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Narrativa

Ospiti

Pubblicato il 06/12/2018

di non desideri

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Una chiave gracchiò nella toppa.

– Eccoci, in ritardo solo di unʼora – disse lei.

– Di un giorno: unʼora fa sarebbe stato ancora ieri – disse lui.

Risolini.

– Aspetta…

– Unʼaltra ora?

– No, un minuto.

Acqua aperta in bagno, tv accesa in camera, un dialogo da fiction:

“Moscardino era legato alla malavita”

“Perché, noi no?”

Acqua chiusa, zapping su un canale musicale - respiri/gemiti/vocali sparse - respiri/gemiti/tappeti armonici.

Di nuovo acqua aperta in bagno, musica spenta in camera.

Fruscii lievi, buonanotte.

L’orologio del Duomo rintoccò l’una.

Buonanotte.

Silenzio prolungato.


– Dai, sbrigati! – disse lei.

Sbam di porta.

Buongiorno, eh.

L’orologio del Duomo rintoccò le nove.

Silenzio prolungato.


Due mandate decise.

Calpestio di suole, sbuffi.

– Portami lenzuola di cambio – disse la donna.

Fruscii nervosi, sbattere di teli e di imposte spalancate. Un’onda di clacson e motori e brusii di piazza.

L’orologio del Duomo rintoccò mezzogiorno.

Un nome chiamato a gran voce.

Quale?

Imposte serrate, una corsa attraverso la camera.

Altre due mandate decise.

Silenzio prolungato.


La chiave torturò a lungo la serratura.

Snervante.

Le dita bambine pizzicarono le corde: si rincorsero, incepparono e smisero; ripresero, non inciamparono e smisero.

Un ordine irruppe nella stanza insieme a unʼadulta:

– Sonia, cambiati!

Silenzio breve.

Ma stai piangendo? Non ora, piccola. Va’, su.

Schiocchi, strappi di velcro e passi in punta di piedi.

Perché?

Una suoneria.

– Pronto? […] Mah, non è stata brava ma la prenderanno. Per fortuna certe cose vengono decise prima, no? […] Ora la porto a fare un giro, ci raggiungi per cena? Sì, dai, tra un’ora.

Una mandata sola.

Silenzio prolungato.


Ma quanto dura un’ora?


Me lo chiedo allungando una gamba. Le cerniere di metallo ruotano, l’anta dellʼarmadio si schiude e rivela lo spessore del materasso, matrimoniale, impacchettato nella trapunta color ocra. Sopra di esso, sul muro di fondo, la finestra affaccia sul Duomo. Il riverbero dei lampioni ritaglia raggi dʼombra lungo le pareti. Gattono fuori dall’armadio, accendo un interruttore a illuminare il comò, lo specchio, il mio corpo: nudo e livido, riflette una storia. Quale? Sono entrata qui ieri sera alle 23. Il cliente del sabato era un uomo dallʼaspetto composto ma inqueto che non ha chiesto nulla, ha fatto cenno di togliermi i vestiti e sedere sul letto. Appoggiato al muro accanto alla finestra mi osservava e apriva e chiudeva le labbra, muto. Snervante. Avevo la pelle dʼoca e i capezzoli inturgiditi dal freddo che penetrava i vetri socchiusi; il cielo e il Duomo erano un unico nero su cui ruotavano le lancette dorate dellʼorologio.

– Sono trascorsi quaranta minuti – dissi io.

Si portò lʼindice alla bocca. Avevo domandato alla concierge quante ore avesse pagato e avevano risposto “fino a mezzanotte”: che non intendesse fare sesso? Nonostante le premesse, al dodicesimo rintocco si avvicinò slacciandosi i pantaloni. Glielo presi in bocca e iniziai a succhiare, affondò le dita nei miei capelli. Buongiorno, eh. Se avevo ben interpretato i suoi desideri, era lʼunico modo in cui avremmo comunicato. Alzai lo sguardo e incrociai il suo, scuro. Riprese a muovere le labbra senza dire nulla, chiudendo le mani a pugno e tirandomi i capelli. Mi lamentai, mi ritrassi. Mi spinse sul letto, mi salì sopra e mi venne addosso. Non avevo capito nulla. Mi abbandonai al refolo gelido che entrava dalla finestra lasciando il corpo, anonimo, a soddisfare lʼennesimo ospite che cercava una terra di conquista e non un rifugio temporaneo. Tornai in me sentendo lo scroscio della doccia in bagno; stesa sul letto, sola, raccolsi vestiti e borsa: era ora di andare ma non mi reggevo in piedi, avevo le gambe addormentate e la schiena trafitta da mille chiodi. Mi nascosi nell’armadio, sporca, arrotolandomi nei vestiti senza indossarli: la pelle bruciava a contatto con i tessuti. Lui uscì dal bagno, forse credette fossi andata via; calmo, raccolse le sue cose e se ne andò. Rimasi al buio non sentendo di ardere viva, poi svenni. Buonanotte. Al risveglio ho sentito i fidanzati fare lʼamore, la donna di servizio pulire, la bambina piangere, sua madre no. Ora che ci penso non vedo il violino, lʼavrà portato con sé o lʼavrò sognato? Mi specchio, la pelle è macchiata da segni violacei; ne sfioro uno: brucia. Lascio cadere i vestiti, sono attraversata da rivoli dʼinchiostro secco che strofino con un dito bagnato di saliva: fanno male. Un corsivo minuscolo, abbellito da svolazzi leziosi, disegna frasi concentriche sulla pancia, spirali di pensiero attorno alle braccia, periodi complessi su tutta la lunghezza della schiena. Le parole sono scritte al contrario, il loro riflesso mi appare leggibile. Perché? Il Duomo rintocca la mezzanotte di domenica. Scovo una maiuscola sulla spalla sinistra, una U con uncini e becchi marcati. Scorro il testo, fatico a cogliere il significato, tento di pronunciarlo ma non ho voce, boccheggio sospiri afoni e mi piego, sgomenta, sullʼincipit inciso sul petto: ”Una chiave gracchiò nella toppa.”

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isa ha votato il racconto

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Criptica, intensa, misteriosa MaryaM. Bentornata.Segnala il commento

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

Esordiente

Stile davvero intrigante. Trama un po' faticosa. Dubbio sull'uso del passato remoto... Piaciuto.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente
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Chiara Filippi ha votato il racconto

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di MaryaM

Esordiente