Talvolta la nostra mente è attraversata da mille pensieri strani, quasi assurdi, non sempre ne siamo del tutto consapevoli ma fanno prendere coscienza della realtà e in qualche modo ci temprano.

Possono essere pensieri piacevoli, leggeri, colorati o aspri e grigi e pesanti.

Quelli che stamani hanno attraversato la mia mente sono stati molto gravi e mi hanno mostrato una realtà in qualche modo spaventosa. La parola chiave da cui si è dipanata la ragnatela di questa breve riflessione o meglio puntualizzazione è stata la parola “Convivere”.

Avevo sempre dato alla parola una connotazione positiva, allegra, come se la convivenza con l’altro o con qualcosa che amiamo fosse per forza entusiasmante e facesse star bene. Ma da ciò che è venuto fuori dalla mia semplice e certo incompleta e magari banale analisi mi ha chiarito che mi stavo dimenticando dell’altro aspetto, quello più complesso e sconcertante che la parola “convivere” nasconde in sé.

E allora come una scolaretta ho buttato giù tutti i punti negativi per liberarmi della pesantezza sperando (forse perché alla fine sono un inguaribile ottimista) di recuperare e restituire alla parola incriminata il significato positivo inteso come condivisione e partecipazione alla vita.

Scaletta:

Convivere con i nostri desideri, convivere con le nostre paure. con le nostre ansie, con gli amori sorgenti quelli spezzati, quelli finiti.

Convivere con le emozioni, le nostre e quelle degli altri, dei parenti e degli amici, quelle facili e quelle più difficil.

Convivere con gli spazi insufficienti, rumorosi, chiusi, claustrofobici, o al contrario troppo grandi, dispersivi, anonimi, vuoti.

Convivere con il chiasso e il frastuono di urla, di grida angoscianti nella notte, di sirene sfreccianti nel buio, di stridori acuti di rotaie infiammate, scintillanti.

Convivere con il silenzio profondo dell’animo solitario, privo di affetti, mutilato e ferito.

Convivere con la paura dell’altro, di chi ti è vicino e ha sguardi tremendi, convivere con chi non conosci e non capisci ciò che vuole.

Convivere con le ingiustizie, con la schiavitù, con la mancanza del rispetto dei diritti, con la sopraffazione.

Convivere con la violenza, la più manifesta e esecrabile aperta o subdola e strisciante.

Convivere con le più terribili fantasie, con il senso dell’abbandono e la paura di impazzire.

Come riuscire a convivere con tutto questo?

Inevitabile non concludere che non è vita questa, perché se è così non voglio “convivere” né condividere niente.

Ma non rinuncerò a vivere perché in fondo amo la vita e voglio continuare a sperare che da qualche parte la felicità esiste e “Convivere” non è né una parola vuota, né una parola disperata.