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Narrativa

Pasqua

Pubblicato il 20/10/2017

...con chi vuoi

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"Torino, ne lontano, ne vicino". È il motivetto che da otto anni mi risuona nella testa, è un martellare che stordisce. Non cercate, non c’è una canzone così, è un mio stupido canticchiare cominciato il giorno del matrimonio di mia figlia. Da allora ci dividono 150 Km.

Laggiù, da alcuni mesi, si occupa di un “grosso uovo”. Il compito è impegnativo, contiene un bellissimo regalo ma non è una sorpresa: a giorni partorirà la primogenita.

“Pasqua con chi vuoi”, si dice, la tradizione sarà così rispettata, peccato che “Natale con i tuoi” da un po’ faccia eccezione.

C’è il telefono, c’è skipe: ci si sente e ci si vede. Fortunati di poterne godere.

“Mamy sei stata dal parrucchiere, stai bene. Pa' tu quando ci vai, fai sempre il capellone? Aveva ragione la nonna”.

“Si, la nonna aveva ragione a prescindere. Come ti senti, quanto manca?”

Pasqua, l’ennesimo passaggio: bambino – giovanotto – adulto – padre – a breve nonno. Tutti questi cambiamenti, in realtà, non esistono, li devo ricostruire forzosamente. Sono un ventenne, un po’ ammaccato e scolorito come un'auto di servizio.

Pasqua è tempo di rinnovata speranza, di rinascita, periodo inadatto a ricordare gli affetti perduti.

Gli assenti sono giustificati, chi vive a Torino, chi lavora all’estero, chi se n’è andato da molto tempo, chi da poco ma tutti ugualmente presenti nel mio quotidiano, in un unico grande abbraccio.

Siamo soli: risultato dell’equazione (assenza temporanea dei vivi = mancanza definitiva dei morti).

Dal magnetofono ascolto le voci della generazione di capelloni e hippy. Gracchiano troppo vicine al microfono, stridono, feriscono l'orecchio ma scaldano il cuore e confondono la mente, quel ieri è il mio oggi, più attuale di questa Pasqua fastidiosa che pretende di essere festeggiata con tutto un suo cerimioniale che oggi, nel mio oggi non posso celebrare.

Ciao generazione di capelloni e hippy, capelli corti e bianchi, genero soltanto sogni, presagi di un futuro improbabile, non voglio indulgere al piacere perverso dei ricordi.

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Franco 58 ha votato il racconto

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di Deroberto

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