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Romance

Pausa sigaretta

Pubblicato il 15/01/2019

Gli incontri più belli sono spesso quelli inaspettati.

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Ero da poco arrivata a Torino, la mia storia con Corrado era finita e credevo che cambiare città avrebbe potuto farmi bene. Il mio primo giorno di lavoro, stavo fumando una sigaretta all’ingresso della scuola, quando notai un ragazzo che si avvicinava verso di me, era il nigeriano che vendeva i fazzoletti al semaforo.

“Tutto bene?” mi chiese.

“Perché me lo chiedi scusa?” La mia gamba destra tremava, ed il mio piede continuava a picchiettare sul marciapiede; avevo lasciato la scuola in cui lavoravo come insegnante da cinque anni per stravolgere tutto e ricominciare. Non era un giorno come gli altri.

“Sembravi molto agitata, mi sono chiesto se andasse tutto bene. Scusa, avrei dovuto farmi gli affari miei.”

“Si grazie” gli dissi, mentre finivo la sigaretta, dopo di che mi girai ed entrai.

Ogni giorno, mentre fumavo, quel ragazzo mi sorrideva, ed io spesso cercavo di evitare il suo sguardo così insistente da riuscire a mettermi a disagio.

Un giorno mi resi conto di non avere l’accendino, e mi diressi verso lui.

“Come stai bella? Sei sempre arrabbiata!”

“Non sono arrabbiata! Sei tu che sei sempre contento!”

L’amico vendi fazzoletti, così lo chiamavano i miei alunni, era perennemente sorridente, così cordiale da dare quasi fastidio a noi musoni lunghi, che ogni mattina entravamo a scuola con l’aria di chi va ad un funerale.

“Mi vendi un accendino?”

“Tieni amica, te lo regalo. Un omaggio per il tuo primo acquisto!”

Provai insistentemente a dargli delle monete, ma non volle un centesimo; mentre parlavamo, passarono dei miei colleghi, e li vidi sghignazzare guardando me e Salim.

Così si chiamava, e aveva voluto sapere a tutti i costi il mio nome. Diceva che non era plausibile che due persone che si incontrano sempre non sappiano i rispettivi nomi, anche se in Italia questo modo di fare sembrava essere normale, con quelli come lui. Non aveva incontrato maleducati; quello in cui lavorava era un quartiere bene di Torino in cui tutti erano gentili. Ma la gente si limitava alle parole di circostanza, senza mai interessarsi realmente a lui, alla sua vita.

Tornai in classe, riflettendo su quello che mi aveva raccontato. Mi sentivo una merda.

Venivo da un piccolo paese, e fino a qualche anno fa l’immigrazione si intravedeva solo nei telegiornali. Negli ultimi anni la situazione era in parte cambiata, ma quei ragazzi arrivati da lontano erano come trasparenti, tutti uguali ai nostri occhi.

Pensandoci, non credo di aver mai rivolto la parola ad uno di loro.

Sarebbe stato trasparente anche Salim, se non fosse stato così insistentemente cordiale.

Il giorno dopo, per sdebitarmi, gli portai un caffè; e lui per sdebitarsi a sua volta mi invitò a prenderne un altro quando avrei staccato da lavoro. Accettai non troppo convinta; cosa avremmo potuto dirci? Allo stesso tempo però, nonostante fossi a Torino da quasi due mesi, passavo la maggior parte del tempo in solitudine. Gli unici con cui avevo a che fare erano i miei colleghi, che tra famiglia, corsi di yoga, e serate al circolo dei lettori, non avevano molto tempo libero.

Il caffè con Salim si rivelò al contrario di ogni mia aspettativa, molto piacevole. Fu il primo di molti, e intuii con il passare dei giorni che mi stava corteggiando. Il suo modo di fare era molto tradizionale, delicato e per nulla sfrontato.

Non credo mi interessasse per davvero inizialmente, era più un modo per passare del tempo in compagnia. Ma più passavano i giorni, e più aspettavo l’ultima ora per vederlo.

Non facevamo nulla di che: lui mi raccontava delle città in cui aveva vissuto, di sua sorella che era ancora in Nigeria, e che lo avrebbe raggiunto presto. Io gli parlavo di Corrado, della mia vecchia vita, e di quella nuova, che stavo provando a costruirmi.

Un martedì, uscita da lavoro, vidi che Salim non c’era. Il suo borsone era sul marciapiede, pieno di fazzoletti, accendini e braccialetti colorati; lo aspettai per più di un’ora, ma non arrivò. Mi diressi nel bar in cui prendevamo il caffè, di fronte al semaforo. Enzo, il proprietario, mi disse che Salim era stato portato via da due poliziotti, in quanto venditore ambulante e senza documenti. Aveva provato a spiegare che era un modo provvisorio per sopravvivere, ma non ci fu verso di convincerli.

Da quel giorno, non l’ho più visto né sentito.

L’ho aspettato a lungo, davanti a quel semaforo.

Mi piace immaginare che abbia trovato un altro lavoro, e perché no, una fidanzata.

Cerco di non pensare al fatto che possa esser stato rimpatriato.

Cerco di non pensarlo, perché il suo è un paese in guerra, uno di quelli che si intravedono solo al telegiornale.

Cerco di non pensare che possa non avere più una casa, che possa morire solo, nel paese da cui ha cercato di scappare in tutti i modi.

Cerco di non pensare che ho trovato poche volte nella vita persone gentili come lui, che non pretendono molto, solo un po’ di umanità.

Mi piace immaginare, nonostante tutto, che in questo mondo tutti possano avere una possibilità, anche Salim. 

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unacatastrofe ha votato il racconto

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Sono di Torino anche io e mi ha scossa. Brava!Segnala il commento

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Michele G. ha votato il racconto

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Isa.M ha votato il racconto

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“Non sono arrabbiata! Sei tu che sei sempre contento!” è stata la frase che più mi ha colpito. Molto carino e delicato. Segnala il commento

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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

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Amore e delicatezza. Un piccolo tuffo sul cuore. Segnala il commento

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Sonia Jurlina ha votato il racconto

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Enrico Enne ha votato il racconto

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Bello ed intenso. Umanità, apertura, scoperta attraverso la dimensione quasi onirica del fumoSegnala il commento

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Claudio Bandelli ha votato il racconto

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Otorongo ha votato il racconto

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Scritto bene anche se il soggetto del racconto non mi coinvolge per niente .Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Giata ha votato il racconto

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Giuliana Greco ha votato il racconto

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Superfrancy ha votato il racconto

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Pasquale Turrisi ha votato il racconto

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Roberto ha votato il racconto

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Gabriella Pilotti ha votato il racconto

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Condivido pienamente il messaggio trasmesso dal tuo racconto. Sono tempi duri. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Un argomento difficile, di questi tempi...Segnala il commento

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di LadyEffe

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