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Narrativa

Parlami d'amore o mai più

Di palu
Pubblicato il 16/12/2021

Indicazione minimali per la lettura del milanese: la “o” si pronuncia “u”; la “ò” si pronuncia “o” aperta; la “u” si pronuncia “ü tedesca”, suona “u” dopo la “q” e la “g” seguita da vocale (quant); le doppie non si leggono; la “z” suona “s”, sia sonora (zio=siu) che sorda (dolce: scritto dolz=duls)

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Aveva finito per sposare un uomo più vecchio di lei, la Rosa.

Il suo moroso di prima, con cui giovanissima aveva avuto una figlia, era tornato malconcio da Mauthausen alla fine della guerra. Ma, poveretto, non era per quello che non lo aveva sposato.

Dopo la buriana della guerra, l’era stada a lungo al sanatorio, mica si scherza con la tubercolosi... e la figlia era finita in via temporanea dalla nonna paterna che, siccome già durante il conflitto l’era ciapàda a fa’ danee con una privativa nel centro di Milano, intanto che un figlio finiva in campo di concentramento e un altro andava fuori di testa perché l’era on poeta e anche omosessuale, aveva a sua volta affidato la nipote a una scuola di suore, e alla portinaia, che non avendo figli suoi, in definitiva, aveva dimostrato più affetto alla piccola dei suoi parenti.

Il nonno, dato disperso, non tornò mai dalla Russia. E la nonna, poi, si brucerà tutto, privativa compresa, per l’amore di un giovane spiantato, ma con un sacco di idee innovative. Forse troppo per l’epoca. Ma questa chi l’è on’altra storia.

Tornando alla Rosa, cosa c’avesse trovato in quest’uomo, che ‘l pareva vecc giammò de giovin, ce l’eravamo chiesto tutti: amici, conoscenti e innamorati, lei che l’era inscì ona bella tosa!

È vero che non aveva studiato, ma era una cosa piuttosto comune: a tredici anni eri già a lavorare in filanda, dodici ore al giorno! e poi col fascismo e la guerra di mezzo… Ma la Rosa, oltre alla bellezza, dalla sua c’aveva la grazia, una semplicità che la rigida educazione aveva trasformato in un’armonia di garbo e leggiadria, insieme a un carattere deciso: doti racchiuse in un corpo statuario. Tutto questo le conferiva piena corrispondenza al fiore che avevano scelto per il suo nome.

L’Arturo veniva della sponda occidentale del lago Maggiore, dalle parti di Baveno, dove la madre gestiva una locanda. Anche lui, sbarbato, aveva avuto un figlio, da una donna che non aveva fatto in tempo a sposare perché il parto se l’era portata via. Il pargolo finì in Svizzera da certi parenti, mentre lui indossava la divisa nera della milizia. Il che lo portò a Milano dapprima, dòpo l’hann mandaa in confinaria, nella 29ma Legione Alpina di stanza a Pallanza, e di nuovo a Milano, dove stavolta conobbe la Rosa.

Le Camicie Nere di frontiera sono in maggioranza ex combattenti delle regioni alpine, animate da uno slancio ammirevole, benché vivano tra privazioni e disagi. Né tormente, né geli, né intemperie attenuano il loro coraggio e la loro insonne vigilanza. Autentiche sentinelle della Patria e del Regime esse hanno dimostrato in ogni occasione alto spirito di abnegazione.*

Inscì el diseva l’Attilio Teruzzi, ma l’Arturo non era stato un combattente, non aveva mai sparato nemmeno una cartuccia e, per dirla tutta, i suoi compagni erano più che altro ona banda de barlafus… che dalle storie che contava, poi, non se la passavano così male.

Sarà stato il fascino della divisa, e chi lo sa…? La Rosa s’invaghì di quell’omett de nient.

Lui non la finiva più di ciarlare delle sue esperienze in confinaria e lei pareva affascinata da quei racconti; a noi sembravano disperati come la propaganda del fascio quando la guerra volgeva al termine, ma si voleva far finta che de giovinezza ghe n’era ammò. Fatto sta che, in un istante, s’era scordata dei suoi amici.

E l’era compàgn che l’avess desmentegà anca mi, io che dopo la guerra ero l’unica che l’andava a trovare al sanatorio, ché 'l sò ganzo el g'aveva minga temp... Lei era felice di vedermi, ma era come se dovesse camuffare quella gioia parlandomi di lui; ricordandomi che adesso c’era lui e, in qualche modo, prendendo la distanza dalla sua amica, sapendo bene che per lei ero ben di più, o forse, proprio per quello.

Sulle panche di quei vagoni scassati, al ritorno dal nosocomio, mi chiedevo dov’erano finiti quei giorni in cui ci confidavamo le nostre cose più intime, le nostre paure, con sincerità; mi aveva detto persino che suo fratello nascondeva nel camino un mitra di un amico partigiano. E mi aveva sfiorato con le mani che, non so come facesse, aveva lisce come il velluto. E in quel momento lì, non avevo avuto il coraggio dirle che l’amavo.


Era uno splendido giorno di primavera quando si sposarono. Io c’ero, tra i pochi amici e conoscenti, e pensai che il proverbio “sposa bagnata, sposa fortunata” non fosse mai stato più vero.

La Rosa era bellissima, cont el sò vestidin che la sartina c’aveva sistemato a pennello. L’Arturo el pareva uno spaventapasseri vestì de la festa: la giacchetta coi manic curt e anche un po’ gobbo.

È normale, pensai, c’è chi piange ai matrimoni. Così, non mi vergognai troppo quando mi accorsi che avevo le guance bagnate e mi dissi che tra quelli con gli occhi lucidi io ero quella che ne aveva più il diritto.

Poi, al banchetto, l’Arturo dopo il brindisi se ne uscì: «So nò se v’ho mai contaa de quella vòlta, quand che seri in confinaria…


* A. Teruzzi "La Milizia delle Camicie Nere e le sue specialità", A. Mondadori Editore, 1933, pag. 59

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Tella ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Anacleto ha votato il racconto

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El me piasù, cùmpliment Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Eccellente, bravo Paolo.. Un'oscillazione naturale tra lingua e dialetto. Un realismo incredibile. Contesto storico e sociale perfetto. Un romanzo popolare.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Mi è piaciuto davvero tanto. Ho avuto qualche difficoltà con il dialetto (immagina una siciliana che legge frasi in milanese! Una tragedia), ma basta rileggere più volte e si gode di un racconto che ha un sapore d'altri tempi.Segnala il commento

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Frato ha votato il racconto

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Quante cose ingiuste e quanta rabbia delle volte... Molto bello. Ciao, Roberto.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Novalis ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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belloSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello, Palu. Ho adorato gli inserimenti dialettali, che rendono la storia così vivida. La mia bisnonna era milanese, e quell’inscì mi ha riportato all’infanzia (che poi sua figlia, mia nonna, si chiamava Rosa, non è buffo, e aveva sposato un fascista, pensa te). Credo che potrebbe essere un racconto da sviluppare, ci sono dentro un sacco di storie e di Storia.Segnala il commento

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di palu

Esordiente
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