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Narrativa

Parla, ascolto

Pubblicato il 26/11/2018

Natasha, in analisi da uno psicoterapeuta, parla della sua vita.

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«Mi sento ancora un po’ a disagio, ma dopo tre sedute di vuote parole al vento, ora sento di poterle parlare con più franchezza. Si prepari, è tosta la mia storia.

Il mio nome lo sa già: Natasha. Ho 33 anni. Sono nove anni che vivo in Italia, e mi trovo bene. Ho un lavoro, sono un’impiegata comunale. Ho un uomo, di cui sono molto innamorata. Ma lui è sposato, ha una figlia, e non è ancora pronto a lasciare la famiglia per me. Per ora aspetto, anche se a volte mi sento in colpa.

All’inizio della relazione, quando abbiamo iniziato a fare l’amore, certe volte, quando camminavo per strada, mi sentivo strana, come se fossi sporca. Andavo a letto con un uomo sposato col quale non ero sposata: ero doppiamente peccatrice. Non sono mai stata mai una stretta moralista, ma credo sia stato il mio background rurale ad avermi fatto sentire in quel modo. Sa, là, da dove vengo io, le donne stanno in casa. Quando sono giovani si dividono tra casa e scuola. E poi crescono. E poi si sposano. Fine.

Il mondo, quello di fuori, gli è precluso dalla nascita, è fatto solo per gli uomini. Per strada di rado vedrà una donna, e se la vedrà, sarà coperta dal capo ai piedi.

Io amo bere, amo il Prosecco, non ho gusti raffinati, lo so, ma non mi interessa. Da dove vengo io la gente non sa bere. Qua, perlomeno, esiste una cultura del bere, ma lì, lì sa cosa fanno? Prendono un barile da quattro litri di whisky o vodka, lo mettono sul pavimento e bevono finché non ci vedono più.

Se c’è una persona che ho ammirato molto fin da piccola, quello è mio nonno. Ma ho pochi ricordi di lui. Fu lui a fondare il villaggio dove sono nata e cresciuta. Era un piccolo pezzo di terra di nessuno, circondato da undici alberi di banane e, poco più al centro, un grosso albero di mango. Veniva chiamato Villaggio dei dodici alberi. Si chiamava così, giuro. Solo che da noi lo si dice in una parola sola, e fu vicino a quel mango che costruì la casa.

Quel viaggetto aveva la particolarità di trovarsi in una zona di transito, tipo un incrocio naturale. Ogni giorno passavano da lì viaggiatori, carovane cariche di merci, era un via vai continuo, c’era sempre vita, e mio nonno offriva a tutti loro sempre qualcosa da mangiare o da bere.

L’unica cosa per cui mi sento in dovere di ringraziare la mia famiglia è proprio questa cultura dell’ospitalità.

Ma ora è tutto una polveriera, un paese in rovina. Mi ricordo di come, anno dopo anno, dopo la morte del nonno, tutto aveva iniziato a marcire. E i miei genitori guardavano inermi tutto quello sfascio. Anche la piccola moschea perlata che facemmo costruire era stata corrosa da una misteriosa piaga. Mi ricordo di come fossimo diventati all’improvviso soli. Non ci abitava più nessuno da quelle parti, se non qualche coppia anziana.

I banani erano stati abbattuti, perché erano diventati delle tane per ragni giganti e larve.

Il mango era ancora lì, ma non dava più frutti. C’erano solo gli arbusti, era ormai una grossa colonna di legno che vegetava. L’ultimo mango che diede era marcio.

Mio padre, un agosto, morì. Fu durante il periodo della canicola. Io ero già lontana di casa. Mia madre, invece, era scappata via con un forestiero.

Il Villaggio era diventato davvero triste. Quei pochi anziani che vi abitavano non facevano che gridare o bestemmiare, e crescere in un ambiente come quello ti fa marcire. Ha fatto bene mio padre a mandarmi via. Mi mandò a cercare mia madre. Mi disse che la mamma forse stava là e faceva questo e quello.

Mio padre visse tutta la sua rimanente vita sospirando per lei, col desiderio, un giorno, di andare a cercarla, quando io fossi stata abbastanza grande da poter badare a me stessa. Ma non ci andò mai. Negli ultimi anni si era anche dimenticato il suo nome. Pure io non ne avevo più memoria. Ora l’ho completamente dimenticata.

Poi un giorno vengo a sapere che mia madre si trovava qui in Italia. Me lo disse una mia vecchia compaesana, emigrata qui poco prima di me. Mi disse che ha vissuto qui per tredici anni, ed è qui che è morta. Non so come abbia saputo tutte queste cose e non mi interessa.

Non ricordava in che cimitero fosse sepolta, ma la città era questa. Mi disse di cercare una tomba con sopra una peonia. Visitai tutti i cimiteri della città e cercai senza trovare una sola tomba che avesse sopra una peonia. Poi la trovai. E in effetti sopra lapide c’era una peonia, scolpita nella pietra».

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Danilo ha votato il racconto

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Ne1s0n ha votato il racconto

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Alcune immagini molto belle e molto d'atmosfera. Ho la sensazione di un racconto buttato fuori d'un fiato, senza pensarci troppo.Segnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

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CommoventeSegnala il commento

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LadyEffe ha votato il racconto

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Superfrancy ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Stile fotografico ed essenziale. BravaSegnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Una bella storia, si legge beneSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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CommoventeSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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...storia sincera e commovente....Segnala il commento

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chiara.zanasi ha votato il racconto

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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di Sufjan

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