella idea, che possa andare a vedere "il bello" insomma... (solo due imperfezioni: la vicinanza di "fisso" e "fissa" in una battuta di dialogo, e "io un sandwich io" in un'altra)Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Negli Open days di Belleville ho letto una frase che cade a proposito per commentare il tuo racconto: "la funzione della letteratura non sia quella di offrire certezze e rassicurazioni, ma di coltivare il dubbio, l’ambivalenza, la contraddittorietà". Ho riletto il brano e, ogni volta, ne sono uscita più dubbiosa di prima. Dunque: hai centrato il bersaglio. Gli scrittori non sono balie e non scrivono sermoni.Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente
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Zeta Reader ha votato il racconto

Scrittore
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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente

Il soggetto lo trovo deprimente al meno x me anche se capisco la possibile realtà. Lo stile invece indiscutibile :)Segnala il commento

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FilippoDiLella ha votato il racconto

Esordiente

Ecco, mi son detto "trova un'altra maniera per dirlo", ci ho pensato un po' e alla fine mi sono arreso: pezzo fighissimo.Segnala il commento

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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente

Il testo scorre benissimo. Hai un ottimo stile . Piacevole letturaSegnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Esordiente

Non ho molto da aggiungere ai commenti precedenti. Mi è piaciuto. Molto ben scrittoSegnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

OttimoSegnala il commento

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Bruno Gais ha votato il racconto

Esordiente

Molto molto molto bello. Scritto divinamente. Ti avvolge e ti trascina nella scena a condividere le emozioni, i pensieri e tutto il resto. Un racconto che disturba o turba genera comunquw emozioni, quindi ha un'anima. Ma più che il degrado io ci ho visto l'immagine, lo spaccato, il momento e tutti i suoi profumi. Ed il cazzotto che alla fine diventa una carezza. Grazie per questo racconto.Segnala il commento

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doktor ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Crudo, sì, e anche molto amaro.. ma a tratti assai descrittivo, come se ti fossi trattenuto, dall'affondare il coltello con più efficacia. Emergono desolazione e solitudine, e il bisogno di eccedere, per riuscire a concedersi del piacere non condiviso... porno o cocaina che sia. "Svuotare palle e conto in banca" non so se sia più efficace come metafora, o come premonizione, del vuoto che ci avvolge, quando non ci è rimasto altro. Mi ha turbato e "disturbato", ma credo che fosse anche il senso del tuo racconto. Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Circondato da personaggi virtuali, che siano l'Assente o le donne sui siti. Niente è reale dentro la casa, il vero è fuori. O almeno si spera. Crudo e dolente. Titolo formidabile, criptico finché non si legge, e quando si capisce non si sta meglio. Stile, come sempre, impeccabile.Segnala il commento

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Anle ha votato il racconto

Esordiente

Molto crudo. Mi resta in testa il perché degli stupri. Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

Esordiente
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di Ti Maddog

Scrittore
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