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Narrativa

Paura del vuoto

Di Caucasica - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 10/05/2019

Rimane a letto, sdraiata per giorni, incapace di alzarsi, dice. Vorrei prenderla per le spalle e scuoterla ma so che non è il momento giusto. Lo sarà mai?

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Dalla finestra della cucina si possono vedere i tetti degli edifici circostanti e con un piccolo sforzo di immaginazione si riesce a scorgere il blu del mare aprirsi tra le facciate dei palazzi più lontani. È stato il panorama che mi ha convinta, cinque anni fa, a venire a vivere in questo appartamento al quinto piano. Sarà una buona occasione per superare la paura del vuoto, ho pensato la prima volta che ho visitato la casa e non sono riuscita a guardare giù.

Ultimamente approfitto di ogni pomeriggio di sole per uscire sul balcone della cucina a fumarmi una sigaretta guardando il tramonto. Non ho mai fatto foto, ma adesso che i giorni di Trieste stanno per finire decido che è giusto che ne faccia almeno una, voglio un ricordo da portare con me a Milano. Lascio la sigaretta accesa sul posacenere ed entro a prendere il cellulare. Trovo la notifica di un messaggio non letto.

Sto scendendo dall’università, ti va se passo?

Sono giorni che non sento Chiara. Colpa del trasloco che mi assorbe troppo, colpa sua e del fatto che ormai non esce più di casa. Rimane a letto, sdraiata per giorni, incapace di alzarsi, dice. 

Ho l'impressione di parlarle attraverso metri e metri d’acqua, sempre immersa nelle profondità di un abisso, lontana migliaia di chilometri. Spesso mi fa arrabbiare vederla così, la conosco, se si impegnasse a tornare indietro tanto quanto si sta impegnando a rimanere lì starebbe bene in poche ore. Semplicemente non sembra avere voglia di tornare.

Le rispondo un semplice certo e apro la fotocamera pronta a fermare i colori del tramonto nella memoria digitale del mio cellulare. Sto per spegnere il mozzicone quando, guardando verso il basso, vedo Chiara che attraversa la strada di fronte casa. Da questa altezza è solo una testa rossa ma riconosco il suo modo aggressivo di attraversare la strada, dando poco più che un’occhiata da entrambi i lati senza mai fermarsi davvero.

Il citofono suona mentre mi avvicino alla porta, non alzo nemmeno la cornetta sicura che sia lei. Sento il rumore dell’ascensore che sale e la sua figura compare nel vano. È vestita troppo leggero per l'inverno triestino, ha i capelli in disordine ed è struccata.

Mi saluta dandomi un piccolo bacio sulla guancia, uno solo, e poi entra.

– Allora, com’è? – mi chiede togliendosi le scarpe e rimanendo scalza, i piedi sono fasciati nelle calze nere bucate sulla punta in corrispondenza dell’alluce.

– Questo fine settimana ho portato gli scatoloni con la roba che avanza a casa di mia madre. Ci siamo, – apro le mani a indicare l’appartamento quasi vuoto. – Tu invece, come va?

Sbuffa, si toglie la giacca primaverile e la appoggia sull’attaccapanni. Si muove con sicurezza all’interno del mio appartamento, e io mi sento stupidamente felice di avere un grado di familiarità tale da riuscire a prevedere le sue mosse. Non ho bisogno di seguirla in cucina per sapere che entrerà, guarderà sorridendo la parete sulla destra piena di dediche scritte con il pennarello blu sul muro e si andrà a sedere sul divano con le gambe incrociate sotto il corpo.

– Una merda, come al solito.

– Sei stata in università? Hai dato qualche esame? Hai parlato con il prof per la tesi?

Non mi risponde. Vorrei prenderla per le spalle e scuoterla ma so che non è il momento giusto. Lo sarà mai?

Tiene un braccio lungo la spalliera del divano e guarda fuori dalla finestra, fissa l’albero di Natale nella casa dei vicini. Lo guarda ogni volta, ne sembra stregata. Dalla radio passa una canzone piano e riconosco in lei l’espressione sofferente delle Madonne nei quadri rinascimentali.

Sono anni che guardiamo l’albero dei vicini in silenzio, invece questa volta Chiara parla.

– Quando ero piccola ci piaceva fare l’albero di Natale tutti insieme, passavamo un pomeriggio in salotto in mezzo agli scatoloni pieni di addobbi. Per ultimo lasciavamo il presepe, era una gara a chi trovata per primo Gesù bambino. Scartavamo i pezzi tutti insieme e chi lo trovava poteva esprimere un desiderio. Ogni anno lo trovavo io, sospetto che i miei genitori lo facessero apposta per farmi credere di essere fortunata, e ci sono riusciti: ho sempre creduto di esserlo.

– Chiara, adesso basta! – sbotto arrabbiata. – Devi reagire, farti aiutare da qualcuno, uscire da questo tunnel.

Sto per aggiungere altro ma vengo interrotta dal citofono. Esco dalla cucina come una furia, rispondo con un chi è? aggressivo e riappendo la cornetta con un ringhio senza aprire alla solita pubblicità.

– Mi ascolti o farai finta di niente come al solito? – continuo il discorso dal corridoio, ma in cucina non c’è più nessuno. – Chiara?

La portafinestra è aperta e il balcone è spazzato dal vento. 

Non ho il coraggio di affacciarmi, la paura del vuoto è tornata.

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Senza fiato. Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Chiusura da brivido. Scritto bene. Davvero bello leggerti.Segnala il commento

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Andrea Cammoranesi ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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Struggente! Scritto benissimo. Complimenti. Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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enrico pi ha votato il racconto

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Bello e duro!Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Bello davvero....narrazione asciutta ma delicata, ricca di ombre e particolari che tracciano un chiaroscuro potente...bellissimo finale....Segnala il commento

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Valentina Digiuni ha votato il racconto

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bello Segnala il commento

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Molto bello. La veduta da una finestra, la vita quotidiana, l'incontro con una amica e la finestra, in cui tutto si ricongiunge e si chiude Segnala il commento

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SteCo15 ha votato il racconto

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L'apparente normalità di una realtà che travolge nel suo epilogo sconcertante!Segnala il commento

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francesca colombo ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Finale mozzafiatoSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Befana Profana ha votato il racconto

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Forse alcune frasi sono molto lunghe e cariche di dettagli, ma l’insieme è ottimo: atmosfera densa e reale, immagini vivide e coinvolgenti. Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Piaciuto. Stupende le due righe sull'attraversamento della strada. Piccoli particolari che illuminano.Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Letto.Segnala il commento

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di Caucasica

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