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Narrativa

Pallottoliere

Pubblicato il 05/06/2019

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Sposto le palline da una parte all'altra. Colorate, somigliano ai fagioli che trovavo sugli scaffali del supermercato in primavera. Fuori dalla finestra impazza la tempesta. Sono alla fine del mondo e alla fine della storia, la sabbia ricopre la tenda della veranda, l'orto con le poche cose che il nonno è riuscito a piantare prima di morire. Ricopre la tomba di Rio, il mio vecchio husky e il piccolo altare che ho costruito per Norma, prima di andare alla clinica e chiedere al medico di fare il raschiamento. Era un obiettore; prima dell'inizio delle tempeste non lo avrebbe mai fatto, forse. Ma ora non importava più: gli idoli, gli dei le sporche morali private. Spazzate via dal calore e dal buonsenso di chi deve solo sopravvivere. Morirà di caldo dopo pochi giorni, mi aveva detto. Aveva un sorriso storto, il cinismo di chi ha detto l'ultima preghiera. 

Il vento era arrivato anche a Roma. Immaginavo il Colosseo sommerso da una duna di sabbia, le povere rovine che emergevano, un bambino un giorno lontano sarebbe inciampato su una pietra e avrebbe chiuso il cerchio della memoria della nostra povera civiltà. 

La sabbia è qui, inizio ad avvertire il prurito sulla pelle, i piccoli pizzicotti dei granelli sul volto. E conto le palline sul pallottoliere. 

Uno. 

La fotografia della mia famiglia. Mio fratello è emigrato a nord, in Olanda prima, in Pennsylviania poi. Quanto riuscirà a fuggire? I miei genitori sono morti. Mio padre di infarto mentre scendeva dal Gran Sasso. Il caldo aveva avuto la meglio sul suo corpo ottuagenario, per quanto atletico, per quanto scolpito. Lo avevano trovato due ragazzi in escursione, sembrava che dormisse in una posizione innaturale nel ghiaiaione dove era caduto. Mia madre era morta di crepacuore poco dopo, si era lasciata andare all'inedia. Mentre io contavo i soldi per la bolletta dell'elettricità, lei scansava i bocconi di bistecca che le tagliavo. Il nonno piantava le fragole e i mango. Io restavo incinta di Norma, dopo una serata passata in un locale con l'aria condizionata e con troppe persone. Rio era morto di caldo.  Solo il nonno si era spento piano piano, novantacinque anni, sopravvissuto alla figlia. Mi aveva augurato buona fortuna senza piangere. 

Due.

Sento la porta che sbatte. Centinaia, decine, unità. Ho frequentato le scuole elementari a Palermo, la città di origine della mia famiglia paterna. Quando siamo venuti a Roma tutti mi prendevano in giro per l'accento siciliano, che poi col tempo ho perso soppiantato da un romano di periferia ibrido. Mio padre lo hanno trasferito a Roma per caso, perchè si era aperta una posizione in un laboratorio. Era chimico industriale. La posizione era ben pagata e mia madre, veneta, cresciuta tra l'operosità austera del nord Italia non sopportava né il sole né la rilassatezza dei siciliani. Le dava ai nervi vedere la gente al bar e a spasso il sabato pomeriggio. Io e mio fratello siamo nati in Sicilia, abbiamo quel sangue che scorre a passo tranquillo. Non è ozio, è calma, calcolo, attenzione con cui si osserva ogni anfratto del mondo. Siamo arrivati a Roma quando avevo dieci anni e mia madre non ha smesso di lamentarsi. 

Tre.

Serena e Salvatore. I loro nomi hanno un ritmo. Lei pallida che pareva acquarello sbiadito. Lui tutto muscoli, qualcuno lo aveva disegnato a carboncino, gli aveva tracciato le linee delle ciglia una a una, con la matita friabile, lasciando la sfumatura grigia sulle palpebre e sugli occhi. Si erano conosciuti su un treno verso Barcellona. Mia madre stava andando a trovare una zia lontana, era tremante e spaventata, la prima volta che usciva dal suo paesino nel veneziano. Le faceva schifo toccare i sedili dove si era seduta altra gente. Mio padre stava andando in cerca di fortuna nella Spagna post-dittatura, gli anni Ottanta del Novecento, un paese che si stava aprendo al mondo come lui si stava aprendo alla vita adulta: con un sorriso spavaldo e seppellendo le esitazioni. Non so cosa li fece innamorare l'uno dell'altra: penso che Serena non avesse mai preso in considerazione l'idea di affidarsi a un estraneo. Lui le fece cambiare idea e lo amò per questo. Salvatore non aveva mai pensato che fragilità e forza potessero combinarsi in modo così armonioso. Lei gli fece cambiare idea, e l'amò per questo. 

Quattro. 

Il rombo del vento scuote le pareti, le fragole del nonno non si vedono più. Era suo il pallottoliere. Lo aveva regalato a papà prima che nascessi, nella speranza di avere un maschio che potesse diventare ingegnere. Sono arrivata io, e sono diventata una teorica della matematica. Nata sotto il segno del pallottoliere. Morta contando. I numeri sono un linguaggio universale, chissà se le prossime specie che abiteranno la terra sapranno contare. Magari lo faranno in modo del tutto diverso. Né noi né le nostre storie sopravviveremo, ma forse lo farà il sistema decimale. Tre zeri dopo la virgola. Il numero di Avogadro. La costante di Planck. Il resto sarà sabbia, rovine e vecchie fotografie. 



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Leonardo Croce ha votato il racconto

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Yumiko ha votato il racconto

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Ste_roli ha votato il racconto

Esordiente

Stile impeccabile, complimentiSegnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Mi è piaciuto, molto dolce. Segnala il commento

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di Irene

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