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Narrativa

Ormai ci siamo

Di teresa righetti - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 04/05/2017

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La ragazza corre con il petto in fuori – come chi stia facendo l'ultimo sforzo prima di tagliare un traguardo – così veloce che i suoi piedi sull'asfalto non si distinguono l'uno dall'altro. Girano come i raggi di una bicicletta. Tiene le mani chiuse in pungi stretti che sembrano poterle sanguinare da un momento all'altro, le braccia le sfiorano i fianchi avanti e indietro con un movimento automatico che lei sembra non controllare.

La ragazza ha fronte e collo arrossati dalla fatica; i capelli le si appiccicano alle spalle sudate in piccole ciocche, e le ondeggiano da una parte all'altra della schiena come un mantello.

È quel momento del giorno in cui si sta facendo notte e tutte le cose sono avvolte da una luce buia e opaca.

I respiri affannati della ragazza risuonano tra i campi tutt'intorno come folate di vento.

I suoi passi seguono la linea tratteggiata dell'asfalto senza che lei debba nemmeno guardarla: la ragazza tiene gli occhi spalancati davanti a sé – dagli angoli, due lunghe lacrime le scendono fino alla gola e dietro le orecchie – ma non vede niente.

Si dice – ormai ci siamo – ma lo pensa come fosse un'unica parola, e come se la parola stessa corrispondesse a un oggetto fisico. Vede questo – ormai ci siamo – materializzarsi in una forma di cui non riesce a distinguere i contorni, ma che è tanto tangibile da poterle fare male.

In fondo alla via, la strada svolta a destra e s'infila in una galleria stretta che buca la collina.

La ragazza prosegue dritta: salta il fossato con le gambe distese e si getta nel campo. Cade strisciando la coscia nella terra, ma si rialza subito sollevandosi sui palmi delle mani con un movimento che sembra un tutt'uno con la sua corsa – una sua naturale prosecuzione.

La ragazza non controlla se si è ferita le ginocchia, non si scrolla di dosso la polvere; sposta solo lo sguardo a terra per non inciampare di nuovo.

I suoi piedi falciano il grano con un suono che sembra un colpo di spazzola.

La ragazza ha le gambe graffiate, e piccole sassi che le si sono infilati sotto le scarpe e che ad ogni passo le pungono le piante dei piedi. Strizza gli occhi come chi stia sollevando un oggetto troppo pesante, scuote la testa con un gesto sfinito e sdegnoso che dura solo pochi istanti, poi fissa di nuovo lo sguardo davanti a sé.

In fondo al campo scorge gli alberi del giardino, e il sentiero bianco che porta alla casa e risale la schiena della collina come una cicatrice.

La ragazza aumenta la velocità – ormai ci siamo – solleva le ginocchia per potersi muovere più agilmente, e tiene le mani in avanti, scansando le spighe con dei gesti circolari delle braccia. Il respiro le brucia nella gola e le invade il petto con una violenza che le fa venire da vomitare – le pulsa nelle tempie come se potesse spaccarle la testa a metà.

La ragazza non sa da quanto sta correndo e non sa quando arriverà. Non sa cos'ha mangiato a pranzo, se ha portato fuori il cane, da dove sia partita o come ci sia arrivata. Non sa se ci sia qualcuno nella casa dall'altra parte del campo – se abbiano acceso il camino e preparato la cena, se la stiano aspettando sull'uscio o seduti in veranda, se siano preoccupati o tranquilli o disperati. La ragazza non sa se siano usciti a cercarla.

Non sa che ore sono e non sa che giorno è.

Non sente i muscoli rigidi delle gambe che si tendono come se potessero strapparsi, né il sudore freddo che le si è appiccicato alle braccia come una ragnatela; non sente l'aria che le taglia le guance – gli occhi rossi sotto le palpebre. Non sente nemmeno il gracidio delle cornacchie e l'odore della pioggia che sta arrivando, né il suono del ruscello che scorre in mezzo al bosco.

Sente il suo corpo fendere il grano – e i piedi che le pesano come se stesse correndo nel fango.

E la casa è sempre lontana, alla fine del campo, oltre le spighe, ai piedi della collina. Non si vedono le luci delle finestre, non si vede il fumo che esce dal tetto.

Tutto è buio e silenzioso.

C'è solo l'ansimare disperato della ragazza – il suo respiro affannato che diventa quasi un rantolo e poi un colpo di tosse che rimbomba nella vallata come una sentenza.

La ragazza si volta indietro mentre le mani le afferrano le spalle.

Cade a terra – ormai ci siamo.

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